venerdì 21 febbraio 2020

Strangers when we meet

Non so se a voi a volte capita che un film vi chiami.
Che si metta lì davanti a voi e strilli a pieni polmoni: allora, vieni a vedermi??!
A me a volte succede, e con i film più strani.
L’ultimo caso mi è successo la settimana scorsa con un film del 1960, che passava alla Cinémathèque Française (sempre Santa Subito!) nel quadro di una Carte Blanche (che è quando ad un regista o attore o altra persona che lavora nel cinema danno la possibilità di far vedere i film che vuole) della regista francese Axele Ropert.
Strangers when we meet di Richard Quine era uno dei tre film che lei aveva scelto di mostrare.
Ora, non so se riesco proprio a dirvi i motivi per cui questo film mi chiamasse: è stato un misto di intuizione, curiosità e sesto senso vintage. Credevo di conoscere più o meno tutti i film degli anni 50 americani, diciamo almeno quelli più importanti e più famosi, ma questo mi era completamente sfuggito. E ha davvero dell’incredibile.
Aveva tutto per piacermi: l’ambientazione (LA nel 1959), gli attori (Kim Novak in pieno stile Vertigo e Kirk Douglas), la trama (un mélo un po’ alla Douglas Sirk).
E infatti, nonostante non abbia trovato nessun amico disposto a venire con me, nonostante la fredda e piovosa serata di febbraio, e il fatto che la Cinémathèque stia dall’altra parte della città rispetto a me, sono andata a vedere il film e ho scoperto un vero gioiello.
La storia è presto detta: Larry, un architetto free-lance, e Maggie, una casalinga, vivono nello stesso quartiere residenziale di LA. Sono entrambi sposati con prole (due figli nel caso di Larry e uno nel caso di Maggie). E’ proprio grazie al fatto che i figli frequentano la stessa scuola che si vedono per la prima volta. Larry è subito colpito dalla bellezza un po’ di distante di Maggie. Con la scusa di farle vedere il cantiere di una casa che sta costruendo per uno scrittore di successo, Larry e Maggie cominciano a fare conoscenza. Dal frequentarsi a diventare amanti, il passo è breve. Il problema è che si innamorano seriamente l’uno dell’altra e, a quel punto, capiscono di dover prendere una decisione radicale per le loro vite.
Vi dico subito perché questo film è notevolissimo: per la sua modernità.
Su una trama piuttosto trita, si inseriscono infatti elementi che per l’epoca dovevano essere al limite del trasgressivo. Ricordiamoci che qui siamo ancora lontani dal Flower Power e dalle rivoluzioni sessuali, siamo giusto alla fine di uno dei decenni più puritani che l’America abbia prodotto.
In Strangers when we meet un tema importantissimo è il desiderio sessuale femminile.
Kim Novak/Maggie è sposata con un “classico” uomo degli anni 50, uno che si aspetta dalla moglie che se ne stia a casa, gli cresca il figlio, gli faccia trovare pronto in tavola e attenda con pazienza che lui abbia voglia di andare a letto con lei (in questo caso specifico, di pazienza ne deve avere tanta, perché il fanciullo non è esattamente un tipo focoso).
Quando Maggie prova ad affrontare il discorso in maniera diretta, lui trasecola: come osa sua moglie parlargli di un argomento così fuori luogo? Il divario tra il desiderio di lei e la percezione di lui sembra assolutamente insanabile. Nel corso del film verrà alla luce anche un altro episodio che riguarda Maggie e che la dirà lunga sulla disperazione della sua situazione; anche questo un esempio molto “forte” rispetto agli standard dell’epoca.
Ma non voglio troppo spoilerare. 



