venerdì 22 aprile 2016

Tokyo Monogatari (again!)


Few weeks after the Paris attacks, when I was feeling extremely sad (and pretty lost), I started thinking about something that could REALLY cheer me up.
The first idea was to get married to Michael Fassbender.
Yes, well… easy to think but more difficult to have it, so I decided to go for the second idea: planning to visit as soon as possible the place I love most on this planet.
This is how I bought a round-trip ticket to Tokyo and, I’m happy to announce it, my plane is taking off tomorrow.
So, dear readers, even if I’m sure I’m going to have some amazing cinematic adventures in Japan, I’m not too sure I’ll have the time to write about it before two weeks and I wanted to prevent you about my absence.
Because I know you can’t live without reading my blog!!! (this is why I love you so much).
Well, be patient and try to resist: Zazie will be back soon.
In the meantime, you can always read my previous Japanese posts….
OZU'S MEMORIES
A DINNER WITH KUROSAWA
UNA BLOGGER ITALIANA A PARIGI... E TOKYO!
MY OWN PRIVATE JAPAN
IL SILENZIO SUL MARE

さようなら!
Zazie


martedì 19 aprile 2016

In memory of Ronit Elkabetz

Photo Credit by Le Monde
I am really shocked by the news of Ronit Elkabetz’s death.
Only 51 years old, this actress and film-maker from Israel was an intelligent, powerful, strong, interesting, beautiful woman who had still so much to give to cinema and life. 

This is utterly unfair.
I have fallen in love with her watching the movie Les mains libres by Brigitte Sy (2010) and I was absolutely crazy about the three movies she wrote and directed with her brother Schlomi, in particular about Gett, The Trial of Viviane Amsalem, one of the best films of 2014.
Very recently, she was on Arte in the TV series Trepalium, where she was playing a cold, badass and super elegant Prime Minister.
That low and sexy voice, that burning black eyes, that long black hair… She was amazing.
I thought, once again, how much I loved her and how much we needed women like her in this world.
It really, really sucks that she is not with us anymore.



venerdì 15 aprile 2016

Cannes 2016

A caldo sulla competizione del Festival di Cannes 2016.
Felice che ci siano (almeno!) tre donne: la francese Nicole Garcia, la britannica Andrea Arnold (che adoro!) e la tedesca Maren Ade (produttrice dei film di Miguel Gomes, quindi stiamo tranquilli).

Felice per Jim Jarmusch, i Fratelli Dardenne, Brillante Mendoza, Ken Loach, Olivier Assayas, Cristian Mungiu e Alain Guiraudie (il regista di L’inconnu du Lac). 
Stra-felice, e che ve lo dico a fare, per Pedro Almodovar, Nicolas Winding Refn e... Xavier Dolan!!! 
Resto invece freddina, lo ammetto, su Sean Penn, Jeff Nichols e Bruno Dumont
In ogni caso, che vinca il (la) migliore!

venerdì 8 aprile 2016

Girls just want to have fun

Questa settimana ho visto due film totalmente diversi tra loro (oserei dire agli antipodi) ma che hanno in comune di avere come protagoniste due figure di donne complesse e bellissime delle quali bisogna assolutamente parlare.
E’ anche un momento in cui ho voglia, come sempre più spesso mi accade, di parlare di film minori, distribuiti in poche copie, mentre là fuori nel mondo impazzano dibattiti di cui mi frega davvero poco, tipo la rappresentazione fedele (o meno) dei supereroi in Batman v Superman: Dawn of Justice. Che poi che ci sarà mai da dire su un film di una bruttezza rara e che andrebbe tagliato di circa 2 ore e 25 minuti, cioé di tutto il tempo in cui non compare Jeremy Irons nel ruolo di Alfred, il butler di Batman? Mah... Misteri...  

