domenica 28 novembre 2010

Reazioni a caldo

Non so come, certe volte, ho delle idee bizzarre.
Tipo scrivere malissimo di un attore che però è anche mio amico da tanti anni e so per certo di vedere a cena quella sera stessa.
Tuttavia, so anche (nonostante l'aria minacciosa che ha finto nella foto) che a lui si può dire tutto, e che non solo è un gran signore e paga comunque la cena, ma che poi, prima di andare, mi chiede il nome della serie TV che ho magnificato perché vuole comprarsi il cofanetto.
E allora chapeau, Sig. Volo!
Vedrai che anche tu, prima o poi, un film bello riuscirai a farlo...

sabato 27 novembre 2010

This is the question


Da un paio di giorni non esco di casa per via di un malanno stagionale, e con mio vivo disappunto non posso andare al cinema. In mancanza del grande schermo, mi sono rivolta a quello piccolo, che uso soprattutto per dare sfogo alla mia strabordante passione per le serie TV. Ieri sera, accendendo la televisione per godermi il delirio seriale del momento, sono capitata su un film italiano che non avevo mai visto e che ho deciso di stare lì a guardare.
Non l'avessi mai fatto.
Dopo soli 10 minuti ho sentito che la mia salute stava vacillando. Ma non quella fisica, quella mentale.
Il film in questione era Bianco e Nero di Cristina Comencini.
Come succede spessissimo per i film che fanno nel nostro paese, mi è sorta spontanea la solita domanda: perché? Perché una regista non stupida come la Comencini non capisce che sta facendo un film che sarebbe indegno anche di una soap-opera di quarta categoria? Come si può pensare di affrontare il tema dei rapporti conflittuali tra bianchi e neri in Italia in quel modo? Ovvero un'infilata unica e senza pause di luoghi comuni, dialoghi più che imbarazzanti, prove di recitazione degne dell'oratorio (Fabio Volo e Ambra Angiolini, braccia rubate all'agricoltura!), e una regia di un piatto e di un banale da risultare talmente deprimente che dopo il film uno vuole solo andare a bere per dimenticare? Una pellicola che non soltanto non aiuta a capire una mazza di niente, ma che se possibile allarga il divario e aumenta l'incomprensione tra i popoli. E tralascio gli insulti al grottesco happy end. Ma come si fa, dico io, a non capire che non se ne può più di un cinema fatto così? Ma perché il pubblico italiano viene trattato come se si meritasse ancora questi film mediocri? Dubbio atroce: perché se li merita???
Stremata da questa visione, mi sono buttata a capofitto in tutt'altro livello di immagini, quelle di In Treatment (In Analisi) - Stagione 2. Una serie HBO (Santi Subito pure loro!) che quest'anno negli Stati Uniti è già arrivata alla sua terza stagione. Basata su una serie originale della Tv Israeliana, In Treatment regala quello che promette nel titolo: le sedute di uno psicanalista. Tra tutti i suoi pazienti, ne vengono scelti quattro, che vengono seguiti ogni settimana lo stesso giorno, mentre il venerdì è dedicato all'incontro del dottore con la sua supervisor, con la quale fa il punto sui suoi pazienti. Quando racconto alle persone di cosa parla questa serie, tutte mi fanno la stessa domanda: ah, ma quindi si vedono le cose che i pazienti raccontano durante la seduta? No, non si vede niente, non succede niente. Ci sono due persone che per mezz'ora stanno sedute una di fronte all'altra e parlano. Niente di più. Lo so, state pensando: che palle! Spiace deludervi, In Treatment è una delle cose più appassionanti che ci siano in circolazione.
E allora mi sono chiesta: perché In Treatment sì e Bianco e nero no?
Perché gli sceneggiatori e i registi delle serie TV americane OSANO. In tutti i campi. Osano nelle situazioni, nei dialoghi, nei format, nelle storie che raccontano. Cercando di andare a fondo, di non restare in superficie, di non accontentarsi. Non hanno paura di esagerare, di non essere politically correct, di sconvolgere gli animi o di ampliare la visione degli spettatori, forse perché sanno che gli spettatori saranno in grado di seguirli. Che, addirittura, vogliono seguirli.
E quindi ecco che sfornano questi prodotti (In Treatment non è che uno dei tanti) con sceneggiature perfette, dialoghi strepitosi, una regia inventiva ed attenta, e un cast di attori che sembra che nella vita abbia fatto solo quello e così bene (ovvero recitare divinamente) dalla più tenera infanzia.
In Treatment, in questo senso, è un regalo di valore inestimabile. La parte del protagonista, il dottor Paul Weston, è stata affidata all'attore Irlandese Gabriel Byrne, semplicemente grandioso (e ai primi posti nella personale classifica di Zazie tra le ragioni per cui vale la pena di vivere). Byrne, diventato famoso al grande pubblico con The Usual Suspects di Bryan Singer, ha lavorato con alcuni dei più grandi registi del cinema contemporaneo, come i Fratelli Cohen (nell'adorabile Miller's Crossing), David Cronenberg (Spider), Jim Jarmush (Dead Man), Ray Lawrence (Jindabyne), John Boorman (Excalibur), solo per citarne alcuni, ma ha anche ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi lavori a teatro (ricordo ancora con emozione di averlo visto recitare a New York 10 anni fa in A Moon for the Misbegotten di Eugene O'Neill). Per il suo ruolo da psicanalista in In Treatment, Bryne ha ricevuto un Golden Globe nel 2009 e numerose candidature ad altrettanti premi. 
Un'altra straordinaria attrice presente nel cast è Dianne Wiest, che in In Treatment è Gina, la supervisor del Dott. Weston. La West è un volto noto dei film di Woody Allen (grazie ai quali ha vinto per ben due volte un Oscar), ma qui, se possibile, raggiunge un'ulteriore vetta di bravura. Gli episodi dedicati agli incontri Paul-Gina, per quanto mi riguarda, sono sempre i migliori, e il piacere che i due attori sono in grado di dare agli spettatori è qualcosa che riconcilia con il mondo. In questa stagione della serie, vorrei menzionare altre due attrici strepitose: Hope Davis, nella parte di un'avvocatessa quarantenne appagata sul lavoro ma infelice nella vita privata, e Alison Pill (solo 25 anni ma già apprezzata in Milk), nella parte di una ragazza che scopre di avere un cancro e non vuole farsi curare.
Insomma, io alla Comencini e a numerosi altri registi Italiani vorrei consigliare di andare un po' In Treatment prima di pensare/scrivere/dirigere altri film di scarsa qualità di cui faremmo volentieri a meno.
Avrebbero davvero bisogno di farsi vedere da qualcuno.
Da uno bravo, però.