Kirk Douglas/Larry, invece, rappresenta in qualche modo l’uomo nuovo, moderno, che sa stare al passo con i tempi. Si capisce che anche a lui sta stretto il ruolo di semplice marito, quello che deve portare a casa i soldi per far andare avanti la famiglia, cosa che gli viene costantemente ricordata dalla moglie, una donna bella, intelligente e amorevole, ma fermamente convinta che il marito dovrebbe accettare lavori più lucrativi. A Larry invece preme portare alla luce il suo lato creativo, gli piace l’idea di prendere dei lavori meno importanti ma più interessanti, che gli consentano di esprimere se stesso e i suoi gusti in fatto di architettura. Anche sotto questo punto di vista il film è quasi contemporaneo, e questo discorso sull’arte e quello che può rappresentare è molto ben tradotto dal rapporto tra Larry e lo scrittore per il quale sta progettando la casa, Roger Altar. Personaggio incredibile: un po’ dandy, un po’ cinico, sempre circordato da belle donne piuttosto vanesie, sempre con un bicchiere di super alcoolico in mano, sempre tormentato dai dubbi sul suo talento. L’attore che lo interpreta, Ernie Kovacs, è straordinario (e anche nella vita reale, da quello che ho letto su di lui, incuriosita, subito dopo la visione del film, pare fosse un personaggio decisamente larger than life).
I loro dialoghi sono pieni di humor e doppi sensi ma anche di sincerità e profondità, e portano il film verso strade non banali ed inaspettate, per questo genere di pelicola.
Un altro bellissimo personaggio è quello di Walter Matthau, che qui intepreta un vicino di casa moralista e perbenista che si rivela essere il peggiore degli ipocriti ed il più disgustoso esempio di essere umano.

Infine, ma mi rendo conto che questo è un discorso molto, molto personale, di questo film mi ha sconcertato la bellezza… di tutto! Dalle strade della città, alle macchine, alle case (voglio vivere in quella di Larry e la moglie TUTTA LA VITA), agli oggetti, per non parlare dei vestiti di Kim Novak e persino di quelli di Kirk Douglas (ad un certo punto sfoggia un cardigan rosso da urlo), la meraviglia degli anni 50 appare davanti ai nostri increduli occhi in tutto il suo splendore.

Se la famosa lampada di aladino mi regalasse almeno un desiderio da realizzare, risponderei senza dubbio alcuno che vorrei poter vivere in questo film.
Avendo, come bonus, la possibilità di togliere a Kirk quel bel cardigan rosso...


venerdì 26 luglio 2019

Fleabag

Non so voi, ma io sono sempre stata una persona che adora avere delle ossessioni, che le coltiva, che ne ha bisogno per vivere. 
In generale, si tratta di “magnifiche ossessioni”, essendo legate a film o, in anni più recenti (diciamo da Six Feet Under in poi), a serie TV. Quando ero più giovane credevo che con l’avanzare dell’età questa cosa mi sarebbe passata, che sarei diventata più saggia, che avrei smesso di provare questi entusiasmi colorati e prolungati, durante i quali tutto il resto si annulla, si annacqua, o mi annoia profondamente. Non è andata così. E oggi, all’alba dei miei (favolosi, ça va sans dire) 50 anni, posso tranquillamente affermare che continuo a vivere queste passioni furibonde con lo stesso grado di follia momentanea di quando di anni ne avevo 15 o 20.
Sarà una brutta o una bella cosa? Mi chiedo spesso. Vorrà dire che non riesco a crescere? Che mi rifiuto di diventare più posata? Eh, non lo so, ma dato che non ci posso fare molto, eccomi qui, prendere o lasciare. In questo blog, ai miei lettori ho ciclicamente propinato post entusiasmanti su questo o quel film, questo o quell’attore, questo o quel regista, questa o quella serie. Tutti questi amori si sono negli anni accumulati, si sono allineati uno di fianco all’altro, formando un piccolo e privato pantheon di idoli assoluti.
La felicità che mi procura avere un nuovo, incontenibile entusiasmo, è sempre stata ai primi posti in classifica, nella mia vita. L’unica cosa che forse è cambiata, con lo scorrere del tempo, è la frequenza con cui queste cose accadono. Si è più esigenti, presumo, si è più sicuri dei propri gusti, si riconoscono meglio i propri simili. Ma poi, sempre, arriva il giorno che BOUM!, succede, e allora non ce n’è più per nessuno.
Da tempo leggevo sulla stampa inglese articoli entusiasti su questa ragazza, Phoebe Waller-Bridge, e la serie TV di cui era autrice e protagonista, Fleabag (Sacco di pulci). Ne leggevo ma nessuno intorno a me la stava guardando, o me ne parlava, e allora avevo lasciato correre. Poi pochi mesi fa sul Guardian hanno iniziato a scrivere delle cose pazzesche sulla seconda stagione della serie, culminate in un pezzo in cui, a pochi giorni dalla fine della sua messa in onda, davano delle istruzioni per riuscire a sopravvivere alla fine della stessa.
Il grado di idolatria che sprigionava da questi articoli è suonato come una chiamata alle armi. Una sirena rossa si è messa a lampeggiare: Warning! Warning! nuovo possibile entusiasmo all’orizzonte.
Così mi sono decisa a guardare la prima stagione. 

