martedì 21 ottobre 2014

Come se fosse ieri

Il 21 Ottobre 1984, a Parigi, era una domenica fredda e piovosa.
Non c'ero, ma l'ho letto tante volte. Era una giornata grigia e triste, la più triste di tutte, in effetti, perché era il giorno della morte di François Truffaut.
Trent'anni sono un tempo lunghissimo, per qualcuno che se n'è andato.
Eppure sembra essere ieri, nel caso di Truffaut.
I suoi film, la sua poetica, le sue passioni, tutto è ancora così presente, la sua influenza è tale, ancora oggi, sul cinema, che sembra quasi non se ne sia mai andato. 
Ogni anno, in questo giorno, cerco di andarlo a trovare al cimitero di Montmarte (10 minuti a piedi da casa mia, no, per dire, a volte, i posti in cui ci si ritrova a vivere).
Oggi, più di ogni altro anno, volevo andarci. 
Ma i casi della vita hanno voluto che fossi in viaggio e che tornassi a casa solo a metà pomeriggio.
Alle quattro, ho telefonato al cimitero, perché non ricordavo a che ora chiudesse.
Mi ha risposto un signore dalla voce gentile, in sottofondo si sentiva una campanella che squillava senza sosta: "Il cimitero di solito chiude alle 18, ma oggi purtroppo stiamo già chiudendo". Io, incredula: "Come sarebbe state già chiudendo? Per quale motivo?".
"C'è un allarme tempesta, e il comune ci fa chiudere prima..."
"No, ma non è possibile. E non riaprite più?"
Silenzio perplesso, dall'altra parte della cornetta.
"No, signorina, non riapriamo più".
Mi sono immaginata la tomba nera di Truffaut sotto la pioggia, la scritta 1932-1984 lucidata dalle gocce, gli alberi ondeggianti al vento riflessi nel marmo scuro. E nessuno intorno. 
Ho avuto un momento di panico, di tristezza infinita.
Mi sarei quasi precipitata fuori nella speranza di riuscire a trovare ancora il cancello aperto.
Ma poi ho alzato gli occhi e ho visto la faccia di Truffaut sul poster della sua mostra alla Cinémathèque (l'ho appeso alla porta di casa), quella in cui ride tenendo le dita sulle orecchie.
Non ho potuto fare a meno di ridere anch'io.
Ma guarda in che stato sono per colpa tua, François! Ma si può?
La risposta è sì, si può. 
Perché mi manca. 
Mi mancherà sempre.

Effetto Notte by Zazie from Zazie from Paris on Vimeo.

Questo video l'avevo preparato per il 25° anniversario della morte di Truffaut, ma ho pensato di riproporlo perché ci sono molto affezionata: è un mio personale omaggio alla scena in cui il regista Ferrand ne La Nuit Américaine tira fuori da una scatola dei libri sul cinema, che poi erano quelli amati da Truffaut nella vita, con in sottofondo la musica di Georges Delerue. 
Un effetto notte versione Zazie, insomma. Spero vi piaccia, cari lettori!