ps Grazie a Franco e Chiara per avermi fornito In Treatment 2! (anche se non tutto, infatti adesso sono disperata...)

martedì 16 novembre 2010

Xavier Dolan needs you!


When you love a movie, what are you ready to do for the film-maker?
This is the question I had to ask myself when I found out that Xavier Dolan, the young québécois genius behind one of my favourite movies of 2010, Les Amours Imaginaires, published an announcement on his web site and on his facebook page asking for money to produce his next movie, Laurence Anyways.
He has made this request through a very interesting website, Touscoprod, where you can help the production of documentaries and fiction movies starting from a minimum amount of 15 $CA.
The production of Laurence (the movie will cost a total of 6,5 million $CA) is trying to gather in a minimum budget of 50.000 $CA, to be reached within July 2011 (if this is not attained, the co-producers wil have their money back).
Intrigued by the weird proposal and fascinated by the idea of becoming one of the co-producers of Dolan's next movie, I have decided to seriously study the case.
First I read about the plot.
1989, Laurence Alia is in a restaurant with his girlfriend celebrating his 30th birthday, and he tells her about his secret project: he wants to become a woman.
Then I read the name of the actor playing Laurence.
Louis Garrel.
And then I immediately gave the money.
I mean: how could I possibly resist not to do so, after having read about the story and the cast?
Now I am the proud co-producer n° 130 of Laurence Anyways.
We (we few, we happy few, we band of brothers, as Shakespeare would say) have reached, for the time being, the total amount of 8.752 $CA out of 50.000 $CA requested. There are still 7 months ahead of us.