Non è stato, come molti potrebbero pensare, amore a prima vista. Anzi.
Sono rimasta sconvolta dai primissimi minuti della serie, dalla crudezza con cui Fleabag si mette a nudo, da quella domanda assurda che fa a se stessa e al pubblico (perché la protagonista ha il vezzo di rivolgersi direttamente allo spettatore guardando dritta nella camera da presa) seduta in un caffè, ancora prima del titolo, ancora prima della sigla (che poi non esiste nemmeno, una vera sigla, ti butta lì il titolo con sotto una musica assordante come a dire: e chi se ne importa di quelle belle sigle tutte super design quando ti ho appena fissato dallo schermo per chiedermi/chiederti: Do I have a massive asshole? Letteralmente: Ho un buco del culo enorme?).
Insomma Fleabag è respingente. Non è l’eroina nella quale ti vuoi facilmente identificare, anzi ti mette così a disagio che pensi: oddio, io non sono ASSOLUTAMENTE come lei!
Quindi ho visto i primi due episodi e ho mollato lì. E poi, una sera, non so perché, era Giugno, ho sentito che quella partita non era finita, che anzi doveva ancora iniziare.
Ho guardato tutto di nuovo dall’inizio e ad un certo punto è scattato qualcosa: BANG!, e nel giro di poche ore avevo visto per intero la prima e la seconda serie, senza riuscire a fermarmi (non è un’impresa impossibile, le due stagioni sono composte di 6 episodi ciascuna di circa 20-25 minuti l’uno).
E da allora, niente, c’è un prima e c’è un dopo Fleabag.

Fleabag racconta di una ragazza di circa 30 anni che vive a Londra e gestisce un caffè, che ha una relaziono on/off con un ragazzo gentile ma un po’ bizzarro, che ha un sacco di incontri sessuali con gente ancora più bizzarra, che ha una famiglia composta da padre, nuova compagna del padre (una stronza micidiale interpretata divinamente da Olivia Colman, l'attrice Premio Oscar 2019), sorella e marito della sorella (più figlio acquisito di quest’ultimo), che ha perso da poco la madre e la migliore amica (con la quale aveva aperto il caffè) e che queste due cose la fanno soffrire tantissimo. Fleabag ha uno spiccato sense of humour, molto british e molto trash, ha la capacità di dire tutto quello che pensa nella maniera più indigesta possibile per gli altri (e pure per se stessa), e alla fine della prima stagione sta letteralmente andando in pezzi.
Basato su un one-woman-show che la Waller-Bridge aveva portato al Fringe Festival di Edimburgo qualche anno fa, e che aveva generato tanto entusiasmo da indurre la BBC a chiederle di farne una serie TV, Fleabag era destinato ad essere un esperimento da una stagione sola. Visto il successo, la BBC ha cominciato ad insistere perché la storia di questo sacchetto di pulci avesse un seguito. Dapprima restìa, la Waller-Bridge racconta di avere avuto una vera e propria illuminazione, di aver avuto L’IDEA, e che solo a quel punto ha accettato di far continuare la storia.
Sono poche, ammettiamolo, le serie TV che hanno una seconda stagione più bella della prima. Fleabag fa eccezione.