lunedì 20 ottobre 2014

L'Expo Truffaut

Avete presente la colonnina delle "Etichette" che sta in basso a destra?
E' il posto dove vengono segnalati tutti i nomi che cito, e quante volte li ho citati dalla creazione del blog ad oggi. Maggiore è il numero di citazioni, più grande è il nome.
Provate ad indovinare chi stravince? Chi è l'uomo il cui nome sta scritto a lettere cubitali in questo blog (e nel mio cuore)?
Vi aiuto: francese, regista, precursore, appassionato, indimenticabile.
In una parola, François Truffaut.
Non c'è quindi bisogno di spiegarvi la mia felicità quando ho letto che la Cinémathèque Française stava preparando una mostra a lui interamente dedicata in occasione del 30° anniversario della sua (ahimè precocissima) morte, avvenuta il 21 Ottobre 1984.
L'evento più importante del 2014 ha preso il via l'8 Ottobre e terminerà il 25 Gennaio 2015, per cui, se state pensando di farvi un giretto a Parigi, mi sembra il caso che compriate i biglietti al più presto. 
Cronologica e allo stesso tempo tematica, la mostra ha potuto contare su centinaia di documenti (alcuni inediti) provenienti dal Fondo Truffaut che Madeleine Morgenstein (ex-moglie del regista) e le figlie Laura, Eva e Josephine (quest'ultima avuta dall'attrice Fanny Ardant) hanno deciso di affidare alla Cinémathèque stessa.
Il risultato è una mostra ricca, interessante ed originale che potrà soddisfare tutti i gusti: quelli dei fans più sfegatati e quelli di quanti vogliono farsi un'idea più precisa del cinema e del personaggio Truffaut.
Figlio non voluto né amato, Truffaut ha avuto un'infanzia difficile e tormentata, nella quale ha però la fortuna di scoprire le sue due grandi passioni: la letteratura (per disturbare il meno possibile la madre leggeva per ore libri stando immobile) e il cinema (invece di andare a scuola, scappava nelle sale buie insieme al suo amico Lachenay). La prima parte della mostra è piena di lettere tra i due amici, foto della sua infanzia, libretti in cui segnava i film che andava a vedere (quando ho letto di una sua visione al Ciné Studio 28, il cinema di fianco casa mia, ho avuto un attimo di commozione pura). Alcuni documenti sono tenerissimi, come la nota scritta dalla maestra ai genitori di Lachenay, in cui si lamentano del fatto che il bambino non è andato a scuola aggiungendo a mano una piccola postilla: Credo che l'alunno sia in giro con il suo compagno Truffaut...:
Salvato dal carcere militare (aveva firmato per andare in Indocina) da quello che sarà per lui un vero padre, il critico cinematografico André Bazin, Truffaut inizia a recensire film su alcune riviste, per poi approdare ai Cahiers du Cinéma, quella che ancora oggi viene considerata la più influente pubblicazione cinematografica mondiale. E' lì che Truffaut incontra quelli che diventeranno i registi della Nouvelle Vague: una banda di mezzi matti che passano le loro giornate al cinema, per poi scriverne, e infine passare dietro la macchina da presa. Nella mostra è stata ricostruita "l'ambience cahiers": le pareti piene di dive del cinema, il magnetofono con cui registravano le interviste ai loro registi preferiti, la macchina da scrivere che usavano per stroncare o incensare i film, le famose copertine gialle:
Claude Chabrol e Jean-Luc Godard nella sede storica dei Cahiers
Dopo un corto-metraggio che ottiene un discreto successo, Les Mistons, Truffaut passa al lungometraggio con Les 400 Coups. Il resto, oso dire, è storia: l'appassionato critico cinematografico, amato/odiato per le sue veementi recensioni, vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1959. La sua carriera è lanciata. Dal 1959 al 1983, Truffaut dirigerà 21 film, alcuni saranno un grande successo commerciale e di critica, altri saranno snobbati dal pubblico, altri snobbati dalla critica, ma lui andrà avanti per la sua strada, senza voltarsi mai indietro. Se lo può permettere perché ha avuto la brillante idea di creare da subito la sua casa di produzione cinematografica, Les Films du Carrosse (in omaggio al film La Carrosse d'Or di Jean Renoir), un sostegno certo e sicuro. La grande sorpresa di questa mostra, devo confessarlo, è stata la riproduzione fedele dell'ufficio di Truffaut ai Carrosse. Alla vista dei suoi libri, della sua collezione di Tour Effeil, delle sue foto, della sua scrivania, ho avuto un vero colpo al cuore. E la sua voce che usciva da un cassetto mi ha stesa definitivamente:
In questa mostra sono tanti gli oggetti che mi hanno fatto una grande tenerezza: lo stereo, la radio e la sveglia di Antoine Doinel in Antoine et Colette, il tubo della posta pneumatica di Baisers Volés, le sigarette della Sirène du Mississippi, il vestito della Deneuve in Le Dernier Métro, e tutte le copie dei libri e delle sceneggiature con gli appunti di Truffaut:
L'organizzatrice nata che è in me ha giubilato di fronte alla ricostruzione del suo archivio.
Guardate qua che meraviglia, e tutto così in ordine!
La mostra è completata da video con interviste ai più stretti collaboratori di Truffaut e da una sezione dedicata all'aspetto "internazionale" della sua opera: l'Oscar a La Nuit Américaine, la sua esperienza come attore per Spielberg (Close Encounters of the Third Kind), la sua lunga intervista a Hitchcock (che ha dato vita al libro-capolavoro Il cinema secondo Hitchcok). Conclude il percorso un divertente filmato ispirato e dedicato a Truffaut con protagonisti giovani attori ed attrici francesi considerati "truffautiani".
Se poi, a fine percorso, siete stanchi e volete rifocillarvi un po', il ristorante della Cinémathèque vi accoglie con un Truffaut-Touch:
Insomma non so se ho reso l'idea della gioia di vedere una mostra così: l'ho visitata due volte nel giro di quattro giorni, e ovviamente non mancherò di tornarci. Senza contare che l'evento si accompagna ad altre importanti iniziative legate a Truffaut: riedizione in DVD di tutto il suo cinema, nuova collezione di CD con tutte le sue colonne sonore, l'uscita al cinema (spesso in versione restaurata) di molti suoi film. Il sito della Cinémathèque, poi, ha fatto meraviglie: date un'occhiata al diario virtuale di Truffaut (Truffaut par Truffaut), è una vera delizia!