C'mon guys, Xavier Dolan needs you.
What are you waiting for???

domenica 14 novembre 2010

Le Ragazze dai Capelli Corti

Qualche giorno fa sono andata a vedere una mostra molto bella alla Cinémathèque Française: Brune/Blonde (se non volete perderla, c'è tempo fino al 16 Gennaio 2011), che racconta di come il cinema abbia rappresentato negli anni le brune e le bionde.Corredata da fotografie, dipinti, riviste, e spezzoni tratti da documentari e da film, la mostra ha per protagonista assoluta la chioma delle donne. La scelta dei film, trattandosi della Cinémathèque, non fa una piega (ce n'è per tutti i gusti: Hitchcock, Lynch, Almodovar, Hawks, Antonioni, Fuller, Bergman, Kiarostami ecc.).
Tuttavia, devo ammetterlo, secondo me c'è una grave mancanza, ovvero l'assenza quasi totale di immagini di donne dai capelli corti. E questa a Zazie è sembrata una vera ingiustizia (per una questione di carattere puramente personale: vedi ritratto del mio blog).
Così, per rimediare, ho pensato di dimostrare - prove alla mano - che le donne dai capelli corti ci sono, eccome. Sullo schermo e in giro per le strade. E non hanno niente da invidiare a quelle con i capelli lunghi, perché...

... possono essere misteriose e imprevedibili
come Faye Wong in Chungking Express di Wong Kar-Wai (1994)



possono essere infantili e spaventate
come Mia Farrow in Rosemary's Baby di Roman Polanski (1968)


possono essere sexy da morire
come Halle Berry in Die Another Day di Lee Tamahori (2002)


possono essere fragili e irresistibili
come Natalie Portman in Hotel Chevalier di Wes Anderson (2007)



possono essere di una classe insuperabile
come Audrey Hepburn in Sabrina di Billy Wilder (1954)


o possono essere, semplicemente, adorabili
come Jean Seberg in A Bout de Souffle di Jean-Luc Godard (1959)



Insomma, Corto is Cool, non siete d'accordo?

giovedì 11 novembre 2010

The (anti) Social Network

In my life, I fiercely argued with people about two movies.
In one case (Breaking the Waves by Lars Von Trier) I was defending the film, in the other one (Fight Club by David Fincher) I was pulling it to pieces. There is something, in Fincher’s cinema, which gets terribly on my nerves. I am ready to admit that this could be a personal matter, since the guy is definitely able to make movies, but at the same time I think I have the right to say that his cinema doesn’t talk to me AT ALL and that I find it IMMENSELY boring. Yesterday night I made a new effort and, with the best intentions, I went to see The Social Network. And guess what.

Everybody knows Facebook, but maybe less people are aware of the bleak history behind its creation. In 2003, Mark Zuckerberg, a 19 years old geek from Harvard, dumped by his girlfriend and looking for some kind of revenge, creates in just a couple of hours an internal network where all the Harvard guys can choose the “hottest” Harvard girl. Impressed by what he has been able to do, he‘s approached by the twin brothers Winklevoss, who are looking for somebody helping them to develop an idea for a social network to be used at Harvard. Zuckerberg accepts their proposal but, as a matter of fact, creates from that same idea a new kind of social network, The Facebook, which has a striking success not only among Harvard students, but also among students from Columbia, Stanford and other universities in the world. From universities to the rest of the planet, and from few thousands to 500 million “friends”, it is just a question of (short) time. The process is not a smooth one, though. The Winklevoss brothers decided to sue him in court, as well as Eduardo Severin, Zuckerberg’s only friend. A guy who helped him launch the site but who’s been put aside after the arrival of Sean Parker, creator of Napster and smart entrepreneur able to provide Zuckerberg with huge amount of capitals and a bit of social life.
And this is the story of Mark Zuckeberg, youngest billionaire on earth, and possibly most isolated human being on the same planet. The End.

