martedì 8 aprile 2014

Cléo de 5 à 7


L’ho scritto spesso, in questo blog: di donne che fanno cinema ce ne dovrebbero essere molte di più, e spero che questo desiderio un giorno si trasformi in una realtà acquisita. 
Nel frattempo, posso dire che la qualità compensa parecchio la quantità. 
Sono rare le registe donne scarse. Quasi non me ne viene in mente neanche una. E quando penso a quella che potrebbe essere un modello per tutte, la vera “precorritrice”, penso subito a lei: Agnès Varda, classe 1928.
Una donna di questa età, direte voi, a 86 anni starà a casa a godersi la pensione.
E invece no, a parte il fatto che continua a fare film, trova anche il tempo di andare nei cinema di Parigi a presentarli. Da pochi giorni infatti è possibile rivedere, in alcune sale della capitale, il capolavoro assoluto della Varda, un film del 1962 recentemente restaurato: Cléo de 5 à 7.
Sono andata a vederlo la settimana scorsa allo Champo, e prima del film Agnès Varda è venuta a fare una piccola, deliziosa spiega. Mi sono amaramente pentita di non averla filmata, perché quello che è riuscita a dire in 4 minuti di presentazione, era di una intelligenza e di una delizia rare. I capelli metà bianchi metà di un violetto aubergine, la Varda parlava come un piccolo elfo: divertente, coinvolgente, buffa, ha detto cose profonde con una leggerezza disarmante.

"Questo film parla di bellezza e di morte", ha esclamato concludendo con un gran sorriso e con l’aria sbarazzina. Come si fa, dico io, a non trovarla irresistibile?
Agnès Varda allo Champo, 1° Aprile 2014

Florence ‘Cléo’ è una giovane cantante di successo di 25 anni. Corteggiata, di successo, giovane e bella, non le manca niente per essere felice, ma in questo primo giorno di primavera del 1961, Cléo è angosciata e impaurita. Sta infatti aspettando i risultati di un’analisi medica fatta qualche giorno prima e che le saranno comunicati proprio quella sera: potrebbe esserle diagnosticato un cancro. Il film segue, quasi minuto per minuto, le due ore che la separano da quel momento. Cléo non riesce ad aspettare tranquilla a casa e quindi, dopo aver provato qualche pezzo con i suoi musicisti, se ne va e cerca di distrarsi come può: fa acquisti, beve qualcosa in un caffé, va a trovare un’amica, esce con lei, va a camminare in un parco. E’ qui che incontra un perfetto sconosciuto, un giovane soldato in licenza che sta per tornare in Algeria (quindi ancora più spaventato di lei), che la convincerà ad andare insieme a lui all’Ospedale per conoscere i risultati delle analisi.
Rohmer ha scritto: Si è moderni solo se lo si merita.
Credo che questo a Cléo spetti di diritto: raramente un film è stato così moderno nella sua forma come nel contenuto. Mi sono spesso chiesta perché La Nouvelle Vague abbia avuto tanta influenza sui film di oggi (più di qualsiasi altro movimento cinematografico), e forse la risposta sta nella particolare capacità dei suoi registi a trasformare la materia più pesante in immagini super leggere. Questo loro uscire per le strade, una camera a spalla, due luci, pochi attori, mettersi al tavolino di un caffé e parlare di vita, amore, morte, filosofia, amicizia, felicità, dolore, e poi magari alzarsi, cantare una canzone e ballare. 

Prima di loro nessuno faceva cinema così, e mi verrebbe da dire che pure dopo sono stati pochi quelli che l’hanno fatto con tanta grazia e stile.
In Cléo c’è un breve, divertentissimo film in bianco & nero tipo ridolini che, per stessa ammissione della Varda, è stato inserito per stemperare un po’ la grande tristezza che pervade il film. La cosa carina, è che i protagonisti sono gli amici della Varda, che di nome fanno Jean-Luc Godard, Anna Karina, Sami Frey, Jean-Claude Brialy. E ad altri amici sono affidati delle piccole ma gustose parti: Michel Legrand (il leggendario compositore di tutte le musiche dei film di Jacques Demy, il marito di Agnès Varda) è il musicista di Cléo, mentre Raymond Cauchetier (IL fotografo della Novuelle Vague, è a lui che si deve l’epocale scatto di Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo sugli Champs-Elysées ai tempi di À bout de Souffle) è il proiezionista fidanzato dell’amica di Cléo che fa vedere alle ragazze il film ridolini:



Cléo è un film capace di farti assistere al miracolo di un cambiamento profondo nel giro di un paio d’ore. La giovane cantante delle prime scene del film, non è certamente la stessa che sta seduta su una panchina nel giardino di un ospedale alla fine. Cléo è passata attraverso tutte le fasi: dalla negazione alla disperazione, dal cercare gli sguardi ammirati degli altri al nascondersi al riparo da tutti, dalla spensieratezza alla rassegnazione. Ha soprattutto capito l'importanza di vedere, ascoltare, parlare con gli altri. Perchè è la presenza degli altri a fare la differenza nelle nostre vite. E questo valeva negli anni ’60 ma anche, e forse soprattutto, nel 2014.
Cléo (Corinne Marchand)


Non lo faccio spesso, ma vorrei dedicare questo post a qualcuno.
Vorrei dedicarlo a Sugako, che ci ha lasciato in questi giorni.
Una donnina speciale, dolcissima e super gentile, che non avrebbe certo avuto bisogno della diagnosi di una malattia grave per capire la bellezza del mondo e l’importanza degli altri. Perché questi valori ce li ha sempre avuti. E li ha regalati in abbondanza a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarla. Io l’ho avuta, questa fortuna, e so che adesso mi mancherà per sempre. Ma so anche che siamo in tanti a portarla nel cuore. Come un piccolo film a colori che possiamo andare a riguardare ogni qual volta la vita ci sembrerà un luogo troppo buio e troppo triste.
ありがとうございます, Sugako-san! (Grazie, Sugako!)
 

lunedì 31 marzo 2014

La vita (non) è un lungo fiume tranquillo

Qualche volta si prova una strana sensazione, rivedendo film di 25 anni fa. 
Ieri sera, assolutamente per caso, mi è capitato di ritrovare su un canale francese La vie est un long fleuve tranquille (La vita è un lungo fiume tranquillo) di Etienne Chatiliez (1988). Avevo un bellissimo ricordo del film. Sapevo soprattutto di aver riso tantissimo, guardandolo la prima volta al cinema. Per un attimo, riconoscendolo, ho avuto paura dell’effetto “invecchiato male”. Ho buttato un occhio un po’ distratto all’inizio, come se stessi pretendendo di non fare sul serio, ma alla prima scena divertente, bum, mi sono messa comoda sul divano a guardarlo davvero.
Scoprendo, con piacere, che non aveva preso neanche una ruga.
Meet the Groseilles
Per chi non sa di cosa sto parlando, il film racconta di un bambino e una bambina che vengono scambiati in culla da un’infermiera incazzata nera con il medico che è suo amante da anni e non lascia mai la moglie. Il bambino appartiene ad una famiglia agiata (è il figlio del direttore dell’EDF, l’Enel francese, per intenderci), la bimba invece arriva da una famiglia di poveracci senza arte né parte che vive in periferia. Quando i bambini hanno 12 anni, la famosa infermiera, che ha continuato imperterrita ad essere l’amante del medico, fuori di sé per l’ennesimo e più flagrante rifiuto (la moglie è morta e lui ha il coraggio di dirle, al funerale: Non potrò mai trovare qualcuno che la sostituisca!), decide di vuotare il sacco. Scrive una lettera alle famiglie per raccontare la verità, creando ovviamente un grande scompiglio. La famiglia agiata decide di prendere con sé il ragazzino figlio loro, in cambio di una lauta somma sganciata ai poveracci, che accettano più che volentieri. Momo, il ragazzino, continua però ad avere rapporti con la sua vecchia famiglia, e la mescolanza tra i fratelli e le sorelle delle due famiglie porterà a conseguenze molto divertenti. 
Meet Les Quesnoy (e il prete!)
Chatiliez, un regista non troppo prolifico (un 60enne che ha diretto solo 8 film nella sua carriera), ha avuto fino a pochi anni fa (lo dico con cognizione di causa perché ho visto il suo ultimo lavoro ed è sinceramente penoso) un vero dono per scrivere e dirigere commedie intelligenti e divertenti dove si prende gioco in maniera non proprio cinica ma piuttosto cattivella della borghesia francese. 
Lungo fiume a parte, il regista è diventato famoso con Tatie Danielle (Zia Angelina), Le Bonheur est dans le Pré (La felicità è dietro l’angolo) e, in tempi più recenti, con il film Tanguy, storia di due genitori disperati che non riescono a “liberarsi” di un figlio già adulto che si rifiuta di lasciare casa ed andare a vivere per conto suo.  
Evidentemente, Chatiliez parla di qualcosa che deve conoscere molto bene, perché è davvero efficace, davvero “dal di dentro” questa sua sistematica, quasi scientifica vivisezione dei danni e delle miserie della classe agiata francese nascoste dietro strati di perbenismo e finta perfezione (con una bella stoccatina qua e là alla religione cattolica). Il regista sembra infliggere questa punizione con una gioia ed un senso di liberazione che ha tutta l’aria di essere la vendetta assumée di un ragazzino nei confronti di una famiglia soffocante. Probabilmente la sua.