Truffaut è l'uomo che amo di più al mondo, quello che mi manca di più, a cui penso più spesso e a cui vorrei poter telefonare la sera, solo per il gusto di sentire ancora una volta la sua bellissima voce.
Come ha scritto Henri-Pierre Roché in Jules et Jim: si ama interamente solo per un attimo. 
Quell'attimo, nel caso di Truffaut, ritorna sempre. 

sabato 11 ottobre 2014

3 Coeurs (e una capanna)

E va bene, ammettiamolo. 
Da quando vivo a Parigi (ormai 8 anni), ho sviluppato un sottile ma pervicace odio per un certo tipo di film. Quello, definiamolo così, "alla parigina". 
Quel genere di storie di cui potrebbe fregare qualcosa solo agli abitanti del 15° e 16° arrondissement di questa città, il cui problema più grave è quello di trovare un taxi quando piove, o che finiscano le ostriche alla Grand Epicérie del Bon Marché, dove tutti i protagonisti hanno l'aria annoiata (perché, capite bene, noi sì che saremmo per trovare il senso vero della vita, e invece ci tocca stare qua insieme a voi che avete preoccupazioni prosaiche come fare la spesa), dove le donne vestono solo Zadig & Voltaire, e dove gli uomini non devono chiedere mai (ci mancherebbe).
Ecco, non ne posso proprio più, di questi film qua. E mi chiedo come faccia 'sta gente a trovare i soldi per produrre certe cazzate intellettualoidi e prive di senso, mascherate da opere di grande spessore e grande sostanza.
Questa settimana ho fatto una cosa davvero stupida: ho recuperato un film che credevo fosse se non bello almeno interessante, e sono stata punita con la bufala dell'anno: 3 Coeurs di Benoît Jacquot.
Sylvie (Charlotte Gainsbourg) e Marc (Benoît Poelvoorde)
Marc Beaulieu è un ispettore delle tasse (e già parte male) che una sera perde l'ultimo treno per Parigi (son problemi) ed è costretto a rimanere per la notte in una città di provincia. E' qui che incontra per caso Sylvie, con cui trascorre la notte a camminare e parlare. Senza scambiarsi né nomi né numeri di telefono, i due si danno appuntamento per la settimana successiva a Parigi. Marc è però colpito da un principio di infarto, e non può raggiungere Sylvie. La donna, a quel punto, decide di accettare la proposta del compagno (con il quale le cose vanno maluccio) di andare a vivere negli Stati Uniti. 
Poco tempo dopo, Marc conosce per caso un'altra donna, Sophie, con la quale inizia una storia. Le cose si fanno serie e decidono di sposarsi, ma è a quel punto che Marc scopre che Sylvie e Sophie sono sorelle. Ahi ahi...
Sophie (Chiara Mastroianni) e Marc (Benoît Poelvoorde)
In questo film, credetemi, non c'è una singola cosa che funzioni.
Intanto, è scritto malissimo: i dialoghi sono sempre un po' al limite del ridicolo, gli avvenimenti davvero poco credibili (e non è che io voglia la verosimiglianza a tutti i costi, anzi, ma è semplicemente assurdo credere che Marc si renda conto chi è la sorella di Sophie dopo mesi che la conosce), i personaggi sono mal definiti, pochissimo simpatici, banali, spesso irritanti, e gli attori sono diretti con i piedi. Una delle ragioni per cui volevo vedere questo film, lo confesso, era la presenza dell'attore Benoît Poelvoorde, per il quale nutro una certa adorazione, e l'ho trovato pessimo. Vi assicuro, in realtà è un ottimo attore, ma non so come a qualcuno possa venire in mente di fargli fare una parte del genere: non ha la faccia per un ruolo così, e se un regista vuole tentare una cosa nuova, deve essere capace di guidarlo, non lasciarlo lì a fare la figura dell'imbecille. Charlotte Gainsbourg fa... Charlotte Gainsbourg: la donna con l'espressione perennemente corrucciata (su, dai, un sorriso, una volta nella vita), vestita - su un film che copre anni interi - sempre allo stesso modo (reggiseno nero sotto la camicia bianca, tra l'altro una delle cose meno eleganti e belle da vedere che esista al mondo). Chiara Mastroianni (un po' monocorde) e sua mamma Catherine (Deneuve), sono anche bravine ma non riescono a risollevare un film che corre inesorabile verso il baratro. 
Sì, anche noi vorremmo dare delle capocciate al muro...
Ma soprattutto mi ha irritato questo tono che il regista vuole imporre alla pellicola sin dall'inizio, questa pretesa da film d'autore (no, Benoît, ho dato un'occhiata alla tua filmografia e mi dispiace deluderti: hai fatto un paio di film decenti ma questo è tutto, gli autori veri sono altri), questa finta pretesa da film intellettuale ma anche passionale (non ho MAI visto delle scene di sesso più penose di quelle tra Marc e Sophie... meccaniche, scontate, prive della benché minima sensualità e anche prive di fantasia: ce n'erano almeno tre e tutte rigorosamente nella posizione del missionario, sia mai che a qualcuno del 16° venga l'idea che la donna può stare sopra!), di grande potenza emozionale (sì, pari ad un pomeriggio passato a farsi la pedicure), di conflitto umano e morale che voi spettatori che prendete il métro tutti i giorni manco ve lo sognate, eh?  
Le sorelle e la mamma (Catherine Deneuve)
A metà film, dal nulla, senza preavviso alcuno, parte una voce off (eh?? cosa?? come??) che poi sparisce nel giro di tre scene. Mah... Si vede che il regista ha letto da qualche parte che mettere la voce off fa molto intéllo, e quindi non voleva farsi scappare l'occasione. E vi tralascio i commenti sul finale perché non vorrei fare spoiler, ma soprattutto vorrei tenervi lontano dalle droghe (mi stava per partire un urlo tipo Tarzan con le liane nel mezzo della foresta).
Non chiedetemi come, ma ho scoperto che qualcuno ha avuto il coraggio di selezionare questo film in competizione all'ultimo Festival di Venezia.
Questo, e il fatto che Dolan abbia vinto solo il Prix du Jury al Festival di Cannes, mi sembrano le più grandi ingiustizie cinematografiche dell'anno.
Fate voi.