The first scene of the movie, a super fast and super sharp dialogue between Zuckerberg and his girlfriend, let me think for a moment that well, this could be a very interesting movie. The modern epic/greek tragedy all the reviews I have read were telling me about. Quite soon, though, I realized that the first scene was also the best one of the entire movie. No sign whatsoever of the passionate tale I was waiting for, but just the feverish account (feverish because Fincher tries to make it interesting proposing the sequences as well as the dialogues at a fast pace) of a bunch of jerks from Harvard trying desperately to achieve important purposes like entering into exclusive "final clubs" of their exclusive universities (where basically they can get drunk and girls take off their clothes during ridiculous games) or creating a social network, always for their exclusive universities, not particularly to get in contact with other human beings but just to make money or to have sex with some girls or to be considered “cool” by other people.
This is not epic, this is just depressing.
I wasn’t surprised, though, because this is the typical effect of a Fincher movie on me: I don’t like the subjects he chooses for his stories, I don’t like the way he tells the stories, I think that all the characters in his movies are incredibly superficial, I think he is pretentious and boring, and I also believe he is a bit chauvinist. I don’t mind looking at movies without even a single female character, but I do mind when female characters are on the edge of parody. In The Social Network you basically have Zuckerberg’s ex-girlfriend in a couple of scenes plus a lawyer at the end that look normal, otherwise all the others girls are hysterical bitches.
Welcome to his (fight) club, not mine.
The only valuable thing in this movie are some actors performances: Jesse Eisenberg (already seen and appreciated in The squid and the whale by Noah Baumbach) is perfect as the almost autistic Zuckerberg, while Armie Hammer playing both the Winklevoss twins is quite amazing. I wasn't particularly impressed, though, by Andrew Garfield and Justin Timberlake. I hope they can do better than that in their next movies.

When I think about Fincher, I think about these lyrics by a Smiths song, Panic:
Burn down the disco
Hang the blessed DJ
Because the music that they constantly play
IT SAYS NOTHING TO ME ABOUT MY LIFE
Hang the DJ! Hang the DJ! Hang the DJ!
I just need to replace disco with movie, and DJ with film-maker.
That's all.


venerdì 29 ottobre 2010

Jacquot de Nantes

Ci sono registi che amiamo lo spazio di un film, registi che detestiamo dalla prima all'ultima inquadratura, registi che (peggio ancora) ci lasciano completamente indifferenti, e poi ci sono loro, i registi che ci cambiano la vita. Per i quali c'è un prima, e c'è un dopo. In questi giorni si celebra in tutta la Francia il ventesimo anniversario della morte di un uomo che ha fatto un'enorme differenza per tante persone, blogger che scrive inclusa: Jacques Demy.
Avrei così tante cose da dire, su di lui, che un post mi sembra davvero ridicolo. Ma ci proverò comunque.
Nato nel 1931 in un paesino della Loire-Atlantique, figlio di un garagista e di una parrucchiera, Demy è cresciuto a Nantes, che lascia nel 1949 per trasferirsi a Parigi ed entrare in una scuola di cinema, da sempre il suo più grande sogno. Diventa amico della banda dei Cahiers du Cinéma, inizia a scrivere delle sceneggiature, e nel 1958 incontra la regista Agnès Varda. E' il grande amore: si sposano nel 1962, hanno un figlio (Mathieu, ma della famiglia fa parte anche Rosalie, la figlia che Agnès ha avuto da una precedente relazione) e staranno insieme, salvo brevi separazioni, fino alla morte del regista, nel 1990. La filmografia di Demy non è sterminata: 14 lungometraggi in tutto, e include anche opere piuttosto bruttarelle ed assurde, ma grazie ad una manciata di titoli, Demy si è imposto come un maestro assoluto, come il creatore di un universo particolare ed inedito, modernissimo e retrò allo stesso tempo, con uno stile che ancora oggi rimane un punto di riferimento e un modello inimitabile per schiere di registi.
Sto parlando soprattutto di un film-pietra miliare della storia del cinema: Les Parapluies de Cherbourg, Palma d'Oro al Festival di Cannes 1964 e, almeno che io sappia, primo (e unico?) esempio di film cantato. Sì, avete capito bene, non sto parlando di un musical, dove la gente dialoga normalmente e ad un certo punto c'è una canzone e/o un balletto. Qui la gente invece di parlare, canta. Sempre. Lo so cosa state pensando: oddio, ma che roba è? questo è pazzo! No, credetemi, una volta che vi lasciate rapire dalla musica, dai colori, dal volto sognante di Catherine Deneuve, dalla dolcezza un po' maladroite di Nino Castelnuovo (eh, si, proprio lui... vi siete mai chiesti come mai Anthony Minghella gli avesse affidato una parte in The English Patient? La risposta è questo film!), dalla storia romantica ma crudele, dai dialoghi cantati che sono dei gioielli in rima, dalla mise en scène precisa e splendida di Demy, capirete perché per questo film la parola CAPOLAVORO non è spesa invano. Fondamentale, per la creazione di questo personalissimo universo, la sua collaborazione con due grandi artisti: il musicista jazz Michel Legrand e lo scenografo Bernard Evein (la carta da parati più bella della storia del cinema, la dobbiamo a lui), che non a caso saranno quasi sempre al fianco di Demy nel corso della sua carriera.
Ma già con il suo lungometraggio d'esordio, il bellissimo Lola (1960), Demy aveva fatto capire di cosa era capace, ed aveva introdotto alcuni dei temi a lui più cari, che ritorneranno come un ritornello in tutta la sua opera: la ricerca (e a volte la lunga attesa) dell'amore assoluto, la differenza di classe sociale come motivo di separazione tra gli amanti, la crudeltà del destino, la favola/il sogno come dimensione ideale per sopportare la realtà di questo mondo. Non è dunque un caso che uno dei suoi film più riusciti sia stato la trasposizione in immagini di Peau D'Ane (Pelle d'Asino), sempre con Catherine Deneuve.
Ma c'è un altro gioiello che Demy e la Deneuve hanno girato insieme, il solo film del regista in cui la sua vena malinconica viene messa da parte per far spazio ad una gioia di vivere incredibilmente contagiosa: Les Demoiselles de Rochefort (1966). La storia di due sorelle gemelle (interpretate dalla Deneuve e da sua sorella nella vita, la deliziosa Françoise Dorleac, purtroppo morta in un incidente d'auto un anno dopo la fine delle riprese) alla ricerca dell'uomo ideale e della loro realizzazione come artiste, il tutto nella cornice di una città militare ma allegra e coloratissima, di marinai in libera uscita, con Gene Kelly e il protagonista di West Side Story che si aggirano indisturbati, ballando nelle strade. Insomma, il mondo en-chanté à la Demy, il mondo come ci piacerebbe che fosse.