Momo, il ragazzino sulla destra: un giovanissimo Benoît Magimel
Rivedendo il film, mi ha molto colpito ritrovare due attori che ora mi sono super familiari, ma che all’epoca scoprivo certamente per la prima volta: nella parte di Momo un giovanissimo (ma già piuttosto bravo) Benoît Magimel, che anni dopo avrebbe ricevuto il premio della migliore interpretazione maschile per un film difficilissimo e durissimo come La Pianista di Michael Haneke, e nella parte del padre di famiglia borghese, André Wilms, un attore che adoro e che dovrebbe avere molto più successo di quello che ha. Per chi ama il cinema di Aki Kaurismaki: Wilms è il protagonista di La Vie de Bohème e di Le HavreIl momento del film in cui padre e figlio si vedono per la prima volta e si riconoscono perché hanno lo stesso tic, è una delle cose più divertenti del fim.  

M. Jean Le Quesnoy (André Wilms) e Mme Le Quesnoy (Hélène Vincent)
La figura forse più trucida del film è quella del medico, del quale Chatiliez fa capire tutta la meschinità e la pochezza: orribile fino alla fine, convinto di poter restare impunito, senza neppure mostrare un minimo senso di colpa per quello che ha fatto passare alle donne della sua vita. Ma il regista saprà vendicarsi, regalandogli una delle scene più geniali del film (quella in cui legge la lettera dell'infermiera e ripete come un nastro rotto: la salope!) e soprattutto il suo gran finale dove, del tutto rincoglionito, non potrà che essere in balia della "sua" infermiera.
La vita, a quanto pare, non è un lungo fiume tranquillo per nessuno!

p.s. Vi lascio con questo simpatico karaoke "parrocchiano" che, ne sono certa, non mancherà di ispirarvi tante cose belle!

domenica 30 marzo 2014

Fight(s) Club

I am not a particularly litigious person.
I don’t usually like that much to quarrel and discuss, but if there is one thing in life I am ready to fight for, it is cinema. Touch a movie I love (or I don't love), and you’ll see.
The reasons why we like or hate a certain film are often mysterious and unpredictable, but I am convinced that this is part of cinema’s charm.
Sometimes we love movies because we consider them perfect and sometimes we are crazy about films plenty of flaws but absolutely irresistible to us, no matter what the most important cinema critics write about them.
So, dear readers, here’s my TOP 5 List of movies I have most fight for or against in my whole life: 
1 -  BREAKING THE WAVES by Lars Von Trier (1996) 
A milestone, in my life. The strongest cinema experience I ever had: I saw it 4 times in theatres and every single time it was like a tsunami (easily created by my tears!). I adore this film and I had the most outrageous fights over it. A lot of people (mostly men) don’t like it. After almost 20 years, I could clearly see that the film was striking some very personal chords and my obsession with Bess McNeill at that time says something about it, but I still consider it a masterpiece and I would be ready to fight again and again and again over it. Little Bess For Ever!
2 - FIGHT CLUB by David Fincher (1999) 