giovedì 9 ottobre 2014

L'élan Dolan

Vi sono già capitati quei momenti di corto-circuito emozionale dove non si sa più da che parte voltarsi talmente si è esaltati da qualcosa ? 
A me sta succedendo ADESSO!
Nel giro di pochi giorni, ho visto il film più speciale dell’anno (Mommy), e visitato la mostra che aspettavo da tutta la vita (quella su Truffaut alla Cinémathèque, presto un post sull’evento, ça va sans dire...). Ma la cosa più buffa è che, per una volta, mi pare che il mondo intorno a me stia vivendo lo stesso delirio. Non riesco quasi a stare dietro a tutti i giornali e le riviste che hanno in copertina, a turno, Dolan e Truffaut.
Dolan in copertina dei Cahiers du Cinéma, poi, è il corto-circuito assoluto: uno dei registi che adoro in copertina della rivista sulla quale scriveva il mio regista di culto.
Roba veramente da perdere la testa:

Ma in fondo, adesso che ci penso, non è poi così strano.
Questi due hanno parecchio in comune: infanzia/adolescenza scapestrate, ossessione giovanile per il cinema, desiderio assoluto di fare film, di farli a modo loro, amore smisurato per le storie, per gli attori e pure per le donne (benché uno fosse smisuratamente etero e l'altro smisuratamente gay). 
E di sicuro a nessuno dei due, pur facendo film totalmente diversi, piaceva/piace quel cinema freddo, o peggio stitico, meschino, senza slancio, deprimente perché privo di speranza e di furore, che purtroppo imperversa sempre, e non si sa come riesce sempre ad essere prodotto.
Loro facevano/fanno film difettosi ma vivi, popolari ed intelligenti, pieni di rischi, di passione, di canzonette (Céline Dion sta a Dolan quanto Charles Trenet stava a Truffaut), di ralentis, di gente che legge le lettere piantandosi davanti allo schermo. E, soprattutto, volevano/vogliono che alla fine del film lo spettatore si senta stordito, inebriato, sconvolto, che rimanga un attimo sospeso immobile sul marciapiede, fuori dal cinema, chiedendosi: ma dove sono??!
Quindi, che le loro foto siano insieme ed ovunque nei chioschi di giornali, tutto sommato, mi sembra più che naturale.  
Settimana scorsa, all’anteprima di Mommy all’UGC Les Halles, è stato bello sentire nella sala la mia stessa impazienza, il mio stesso entusiasmo pre-visione. 
Il pubblico (i biglietti sono andati esauriti nel giro di poche ore) era composto in parte da ventenni esaltatissimi che si sono buttati sulle prime file (io pure, nonostante l’età, ho guadagnato la terza fila!), e in parte da gente più matura che però, si capiva, non vedeva l’ora di scatenarsi come i giovanissimi.
Alla fine del film, quando hanno annunciato l’arrivo di Dolan e dell’attore Antoine-Olivier Pilon (azzardo: la versione moderna di Truffaut/Léaud? mah... chissà...), tutti quanti, come una cosa sola, ancora sotto l’effetto inebriante di Mommy, ci siamo alzati per una sacrosanta standing-ovation:

Spesso si cerca di dipengere Dolan come un ragazzetto viziato e presuntuoso.
Sarà, ma sinceramente quello che si è presentato quella sera davanti a noi, era un tipo di 25 anni visibilmente commosso di vedere in piedi una sala di centinaia di persone nel cuore di Parigi, capace di godersi il calore della gente senza bisogno di nascondersi dietro una timidezza che non ha (ma da quando la timidezza è una virtù in sé?) e che si è poi prestato con grande intelligenza, gentilezza ed ironia alle domande del pubblico. 
Io ero lì che lo ascoltavo e mi beavo. 
Sarà stupido, ma mi sentivo estremamente orgogliosa. Orgogliosa di averlo seguito e apprezzato fin dal primo film, orgogliosa di avergli dato dei soldi per produrre un film, e orgogliosa del suo meritatissimo successo. Proprio come se - lo ammetto - fossi un po' la sua mommy!

domenica 5 ottobre 2014

Mommy

There is no middle way when it comes to québécois director Xavier Dolan.
You can take it or you can leave it, but you can't simply stay there uncertain, hesitant.
Uncertainty is not something contemplated in Dolan's world.
The guy is self-confident enough to have his ideas, his stories to tell, his way of telling them, and the guts to cry them aloud (and clear). So I prevent you: if you're not in the mood for strong, emotional and stylish stories, stay away from Dolan's cinema.