Ovviamente, non si può parlare di Demy senza parlare di Varda.
Nel 1990, mentre Demy, già gravemente ammalato, si mette a scrivere le sue memorie di infanzia, la moglie decide di rendergli omaggio trasformando subito in pellicola quegli stessi ricordi. Il risultato è il commovente Jacquot de Nantes, dove alle immagini dell'infanzia di Demy si sovrappongono immagini tratte dai suoi film e primissimi piani fatti al regista stesso, malato e con uno sguardo dolcissimo, in silenzio davanti al mare. Una dichiarazione d'amore di una tenerezza sconvolgente. E sempre la Varda ha girato, nel 1993, un documentario intitolato Les Demoiselles ont eu 25 ans, nel quale ritorna a Rochefort con Catherine Denevue per le celebrazioni del venticinquesimo anniversario del film, intervistando gli abitanti che avevano preso parte alla lavorazione e andando alla ricerca di ricordi, scene, momenti divertenti, musiche e paesaggi.
Ma vorrei anche ricordare che Demy ha avuto una grandissima influenza su diverse generazioni di registi, e non solo francesi. Wong Kar-Wai ha più volte dichiarato il suo amore per lui e John Woo ha confessato di costruire le scene di sparatorie ispirandosi all'armonia delle scene di ballo dei suoi film. In Francia, ça va sans dire, ci sono registi che gli fanno dichiarazioni d'amore a ogni inquadratura. Il caso più eclatante è quello di Christophe Honoré, una specie di clone in versione moderna di Demy: nel film 17 Fois Cécile Cassard (Cassard è il cognome di un personaggio che compare sia in Lola che nei Parapluies de Cherbourg), Honoré gli rende un buffissimo omaggio, con un Romain Duris in versione osé che canta la canzone di Lola sulla riva di un fiume. E comunque, Honoré è come se rifacesse Demy ad ogni film, e ogni occasione è buona per far cantare e ballare i protagonisti dei suoi film. Piuttosto incredibile, poi, è il caso di Jeanne et le garçon formidable di Olivier Ducastel et Jacques Martineau, del 1998. Questa coppia (nel lavoro e nella vita) di registi ha creato un film anni '80 alla Demy, il cui protagonista è (niente-poco-di-meno-che) Mathieu, suo figlio. Benché il tema non sia per niente allegro: il protagonista è malato di AIDS e sta per morire, il tono è leggero e sognante, pieno di canzoni e balletti scatenati e una scena di manifestazione presa pari pari da Une chambre en Ville, altro film di Demy.