Se la prima stagione è bellissima, la seconda è straordinaria, anzi di più, è perfetta (e infatti non avrà un seguito, perché sarebbe impossibile concepire una cosa altrettanto geniale, o forse - come lei stessa afferma - si potrà fare tra 20 anni, per vedere che cosa mai avrà combinato questa donna nel frattempo).
Tra la prima e la seconda stagione, nella finzione, è passato poco più di un anno.
Un anno nel quale Fleabag ha cercato di cambiare, di migliorare, di crescere: la relazione on/off è definitivamente terminata, non scopa più in giro, mangia sano, fa sport e il caffè che gestisce ha preso a funzionare. Le cose con la famiglia sono messe un tantino peggio. Con la matrigna non va benissimo e, soprattutto, non parla con la sorella dalla fine della prima stagione.
Il primo episodio di Fleabag 2, io ve lo dico, dovrebbe essere studiato in qualsiasi scuola di sceneggiatura di questo mondo come esempio straordinario di scrittura.
E’ una cena. Una semplice cena di famiglia, dove tutti sono riuniti (in un ristorante), per festeggiare l’avvenimento dell’anno: l’imminente matrimonio tra il padre di Fleabag e l’insopportabile compagna. Finirà in un massacro, metafisico e fisico, ma anche in una cosa totalmente inaspettata, come del resto ci promette Fleabag all’inizio dell’episodio, una scena memorabile in cui, con il volto insanguinato e tumefatto guarda verso la telecamera e annuncia: This is a love story! (Questa è una storia d’amore!).
E ovviamente non poteva che essere una storia d’amore in puro stile Waller-Bridge.
Perché cosa mai ci potrebbe essere di più profondamente déplacé, assurdo, sconveniente e disperante che innamorarsi del prete cattolico che sta per sposare tuo padre?
E dunque eccolo, il personaggio destinato a cambiare tutto, questa figura di cool (but very hot) priest, che fuma, beve (decisamente troppo), è minacciato dalle volpi (una vera ossessione) e dice parolacce che neanche uno scaricatore di porto.
Ma tanto basta.

Lui e Fleabag sullo schermo fanno letteralmente scintille, e il loro rapporto trasfigura entrambi, lì, sotto i nostri occhi increduli, mentre stiamo a metà tra le risate e le lacrime, e il desiderio potente che tutto questo non abbia mai fine. Anche perché, senza quasi darci il tempo di rendercene conto, succede una cosa sconvolgente che non voglio spoilerare ma che è da cascare dalla sedia. Tenetevi forte, questa donna ha la capacità di stupirvi ad ogni scena.  Disseminato di nuovi, meravigliosi personaggi (una psicologa intepretata dalla magnifica Fiona Shaw, una manager intepretata dalla grandiosa Kristin Scott-Thomas, alla quale la Waller-Bridge affida uno dei monologhi femministi più riusciti della storia), Fleabag 2 si snoda ad un ritmo vorticoso, un’idea geniale dietro l’altra, un crescendo di situazioni e assurdità varie, che non lasciano mai la presa, fino alla fine. Che è devastante.
C’è gente che non s’è più ripresa, ve lo giuro (gli attori hanno dovuto girarla almeno tre volte, perché le prime due non facevano altro che piangere).
E capisco perfettamente perché.
Per la parte del prete, Waller-Bridge ha pensato ad un attore non famosissimo, con il quale aveva lavorato 10 anni prima, e il cui carisma inaudito le era rimasto sempre impresso: l’irlandese Andrew Scott. Reputatissimo attore teatrale (il suo Amleto un paio d’anni fa all’Almeida Theatre di Londra ha mandato i critici in visibilio), Scott ha iniziato ad avere un nutrito gruppo di fans soprattutto grazie alla sua interpretazione flamboyante del cattivissimo James Moriarty, la nemesi di Sherlock Holmes nella serie TV Sherlock con Benedict Cumberbatch. Il suo ‘Honey, you should see me in a crown!’ (Dolcezza, mi dovresti vedere con una corona in testa!), ha generato un numero di meme sconsiderati, ed un interesse spasmodico sull’ambiguità sessuale del suo personaggio (diciamo che l’attrazione di Sherlock per lui travarica un po’ il confine dell’eterosessualità). Nella vita reale, Scott è apertamente gay, attivo nel sostegno alla causa LGBT, ma si dichiara felicissimo di interpretare ruoli da etero, come quello che gli ha proposto Waller-Bridge (ha accettato la parte prima che lei scrivesse la sceneggiatura, fidandosi ciecamente del talento dell’amica).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’alchimia tra i due è semplicemente pazzesca e la hotness del prete a rischio infarto. Se pensate che sto esagerando, fidatevi della dichiarazione di un sito porno inglese: la ricerca di film con pratagonisti dei preti sul loro sito è aumentata del 125% dopo la messa in onda di Fleabag 2. E su Twitter, sotto il mitico #hotpriest, sono state dette per settimane le cose più irriverenti che si possano immaginare.