Zazie is, as everybody knows, an inconditionnelle of this fella, since the very beginning.
The other night, at the UGC Les Halles, Zazie was lucky enough to see the avant-première of his last work to date, Mommy, Prix du Jury at the last Cannes Film Festival (and out in French cinemas on October 8). Le bonheur était dans le pré...
Montreal, 2015. Steve is a 15 years old guy suffering of ADHD (attention deficit hyperactivity disorder). When he sets on fire part of the school he has been putting in as a difficult kid, the institution decides to get rid of him. Too dangerous. The only option left is to get back to his mum, Diane "Die" Duprès, a pretty unconventional mother. She's a widow, she has recently lost his job, and the idea of having back her volcanic child is not exactly what she has in mind. When she realizes that in front of her house lives Kyla, a young teacher who's not working for some unspecified problems, she asks her for some help in taking care of Steve. Life with the guy is a true roller-coster: the passage from joy to desperation, from calm to storm, is easily overstepped. The three will have their good and bad moments, until the time comes for the inevitable big decisions.
As always in Dolan's movie, what strikes me most is the urgency, the sense of "I-do-this-movie-or-I-die" that dominates every single fiber of the film. This is one of the finest quality a director could have. The importance of what he has to say is stronger than the fear of failing at it, of not being able to keep up with his aim. But there is no risk, with Dolan. He is always aiming high, higher than you can think of, bolder than you can imagine. 
You seat there, trying to overcome your feelings, because you've just been moved to tears by a scene with a Céline Dion (!!!) song, when the guy has already prepared for you the most improbable karaoke on Bocelli's Vivo per LeiClearly enough, it is very hard to keep up with Dolan's imagination.
And this is exactly why I love him so much. Wonders are just behind the corner (and here, believe me, there are many wonders). And even if he is telling us the most tragic story of all, about poor, problematic, beaten by life people, he never forgets to express this in the most stylish, the most colorful, spectacular way. Because desperation doesn't need to look ugly to be deep and real.
Dolan goes back, in Mommy, to one of his favorite themes, the relationship between a mother and her teenage child, the difficulties of expressing love, of finding a way to process feelings and canalize rage, that was already at the heart of his first feature (J'ai tué ma mère, Caméra d'Or at the Cannes Film Festival in 2009). Both have many autobiographic elements, which is probably why they sound so right in their juvenile, impetuos expression, and in both movies the mother has been played by the same, incredible actress, Anne Dorval. At her side, as Kyla, another constant and luminous presence of Dolan's cinema, Suzanne Clément. Their performances are so outstanding that it is hard to find the right words to describe them. In the role of Steve, the super talented and super young Antoine-Olivier Pilon, who already worked with Dolan on the controversial video for the Indochine song, College Boy. The three actors speak in a strong québécois idiom, which is unintelligible to both French and English audiences (Dolan, ça va sans dire, took also care of the subtitles translation in both languages!). 
Filmed in a squared format, to stay closer to the characters and to create a sense of oppression, Mommy has the intensity and the emotional impact of the finest works of art. 
In the most unforgettable moment of the movie, with a simple, almost childish gesture, Dolan teaches us that there is no limit to what we can be able to do and, consequently, to what cinema can do for us.
This is why Mommy is the most powerful and amazing movie of the year.
Skeptics about Dolan, you'll be proven wrong. I swear. 