Everybody knows it. There is no human being in this world that gets on my nerves like David Fincher. And my hatred for him started with this movie. I could have opened a fight club with all the fights I had over it (most probably with the same men who didn’t like Breaking the Waves...). I didn’t get the “free the animal that is in you/can’t you see we are all losers ‘cause we buy Ikea furniture?” kinda things. Not to mention that ridiculous final scene (you gotta be kidding me, right?). Things didn’t get better between me and David with his further movies. I think he is the most misogynist film-maker of cinema history. What can I say? I prefer directors filming “The man who loved women” to the ones filming “Men who hate women”.
3 - TREE OF LIFE by Terrence Malick (2011)
The problem with this movie, is that it’s almost a sin to declare that you don’t love it. I had a tremendous fight with an unknown person on Facebook, once. This man wrote something like: Who doesn’t like Tree of Life it’s because he/she doesn’t have the cultural supports to understand it!!! I almost killed him. That’s the thing. There is a moral judgement involved here, somewhere, somehow. And I can’t stand it. Even if Tree of Life (or any other movie of cinema history) would be considered the most beautiful movie of all time (and IT IS NOT), I think I would have the right to say that I don’t like it without having somebody telling me that it’s because I’m ignorant. I’m curious to know where all those Malicks fans where at the time of To the wonder, the movie he has done after Tree of Life. It was so awful that nobody had the guts to talk about it. Or maybe it’s because nobody had the cultural supports to understand it??! 
4 - ONCE UPON A TIME IN AMERICA by Sergio Leone (1984)
I don’t give a damn about Sergio Leone and I dislike this movie. 
People almost faint when I declare this kind of things but what can I say? This is how I feel about this film-maker and about the movie which is considered his masterpiece. It was one of the most painful visions of my life and I was terrified by the violence in it. And no, I don’t think Robert De Niro is the most incredible actor of all time. I think he is a very good actor who played in many excellent movies but I also think he has done a lot of crappy films and that he wasn’t that good in them. 
Ok, end of my coming out!
5 -  AMOUR by Michael Haneke (2012)
Together with Fincher, Haneke is my second least favourite film-maker of all time.
He makes me feel sick any time I see one of his movies. This one was particularly painful to watch (not as much as The White Ribbon, I reckon, but I definitely had more discussions over Amour). What I can’s stand about this man, is his lack of empathy, his judgmental, cold and distant attitude. Enough of this. Jean-Louis Trintignant and Emmanuelle Riva are absolutely amazing in it and they are the only reasons why I watched this massacre until the end. I guess Haneke would do a better job making a movie called Hate
I’m sure he will be great at it!