Il problema vero di quando si guarda Fleabag, in effetti, è il dopo.
Perché la serie lascia una sorta di vuoto cosmico che io prima di oggi ho sentito solo alla fine di Six Feet Under e Mad Men, vale a dire delle due esperienze di serie TV che più mi hanno marcato nella vita. Però attenzione, la differenza è abissale, perché quelle due serie avevano rispettivamente 5 e 7 stagioni, con 10-13 puntate a stagione di almeno un'ora ciascuna. Qui no. Il vuoto cosmico è sproporzionato alla durata della serie, ma tant'è.
La prima cosa, la più ovvia, è stata quella di mettersi a rivederne dei lunghi pezzi. Sì, ma poi? E' stato a  quel punto che, in preda alla disperazione, ho scritto uno status sulla mia pagina Facebook alla ricerca di orfani di Fleabag, tra l'altro nel momento peggiore, quello in cui la gente parlava senza sosta della fine di Game of Thrones. Alcune amiche, per fortuna, mi sono venute in soccorso. Noi, felici poche. Noi, manipolo di sorelle (no, dico, cito l'Enrico V di Shakespeare che se lo sapesse Andrew Scott sverrebbe!). E' stato grazie ad una di loro che ho scoperto che in questo periodo Scott era a teatro a Londra, in una pièce di Noël Coward: Present Laughter, all'Old Vic. Inutile dirvi che dopo circa due ore mi ero comprata un biglietto, e mi ero organizzata un week-end a Londra. 
Ma ancora non mi bastava. 
La vera svolta è stata la scoperta, su FB, di FLEABAG - THE OFFICIAL GROUP. 
Ed è lì che la mia vita è cambiata, perché ho scoperto di non essere sola.
Perché c'è sempre il momento semi-serio in cui ti chiedi: ma sarò pazza? Ed è così meraviglioso scoprire che, eventualmente, sei pazza insieme ad altre migliaia di persone sparse ovunque sul globo terracqueo (perché vi assicuro, una delle prime cose che ho letto era un post di questa ragazza che chiedeva: ma di dove siete, gente là fuori? e dalla Nuova Zelanda al Nuovo Messico, passando per Taiwan e l'Islanda, c'era tutto il mondo). Ed è così che da settimane il mio buon umore è assicurato da questo gruppetto assurdo di gente che passa il tempo a scrivere cose che io trovo assolutamente esilaranti. Qui citerò una serie di cose totalmente incomprensibili per chi non ha visto la serie, ma si tratta di gente che parla di guinea pigs, volpi, lattine di G&T, dove trovare portachiavi a forma di scultura di busto di donna, tote bags con la scritta: Hair is everything, Anthony (I capelli sono tutto, Anthony), gente che organizza Fleabags Quiz nei pub di Londra, che intavola conversazioni perché è "Chatty Wednesday", che pone delle domande tipo: Ma cosa fate nel caso in cui i vostri colleghi a cui avete consigliato di vedere la serie vi dicono che non l'hanno amata? E la risposta, inevitabile, è: Devi semplicemente cambiare lavoro, cara! O ancora: Mio marito non ama la serie. Sto preparando le carte per il divorzio! 