martedì 30 settembre 2014

Five Easy Pieces

Le Blog de Zazie turns 5 years old this month and I would like to celebrate with you, dear readers, this important birthday.
Rumours say that blogs are dead nowadays, and when I read this, I always feel extremely sad: I’m not tired of going to the movies, I’m not tired of seeing life through cinema lens and I’m not tired of writing about it.
I hope you’re not tired (yet!) of reading my blog… because blogs are maybe dead, but the one of Zazie is alive and kicking, and ready for new adventures!
Come on board, guys…
(I only hope not to receive the same kind of birthday presents that Divine got in Pink Flamingos!!!)

domenica 21 settembre 2014

Mai più senza

In questi giorni i muri di Facebook sono invasi da lunghe liste di film, libri, album e serie Tv preferite. Anche a Zazie tanti amici hanno chiesto di compilare queste fatidiche top 10. 
Io però, finora, non ho risposto a nessuno invito (e mi scuso qui pubblicamente). 
La verità è che mai nella vita riuscirei a stilare la classifica dei miei 10 film preferiti (10? solo??!), e pure con i libri e gli album avrei delle serie difficoltà. Dovrei compiere scelte e rinunce con tale spargimento di sangue e tali spasmi di dolore, che preferisco evitare in partenza.
Però mi sono detta che in fondo, per le serie TV, forse ce la potevo fare. Sarà che sono un fenomeno relativamente recente, mi sembrava di avere meno cose tra cui scegliere.
Sarebbe bello potervi dire che ho visto tutte le serie TV che "contano", ma non è così. E, addirittura, non sono mai riuscita a vederne due che vengono considerate dal mondo intero capolavori assoluti: The Wire e Breaking Bad. Ci ho provato, ma non sono riuscita "ad entrarci", come si dice. Che volete farci, le serie TV sono una questione molto personale, la gioia scatta o non scatta, si entra nel tunnel o non si entra. La bravura e la bellezza non c'entrano. Mi dico che un giorno ci riproverò, e allora forse scatterà la scintilla. 
Ma per il momento, cari lettori, this is it!