domenica 23 marzo 2014

Piccole Donne Crescono

Sto per dire due cose che i miei fedeli lettori sanno già: 
1 - Mi piacciono tantissimo i film che hanno per protagonista una donna
2 - Il cinema migliore è quello che ti resta dentro più a lungo  
Per una strana coincidenza, mi è capitato di vedere a distanza di un giorno l'uno dall'altro due film bellissimi su due bellissime donne, e non avere poi il tempo di scriverne (sono una blogger che lavora, che vi credete!).
Le settimane trascorse, però, sono state fondamentali, perché mi hanno fatto capire che i due film continuavano a trottarmi nella testa: bastava una qualsiasi piccola cosa per farmi di nuovo pensare ad un'immagine, ad una frase, ad un momento di queste due opere. 
La cosa buffa è che non potrebbero esserci - a questo mondo - due film più diversi tra loro: uno è polacco, girato in bianco e nero, ambientato negli anni '60. L'altro è cileno, a colori sgargianti, ambientato ai giorni nostri. 
Si tratta di Ida, di Pawel Pawlikowski, e di Gloria, di Sebastian Lelio.
Ida racconta la storia di Sorella Anna, una novizia che prima di prendere i voti e diventare suora, viene invitata a passare qualche giorno in famiglia. La ragazza in realtà è orfana, ma scopre che la sorella della madre, Wanda, è ancora viva, e così decide di andarla a trovare. Wanda (una donna piuttosto burbera e attaccata alla bottiglia) propone ad Ida di partire in macchina alla ricerca della tomba dei genitori della ragazza. Il viaggio sarà più lungo e difficile del previsto: Ida scoprirà un segreto di famiglia legato alla seconda guerra mondiale e all'occupazione nazista della Pologna che la costringerà a ripensare alla sua scelta di vita. Diventare una suora è davvero quello che vuole? Dopo un nuovo, drammatico evento, Anna prenderà la sua decisione definitiva.
Pawel Pawlikowski è un regista polacco naturalizzato inglese di cui ho già visto un paio di film interessanti: My Summer of Love (2004) e The woman of the Fifth (2011), entrambi incentrati su figure femminili complesse ed intense. Con Ida, il regista firma il suo piccolo capolavoro. Splendidamente girato (eh, i film in bianco e nero!), il film colpisce per rigore e profondità. Gli elementi chiave sono una struttura semplice e lenta ma di grande impatto, dialoghi non abbondanti ma forti, ed il contrasto tra l'ingenuità e la serenità di Ida e l'amarezza, l'assenza di fiducia nel genere umano e nella vita di Wanda. Il loro incontro/scontro è fondamentale. Per Ida, perché si troverà a dover affrontare cose del suo passato che illumineranno di una luce nuova il suo futuro, e per Wanda, perché a contatto con la nipote capirà l'abisso nel quale è sprofondata e da cui sarà difficile fare ritorno.
Figure di donne libere e forti, ciascuna a suo modo, bellissime e purtroppo rare da vedere al cinema. E un'ottima prova di attrici: Agata Trzebuchowska, alla sua prima volta sullo schermo, ha uno di quei volti in grado di esprimere tutto senza dover pronunciare una sola parola, mentre Agata Kulesza, nella parte di Wanda, ha quel misto di disperazione e ironia che ne fanno un personaggio al quale ci si affeziona subito. Ida scalda il cuore e indica il cammino nel bel mezzo del gelido inverno polacco.
La seguiamo volentieri. 
Gloria racconta invece la storia di una donna cilena di 58 anni che, separata da qualche tempo dal marito e con dei figli già grandi, sta cercando di nuovo l'amore. Una sera, in un locale per singles di Santiago, Gloria conosce Rodolfo. Tra i due scatta una bella intesa, sia fisica che intellettuale, e le cose per un po' sembrano funzionare bene, al punto che Gloria lo presenta ai figli e all'ex-marito. Ma Rodolfo inizia ad avere dei comportamenti strani. Gloria cerca di capire, si lascia convincere che le cose possano tornare come prima, ma la sua pazienza verrà messa a dura prova. 
Prima di tutto, che cosa bella e rara vedere un film sulla vita di gente che ha 60 anni e oltre.
Sembra incredibile, ma al cinema l'età media è sempre piuttosto bassa, come se a vivere fossero solo esseri umani dai 40 anni in giù. E ancora più raro è vedere storie d'amore sulle persone di una certa età. Per non parlare delle scene di sesso. Quasi un tabù. Gloria spazza via nel giro di 10 minuti tutti i clichés di questo tipo. Qui si parla di una donna capace di mettersi in gioco per riuscire a trovare una cosa che cerca con grande impegno e curiosità: l'amore. Trovare qualcuno con cui andare a letto, parlare, passare del tempo, sentirsi meno soli. Senza paura, senza vergogna. Gloria lo fa con il sorriso sulle labbra, una certa dose di ironia, e tutta la sua prorompente voglia di vivere. Solo che non basta. Lo scontro con la realtà, con i problemi degli altri, le loro paure, le loro manchevolezze, è durissimo. Gloria, in tutta la sua umanità e il suo sincero entusiasmo, non si dà mai per vinta, e questo credo sia l'aspetto più straordinario del film. L'attrice Paulina Garcia, un portento, che per questo ruolo ha vinto il premio per la miglior attrice al Festival di Berlino 2013, è fantastica. Non ha paura di mostrare il suo corpo nudo e ci mostra in due ore di film l'intera gamma dei sentimenti umani: passando dalla gioia alla tristezza all'incazzatura attraverso tutte le possibili sfumature (altro che le 50 di grigio, qui tutto è in tecnicolor!).
Gloria non è una storia allegra, e tuttavia non si può fare a meno di uscire dal cinema con una certa dose di ottimismo addosso. Perché Gloria ci insegna a far finta di essere felici, fino a quando la felicità vera non busserà alla porta.
E prima o poi succederà, giusto?

giovedì 6 marzo 2014

Resnais, Mon Amour

Domenica mattina, dando un’occhiata a Facebook sul mio I-pad, ho notato una foto in bianco & nero pubblicata da quelli del Forum des Images e tratta dal set di L’année passée à Marienbad. Ho pensato: Ah, bello, si vede che oggi proiettano il film, poi ho letto meglio la scritta che accompagnava la foto:
Il regista Alain Resnais, anni 91, ci ha lasciati ieri sera... 
Ho chiuso il tablet e sono tornata a letto, sotto le coperte.
Non voglio svegliarmi in un mondo in cui non c’è più Alain Resnais, ho pensato. 
Me ne starò qui, al buio, e non uscirò finché qualcuno non viene a dirmi che non è vero. Ma non è venuto nessuno. 
Così mi sono messa a pensare ai suoi film. Che ho visto quasi tutti. E più ripensavo ai suoi film e più mi rendevo conto di quante immagini salva-vita Resnais mi avesse lasciato. Cosa sono le immagini salva-vita? Semplice. Sono quelle immagini a cui penso nei momenti brutti e che, istantaneamente, hanno il potere di farmi sentire meglio, di ridarmi la carica, di farmi capire che sì, dopo tutto, guarda che bel mondo che c'è la fuori! 
E allora eccolo qua, il mio breviario d'amore resnaisiano:

HIROSHIMA, MON AMOUR (1959)
Emmanuelle Riva che passeggia, in uno yukata estivo, sulla terrazza di un hotel:

Emmanuelle Riva e Eiji Okada seduti l'uno di fronte all'altro in un bar, la notte:

Emmanuelle Riva che esce dalla tea-room DOUMU e si mette a parlare con quella voce cantilenante, e poi cammina per le strade, e poi arriva in hotel e non sa che fare (in quel bianco & nero meraviglioso, con quella regia così precisa, e perfetta):


L'ANNEE DERNIERE A MARIENBAD (1961)
La bellezza di Delphine Seyrig col caschetto nero, nel suo vestito di piume bianche:
E quell'atmosfera glaciale, quei lunghi corridoi, quell'immenso giardino, quei balli più di figurine ritagliate che non di esseri umani:

MURIEL OU LE TEMPS D'UN RETOUR (1963)
Questo film potrebbe salvarmi la vita intera, tanto lo adoro. 
Di nuovo Delphine Seyrig (non si è mai detto abbastanza di quanto questa attrice fosse straordinariamente bella e straordinariamente brava), qui in versione donna di mezza età:
Mi ricordo la casa piena di mobili da vendere, l'onda grigia dei capelli di Hélène, i palazzoni moderni di Boulogne sur Mer, il presente e il passato che si mischiano, e quella frase meravigliosa: A me i libri piacciono solo quando li ho visti al cinema!
Capolavoro assoluto. Ricordo indelebile.

PROVIDENCE (1977)
La casa-castello, il tavolo apparecchiato per un pranzo d'estate, e tre attori che amo alla follia: Sir John Gielgud, Dirk Bogarde, David Warner. 
Gielgud, che aveva recitato in centinaia di film, ha dichiarato che Providence e Brideshead Revisited erano in assoluto le cose migliori della sua carriera. Come dargli torto?

L'AMOUR A MORT (1984)
Uno dei più forti ricordi cinematografici della mia adolescenza. La scena impressionante in cui Arditi moriva per poi ricominciare a vivere... per poi morire definitivamente.
E la scena in cui Fanny Ardant dice a Sabine Azéma: "Non essere triste, lui resusciterà".
Sconvolgente.
MELO (1986)
Gli stessi attori di L'Amour à Mort (e la sensazione bellissima di aver trovato una famiglia al cinema). Parigi negli anni '20. Quel cortile in cui si cenava e ci si innamorava anche se non era permesso... e quei deliziosi titoli di testa, in cui una mano sfogliava un libretto come se fossimo sul punto di vedere una pièce teatrale anziché un film.
La calma di André Dussolier, la bellezza della Azéma, la tenerezza di Arditi.

SMOKING NO SMOKING (1993)
Un altro film (anzi due!) che davvero adoro: Alain Resnais, con l'aiuto di due virtuosi della sceneggiatura: Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, traduce in due opere separate ma interscambiabili la pièce "Intimate Exchanges" del commediografo inglese Alan Ayckbourn. Due soli attori in scena (gli insostituibili Pierre Arditi e Sabine Azéma) per ben 9 diversi personaggi. Assolutamente geniale!

ON CONNAIT LA CHANSON (1997)
Bacri e Jaoui tornano a collaborare con Resnais e questa volta si mettono anche davanti alla camera da presa. Ero colta da gioia infinita ogni qual volta uno degli attori, senza preavviso alcuno, si metteva a cantare una canzone con la voce di Gilbert Bécaud, Josephine Baker, Dalida e Alain Delon. A sorpresa, il più grande successo commerciale di tutta la carriera di Resnais. 

PAS SUR LA BOUCHE (2003)
Più invecchia, e più ha voglia di divertirsi, Resnais. La gente flirta, canta, balla, e si preoccupa solo di cose frivole. Che meraviglia!

VOUS N'AVEZ ECORE RIEN VU (2012)
E come promette il titolo: quando pensavamo che il regista ci avesse fatto vedere tutto, ecco che se ne esce con una storia incredibile di film nel film, teatro nel teatro, attori che diventano altri attori. Girata a 90 anni, ça va sans dire...

Resnais ha fatto un altro film, prima di lasciarci. 
Non ho idea di quando uscirà, ma so già che lo vedrò con quel misto di gioia e sorpresa che ritrovavo sempre, puntuali, ad ogni appuntamento con lui.
Che il titolo sia Aimer, Boire et Chanter (Amare, Bere e Cantare) non solo non mi stupisce, ma mi sembra quasi inevitabile.
Sacré Resnais!
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