Poi ditemi voi se non è buon umore assicurato per il resto della giornata...
Quando sono andata a vedere Andrew Scott a teatro, l'ho aspettato più di un'ora al freddo e al vento insieme ad un folto gruppo di ragazze visibilmente più giovani di me. Abbiamo fatto una foto insieme e quando l'ho postata sulla pagina dell'official group, nel giro di 10 minuti avevo quasi 350 I Like. Potere dell'Hot Priest, e del culto che gli riserviamo. E io mi sono sentita finalmente compresa.
Mi chiedo spesso: come mai le persone amano così tanto questa seconda stagione?
Lasciando da parte le considerazioni ovvie, su quanto sia scritta e interpretata bene, sulla genialità della sceneggiatura, sulle battute meravigliose, penso che l'elemento che fa la differenza siano loro due. E' la loro storia d'amore. Molto banalmente, siamo tutti alla ricerca di qualcuno in grado di vederci per quello che siamo, al di là di ogni apparenza, di ogni sbaglio, di ogni difetto, dei casini che siamo capaci di generare, delle nostre meschinerie, delle piccolezze e delle nostre paure. E questi due si vedono, eccome se si vedono. 
Qualche volta mi chiedo anche: perché non posso vivere come fa tanta gente una vita normale, dove non c'è mai bisogno di andare al cinema, di vedere serie TV, di leggere dei libri? Vite che scorrono lungo i binari dei giorni, non per forza sempre uguali, ma ben ancorate alla realtà, al quotidiano, alle cose da fare, al cibo da cucinare. La risposta è che non lo so. Non lo so perché ho questo bisogno profondo di altro. Di uscire da me. Di adorare l'idea di vivere altre vite. Ma un paio di settimane fa ho visto il nuovo film di Woody Allen e ad un certo punto lui fa pronunciare una frase ad una delle protagoniste che a me è parsa fondamentale e che diceva più o meno così: La vita reale è per quelli che non sanno inventarsi niente di meglio.
Non ne sono sicurissima ma mi piace tantissimo pensarlo.
E se non sono riuscita a farvi venire voglia, dopo tutto questo sproloquio, di correre a vedere Fleabag, allora non sono servita proprio a niente.
E dunque mettetevi pure a guardare qualsiasi altra serie, fate come se niente fosse, io me ne torno dal mio nuovo gruppo di amici a sospirare sulla bellezza del collo di Andrew Scott, mentre parte in sottofondo un doveroso Kyrie Eleison.
Amen!