10 - QUEER AS FOLK British Version (1999-2000)
Nel momento di massimo splendore del politically correct, nel periodo in cui i personaggi gay cominciavano timidamente ad apparire in film e telefilm ma, per carità, soprattutto che siano tanto carini e sensibili, ecco comparire sulla scena lui: Stuart Alan Jones. 
Bello, gay, strafottente, e soprattutto stronzo. Evviva.
9 - LES REVENANTS (2012 - )
Ebbene sì, i francesi non solo hanno inventato la baguette, lo champagne e la Nouvelle Vague, ma sono bravissimi anche a fare serie TV!
L'idea dei morti che tornano tra i vivi non da zombie ma da persone normali, uguali a quando erano scomparsi, è tanto semplice quanto potente. Tutto funziona, in questa serie: l'atmosfera, gli attori, le storie. Aspetto la seconda stagione con trepidazione ed impazienza. 
Che cosa succederà al nostro piccolo Victor?
8 - DOWNTON ABBEY (2010 - )
Lo so, dopo un paio di stagioni da urlo, tanti dicono che Downton Abbey sia diventata, col tempo, una soap opera di livello non proprio eccelso. Se ne può discutere, sono pure pronta a dare ragione ai detrattori su alcune cose, ma la verità è che poche cose al mondo mi hanno dato piacere come guardare questa moderna versione di Upstairs, Downstairs
God Save the Queen, ma soprattutto Maggie Smith!
7 - DEXTER (2006 - 2013)
E' vero, il finale è insulso, orribile ed imperdonabile, ma che ci volete fare?
Io a Dexter sono affezionata in maniera viscerale. Perché per le serie TV vale un po' quello che vale nella vita: a volte è ai personaggi più bizzarri che ci sentiamo più vicini.  
Per me la quinta stagione, quella di Lumen, ha significato molto: anche i serial killers, in fondo, hanno un'anima.
6 - THE OFFICE British version (2001 - 2003)
Non mi sono mai sentita tanto a disagio e non ho mai riso tanto come guardando The Office. Ricky Gervais ha il dono di mostrare il peggio dell'essere umano in maniera assolutamente irresistibile. Una pietra miliare della TV inglese. Imperdibile.
5 - TOP OF THE LAKE (2013)
Non c'è niente di più impressionante, per me, di qualcuno che riesce, attraverso le immagini, ad appiccicarti addosso una sensazione, un malessere, un disagio, una paura. Jane Campion ha saputo creare un universo, in Top of the Lake, che io non dimenticherò mai. Senza contare che le donne, come le fa vedere lei, non le fa vedere nessuno. Così vive, problematiche, paurose, potenti, assolute. In una parola: indimenticabili.
4 - LIFE ON MARS British version (2006 - 2007)
L'ho già scritto una volta, in questo blog: Life on Mars mi ha salvato la vita. E non è una frase ad effetto, credetemi. Mi sono buttata su questa serie TV come ci si butta su una scatola di psicofarmaci. E ha funzionato. La storia di un poliziotto di Manchester che fa un incidente e si ritrova nel 1973. Tutto qui. Semplice e geniale. La serie Tv giusta al momento giusto. Di medicine non ce n'è stato bisogno, love.
3 - IN TREATMENT (2008 - 2011)
Chi l'avrebbe mai detto: mezz'ora in cui l'unica cosa che si vede è uno psicologo e un paziente che si parlano, e una delle esperienze più coinvolgenti della mia vita. Non credo di essermi mai ripresa dall'annuncio che non ci sarebbe stata una quarta stagione. Perché quando il terapista è Gabriel Byrne, vi assicuro, poi diventa difficile farne a meno.
E non credo ci sia bisogno di scomodare Freud per spiegarvene la ragione.
2 - SIX FEET UNDER (2001 - 2005)
La madre di tutte le serie TV, per quanto mi riguarda. 
Mai avrei creduto possibile sviluppare un tale affetto per una famiglia di becchini di Los Angeles. Eppure. I Fisher hanno saputo parlare in maniera nuova, moderna e profonda a tantissime persone. Noi li abbiamo seguiti, li abbiamo capiti, li abbiamo amati. 
Se esiste un vero "Mai più senza", nella mia vita, è dedicato a loro.
1 - MAD MEN (2007 - )
Che volete che vi dica? C'è un prima e c'è un dopo. 
La serie TV di riferimento. La perfezione quasi assoluta. 
La magica ricostruzione di un mondo che diventa più concreto e moderno di quello vero, tracce di vita che diventano lo specchio della storia che cambia, dell'innocenza perduta, e la creazione di un personaggio, quello di Don Draper, che resta un mistero dall'inizio alla fine. Una serie TV che fa male, ma con una tale eleganza, un tale stile! 
La primavera 2015 ci regalerà l'ultima stagione: The End of an Era (potete scommetterci!).
Un Old Fashioned non avrà MAI più lo stesso sapore. 
Finché siamo ancora in tempo, meglio ordinarne due.

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