Mi dispiace, come temevo, questo post è lunghissimo, e spero non me ne vogliate. Ma ditemi voi: come si fa ad essere brevi, quando si sta parlando dell'uomo che si ama?







domenica 17 ottobre 2010

Les Amours Imaginaires (the second time around)

Niente, succede che mi sono innamorata follemente di questo film e sono tornata vederlo con un gruppo di amici. Avevo paura di aver esagerato con l'entusiasmo, la prima volta. Mi sono detta che a riguardarlo ci avrei sicuramente trovato dei difetti, che l'entusiasmo si sarebbe smorzato.
Non è andata così.
Mi è piaciuto ancora di più, mi sono divertita ancora di più, l'ho trovato ancora più intelligente, e pieno di idee alle quali non avevo prestato abbastanza attenzione.
Dal momento che tanti amici parigini volevano sapere cosa avevo raccontato, nel mio post precedente, ho deciso di chiedere alla mia amica Manù, bravissima traduttrice (Les Mots Traduits), di trasformarlo in francese. Et voilà!

Sortez vos calepins et marquez vite le nom de XAVIER DOLAN.
Et stabilotélez-le aussi! Pourquoi? Parce que ce canadien vient de tourner son deuxième film et on a envie de croire qu’il est entré dans l’histoire du cinéma pour y rester un bon moment. D’ailleurs, je ne suis pas la seule de cet avis: ses deux films ont été sélectionnés au Festival de Cannes. Le premier en 2009 (en rapportant tous les prix de la Quinzaine des Réalisateurs) et le deuxième en 2010 (dans la section Un Certain Regard). Dolan est du genre à savoir tout faire: il écrit, il réalise, il produit, il joue, il fait le montage, il s’occupe de la direction artistique, de la musique et - pour ce dernier film - même des costumes. Pas mal, vraiment. Surtout compte tenu de son âge: Dolan a 21 ans.
Lorsqu’il a écrit son premier long métrage il en avait 17. Son sujet? Voyons…la playstation? Ses premiers soucis d’amour? La peur du monde extérieur? Pas tout à fait. Son premier film - dont le titre n’y va pas par quatre chemins: J’ai tué ma mère - est la narration presque autobiographique de la relation ultra orageuse entre un ado gay (Dolan lui-même, évidemment) et sa mère, divorcée et single, qui essaie de l’élever. Un 400 coups façon québécoise, avec des disputes légendaires, des dialogues fleuves et l’omniprésence presque agaçante de la coupe à la Morryssey de Dolan. D’ailleurs, il est peut-être inutile de le préciser, ce jeune homme soit on l’aime soit on le déteste, sans demi-mesure.
Personnellement, j’en suis folle et la raison est simple: j’adore tous ceux qui ont le courage de leurs propres actes. Ceux qui y croient tellement qu’ils sont prêts à aller contre tout et tous. Dolan est exactement comme cela (selon la légende il aurait tatoué sur son genou droit une phrase de Cocteau: “L’oeuvre est une sueur”). Ce garçon a beaucoup de choses à dire et il veut les dire à tout prix et à sa manière. Il est d’un égocentrisme effrayant et il ne le cache pas. En étant quelqu’un d’intelligent, il a assez d’ironie pour l’admettre et pour le faire savoir aux autres.
Son deuxième film, Les Amours Imaginaires, est une confirmation de son grand talent (parce qu’un premier film on peut même le deviner, mais le deuxième il faut réellement savoir le tourner…). Francis et Marie sont deux amis qui, lors d’un dîner, ont un coup de foudre pour le même garçon, Nicolas, jeune éphèbe aux boucles d’or (la version blonde de Louis Garrel, je ne vous en dis pas plus mais ce n’est pas par hasard que je cite le nom de Garrel). A partir de ce moment là une guerre élégante et totale se déclanche entre eux. L’objet de leurs désirs, de son coté, semble tout faire pour confondre les deux prétendants. Il s’agit, le titre du film le dit clairement, d’un amour imaginaire, de quelque chose qui n’existe pas, d’un sentiment qui n’a pas lieu, d’un film imaginé par Francis et Marie. C’est un sujet universel, qui concerne –je le crains- un peu tout le monde (d’ailleurs les scènes du film sont coupées par des monologues en style documentaire où des jeunes canadiens racontent leurs peines d’amours imaginaires). On est tous tombés amoureux - quand on avait 20 ans - de quelqu’un qui ignorait notre existence; Dolan et son amie ne font pas exception. C’est juste qu’ils le font avec une certaine classe.
A partir de la magnifique scène initiale où Marie et Francis, filmés de dos devant un lavabo, se tournent tour à tour pour regarder Nicolas. Le jeu des regards et d’interrogations rigoureusement tourné en slow-motion se déclenche tout de suite pour faire comprendre aux spectateurs qui intéresse qui. Toute la séquence (sur le fond, on entend Bang Bang chantée par Dalida) où ils se préparent pour la fête d’anniversaire de Nicolas, à laquelle ils se présentent avec des cadeaux trop riches et des habits trop élégants pour les circonstances, est simplement merveilleuse. Les scènes au ralenti, déjà présentes dans son premier film, sont un trait caractéristique du style de Dolan, qui a été même accusé de plagier Wong Kar-Wai. Avec candeur, il a répondu lors d’une interview: “Wong Kar-Wai n’a pas le monopole du ralenti, si je veux en faire moi aussi j’en ai bien le droit!”. Je vous avais prévenu, il n’a peur de rien! D’ailleurs, il n’a même pas peur d’être cruel, de montrer la folie, la rage et le désespoir. Il ne nous épargne pas (et il ne s’épargne pas non plus) des moments gênants et même glauques. Parfait aussi en tant qu’interprète, Dolan sait bien choisir ses acteurs: Monia Chokri est impeccable dans le rôle de Marie, adorable et coincée (donnez-moi l’adresse de sa boutique vintage parce que je veux deux exemplaires de chaque!!!). Niels Schneider très juste dans son rôle de beau inaccessible. Mais surtout: quelle joie de retrouver l’incroyable Anne Dorval, maman un peu ringarde qui a failli être tuée par Dolan lors de son premier film, et qui est devenue ici la mère hypermoderne de Nicolas (une vengeance?).
Qu’est ce que voulez vous que je vous dise? La nature effrontée et insupportable de Dolan a quelque chose d’irrésistible. C’est un film qu’on n’arrive pas à se sortir de la tête.
Parce que les amours sont peut être imaginaires, mais le talent, lui, il est bel et bien réel.