giovedì 7 dicembre 2017

God's Own Country (Seule la Terre)


Da un paio di mesi non riesco più a trovare il tempo di scrivere sul blog.
Il che non significa che non sia andata al cinema, anzi.
In effetti, per quanto mi riguarda, il 2017 rischia di essere l’anno con il maggior numero di film visti in sala: 91 fino a ieri sera, per la precisione, e il mese non è ancora finito!
Ed è proprio di questo 91° film che vi devo assolutamente parlare.
Una di quelle sorprese inaspettate (ma non più di tanto, perché avevo già letto pareri entusiasti sulla stampa inglese) di fine anno, uno di quei diamanti puri che si mettono a brillare nel buio della cinematografia natalizia, e che ti riconciliano con il mondo nello spazio di due ore.
Sto parlando di God’s Own Country (Seule la Terre è il titolo francese), opera prima (!) del regista-autore-attore Francis Lee.

Francis Lee sul set con l'attore Josh O'Connor (di spalle)


Johnny vive in una fattoria sperduta nelle campagne dello Yorkshire, con il padre Martin, rimasto semi-paralizzato da un ictus, e la nonna (la madre li ha abbandonati molti anni prima, quando Johnny era piccolo).
Per fare alcuni lavori stagionali nei quali Johnny non potrebbe cavarsela da solo, il padre decide di mettere un annuncio per trovare un contadino esterno per una settimana. L’unico a rispondere è Gheorghe, un ragazzo rumeno.
Scorbutico, chiuso, razzista, gran bevitore e incapace di esprimere anche i più elementari dei suoi bisogni, Johnny è costretto a condividere tutto il suo tempo con un ragazzo che è il suo opposto: tranquillo, con un ottimo carattere, e dalla sensibilità evidente. Dopo un inizio piuttosto difficile, i due ragazzi si avvicinano e finiscono per avere una storia. Per Johnny, è la scoperta dell’amore vero. A contatto di Gheorghe, scopre a poco a poco che cosa significa aprirsi agli altri, esprimere la propria sessualità non brutalmente, ed avere speranza nel proprio futuro.

Johnny (Josh O'Connor) e Gheorghe (Alec Secareanu)

God’s Own Country è uno di quei film che ti fanno capire, ancora una volta, e forse una volta per tutte, che i grandi film hanno bisogno di pochissimi elementi, di quasi niente, in effetti.
Qui ci sono, semplicemente, quattro personaggi e la campagna selvaggia dello Yorkshire.
Persino i dialoghi si contano sulle dita di una mano.
La magia sta tutta nell’assistere a questo miracolo che è la nascita di un amore, soprattutto là dove ce lo si sarebbe meno aspettato, e da parte di chi ce lo si sarebbe meno aspettato.
La trasformazione di Johnny ha qualcosa di meraviglioso: prende lui alla sprovvista, tanto quanto prende alla sprovvista lo spettatore. E’ una vera rinascita, che gli apre mondi sconosciuti e un nuovo modo di essere, un cambiamento fisico e mentale di portata straordinaria.
La mano del regista è delicatissima quanto efficace: basta un dito che si avvicina ad una mano per una carezza lievissima, quasi invisibile, per squarciare una corazza costruita in anni di vita. O una scena stupenda che è metafora di tutto il film: Gheorghe che strazia un agnellino morto per togliergli la pelle e metterla su un altro agnellino rimasto senza madre, nella speranza che la madre dell’altro lo allatti. Si passa dalla truculenza alla poesia pura nel giro di pochi minuti, e con una disarmante naturalezza


La bravura degli attori, in questo film, è una cosa da lasciare attoniti.
Dal non mai abbastanza apprezzato Ian Hart, qui nella parte del padre semi-paralizzato, al quale regala una sofferenza sotterranea e tangibile, a tratti davvero straziante, alla sempre incredibile Gemma Jones (tanti se la ricorderanno come la mamma svampitella di Bridget Jones, ma guardatela un po’ qui nella parte della nonna rude ma stra-amorevole e poi ne riparliamo), a quella di questi due giovani attori (Josh O'Connor e Alec Secareanu), ce n’è da riempire casse di premi. Ieri sera dopo il film ho visto delle interviste a O’Connor, e per un attimo ho pensato ad un errore: quel ragazzo che sembrava uscito da Oxford con un gran sorriso e l’aria ipercool NON poteva essere Johnny. E invece sì, ed è quello che succede quando uno è un grande attore: è diventato un altro, al punto che non lo riconosci.

Il padre (Ian Hart)
La nonna (Gemma Jones)
Francis Lee, il regista, è cresciuto in una fattoria in quella stessa campagna, e ha chiesto ai due attori di trascorrere le due settimane precedenti le riprese del film in quegli stessi luoghi, facendo tutti quei lavori che poi avrebbero dovuto fare davanti alla telecamera, senza controfigure (nascite di vitelli e taglio di zampe di agnellini morti compresi!). 
Ma ha avuto ragione, perché la naturalezza dei loro gesti, mista ad una dose di stupore nei confronti della natura e degli animali, è parte integrante della bellezza di questo film.
 
Se volete ritrovare fiducia nel genere umano, l’unico film di Natale possibile è proprio questo qui: Johnny e Gheorghe sono più veri e poetici dei cowboys di Brokeback Mountain, più teneri dell’orsetto Paddington e più innamorati del Principe Harry e di Meghan Markle.
Più che il film di Natale, a pensarci bene, questo è il film dell'anno.


 
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