martedì 12 ottobre 2010

Brothers

Anche le bloggers tengono famiglia.
Quella di Zazie è composta da quattro persone: babbo, mamma e fratello. Stanno tutti a Milano e limitrofi, io sono l’unica emigrante del gruppo. Prima a Genova e poi qui a Parigi. Nel nostro piccolo (nel senso che siamo anche tutti piuttosto bassetti di statura), in quanto a particolarità non ci siamo mai fatti mancare niente. Una volta mia mamma ha pronunciato la famosa frase (accompagnata da sguardo sconsolato verso me e mio fratello): voi due, basta che ci sia una cosa normale, scappate subito da un’altra parte. Ecco, direi che come esempio rende abbastanza bene l’idea.

Questo simpatico preambolo serve a giustificare il fatto che, da quando ho aperto il mio blog circa un anno fa, oggi è la prima volta che sto per scrivere una cosa che con il cinema non c’entra niente. La verità è che mio fratello, Matteo B. Bianchi, fa lo scrittore, e oggi esce in tutte le librerie Italiane il suo nuovo romanzo, Apocalisse a domicilio (Marsilio Editore). E io non potevo non farvelo sapere.
Privilegio di sorella, il libro l'ho letto prima della publicazione, e lo so che non dovrei dirlo proprio per via del legame di parentela che ci unisce, ma che posso farci... l'ho trovato bellissimo.
E' dura certe volte essere così vicini a chi scrive, perché inevitabilmente non si riesce a mettere abbastanza distanza tra noi e le sue parole, e allo stesso tempo si ha la sensazione di poter capire sfumature che gli altri intenderanno in modi diversi, ma che noi sappiamo di riconoscere per via della vita trascorsa insieme.
Questo è il quarto romanzo di Matteo, e per me è il suo romanzo della maturità. Il migliore. Fino ad ora. Perché sono sicura che ce ne saranno altri, e che saranno ancora più belli.
E questo mi pare il più bel complimento che io gli possa fare.
Come quando vedo il film di un regista che mi piace tantissimo e penso, con una gioia un po' surreale, che sono felice non solo per il film che ho appena visto, ma per quelli che verranno dopo.
Anche se non ho, come in questo caso, la fortuna di averlo come fratello.
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