Parliamo piuttosto di queste donne!
Sunset Song di Terence Davies (UK)
Che bello pensare che al mondo ci sia un regista come Terence Davies. Lo adoro.
Ha iniziato a fare film alla fine degli anni ’70 (è nato a Liverpool nel ’45) e, nonostante tratti temi che definire poco allegri è un eufemismo (un critico una volta ha scritto che al suo confronto Bergman sembrava Jerry Lewis), nonostante abbia uno stile assolutamente particolare, nonostante a volte ci siano solo canzoni e pochissimi dialoghi nei suoi film, è miracolosamente riuscito a farsi spazio, con 12 opere, nel panorama del cinema britannico contemporaneo.
Devastato, per sua stessa ammissione, dalla religione cattolica, schiacciato dal senso di colpa per essere omosessuale, Davies è stato cresciuto in una famiglia dove il padre violento e ubriacone ha fatto di tutto per rovinare la vita alla moglie e ai figli, e si può dire che questo sia il tema di tutti i film del regista (in particolare di quel capolavoro assoluto che è Distant Voices, Still Lives). 

Nel suo cinema gli uomini sono sempre rappresentati al peggio. Quando non sono esseri brutali, restano comunque crudeli, egoisti e superficiali, mentre le donne risplendono di una luce speciale, di una forza ciclopica, esseri straordinari che non si lasciano abbattere dalla sorte avversa e che trovano il coraggio di continuare ad amare, nonostante tutto e tutti. 
E le donne sono anche le protagoniste assolute di ogni suo film (qualche volta se la giocano con i bambini). 
Terence Davies
Non stupisce dunque che Davies abbia voluto firmare la trasposizione cinematografica di Sunset Song, un classico della letteratura scozzese del primi del 900 (di Lewis Grassic Gibbon). Chris, una ragazza nata e cresciuta in una fattoria nella valle di Aberdeen, non è stata esattamente baciata dalla fortuna: il padre è ottuso e violento, picchia continuamente la moglie e la mette altrettanto continuamente incinta e quando ha finito con lei, frusta a sangue il figlio maggiore. La ragazza, sveglia e intelligente, vorrebbe fare l’insegnante, ma quando la madre si suicida portando con sé anche i due ultimi nati, questa possibilità sfuma. Il fratello più grande se ne va a vivere in Argentina, i due fratelli minori con una zia e lei resta sola ad occuparsi del padre e della fattoria. Alla morte del padre, per Chris sembra iniziare un momento più allegro. Incontra l’amore e ha un figlio, ma, ahimé, scoppia la prima guerra mondiale.
Chris (Agyness Deyn) e suo padre John (Peter Mullan)
Sunset Song è un fim all’apposto di quelli che vanno di moda adesso: lento, essenziale, con immagini statiche che sembrano dei quadri, la luce naturale che illumina i campi, gli interni poveri delle case, i volti distrutti dalla fatica e dal dolore. Anche la recitazione è inusuale. Gli attori sembrano essere in bilico tra un palco teatrale e uno schermo, immersi nell’avvolgente accento scozzese, pronti a riversare i loro trattenuti sentimenti in una canzone cantata in coro, con le lacrime agli occhi. L’aggettivo poetico è quanto di più adatto per definire questo film. La figura di Chris (interpretata in maniera un po' lunare ma estremamente efficace dalla ex-modella Agyness Deyn) spicca su tutti gli altri: perno sul quale questo piccolo mondo antico sembra girare. La sua forza, la sua pazienza, la sua determinazione, sembrano riuscire a salvarla dagli orrori che la vita le infligge. E, al suo confronto, padri, fratelli, mariti ed amici, semplicemente, scompaiono.

Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino (Italia)
Presentato l'altra sera in anteprima al cinema 5 Caumartin, alla presenza dell'attrice Valeria Golino (che per questo ruolo ha vinto il Premio Coppa Volpi all'ultimo Festival di Venezia) e della produttrice francese del film, Per Amor Vostro è un film italiano anomalo e speciale, originale ed intensissimo, che si spera avrà il successo che merita qui in Francia.
Valeria Golino al Cinema 5 Caumartin, Parigi - 5 Aprile 2016
Anna Ruotolo vive a Napoli con suo marito Ciro e i tre figli adolescenti: Cinzia, Santina e Arturo, un ragazzo sordomuto. I rapporti con il marito sono ai minimi termini: Anna vorrebbe che se ne andasse di casa, ma lui, possessivo e violento, non ha nessuna intenzione di lasciarli. Nello studio televisivo in cui la donna fa la “suggeritrice umana” (scrive i dialoghi per gli attori smemorati su dei grandi fogli), Anna incontra Michele, un attore bello e sciupafemmine che sembra essersi invaghito di lei. Nella sua vita sempre così dura (da bambina si è dovuta persino fare quattro anni di riformatorio per evitare la prigione al fratello maggiore), Anna ha voglia di abbandonarsi a questo amore che le sembra la cosa più bella che può avere. Ma la realtà reclama il conto: che cosa fa veramente suo marito di lavoro? E quest’uomo che la corteggia, è veramente innamorato di lei? Suo malgrado, Anna sarà costretta a trovare una risposta a queste domande. 
Anna (Valeria Golino)
Che meraviglia vedere un film italiano che ha finalmente il coraggio di essere “altro”, di discostarsi da qualsiasi canone, stile, e strada già percorsa. Girato un po’ in bianco e nero e un po’ a colori, infarcito (mi sembra l’aggettivo più adatto) di inserti onirici manga e super kitsch, Per Amor Vostro è un film dall’atmosfera originalissima nel quale è bello lasciarsi andare, cadere dentro, per godere di tutta la sua bellezza visiva e la sua forza narrativa. E’ un vero viaggio nel quale imbarcarsi, avendo come guida la figura sottile, sognante e luminosa di Anna. Impossibile non amarla, questa donna bambina, fragile e cazzuta, bellissima ed eterea. La Golino le regala un fascino degno di una regina: non c’è una singola espressione fuori posto, una sola piccola sbavatura.
Solo un’immensa luce colorata, in mezzo al buio più assoluto.


giovedì 31 marzo 2016

Would that it were so simple

I watch over and over again old movies, when I'm home. 
It is one of the greatest pleasure in life, I reckon.
There is always something new to discover: an image we forgot, a perfect dialogue we've missed, an interesting look we didn't notice the first time we watched them.
Tonight I've seen for the third time The Thomas Crown Affair (1968) by Norman Jewison, with Steve McQueen and Faye Dunaway.
A classic movie. A very good one.
The plot is intriguing but by far the three things that work best in the film are the dialogues (absolutely brilliant), the wonderful music by Michel Legrand and the magical chemistry between Thomas Crown (McQueen) and Vicki Anderson (Dunaway):
As usual, I was struck by something amazing that for some strange reasons I had previously missed. After their first date, Crown drives Anderson back home, at night.
In front of her house, while still inside the car, they start the following, simple and yet wondrous, dialogue (without changing the tone of their voices):
TC: Tomorrow...
VA: What about it?
TC: Us, dinner.
VA: Marvelous.
TC: About six?
VA: Perfect.
My goodness, would that it were so simple, as the Coen Brothers would put it.
An affair starting like this, in the most natural, casual and lighthearted way.
I wish it could happen in real life, but well, we know what real life is.
It's... complicated!

mercoledì 23 marzo 2016

Midnight Special


In anni ed anni di visioni, ho sviluppato un certo sesto senso cinematografico.
Quella cosa misteriosa ed intensa che ti fa intuire nel giro di poche inquadrature che il film che stai guardando sarà un capolavoro oppure una mezza schifezza, o una schifezza totale.
A volte, tuttavia, riconoscere un buon film in un lampo o un buon regista nello spazio di una sola pellicola, non è impresa facile. Ci sono registi che lasciano dubbiosi. Si vede un film, e non si è del tutto convinti, se ne vede un altro, e il dubbio rimane, infine se ne vede un terzo e si ha un’illuminazione: trattasi, in effetti, di finto bravo regista (o invece di regista bravo per davvero).
Ieri sera ho avuto questo satori cinematografico, purtroppo in negativo, per il regista americano Jeff Nichols.
Al suo quarto film, Nichols (classe 1978) ha incuriosito con il suo debutto, Shotgun
Stories (del 2007), è diventato famoso nel 2011 con Take Shelter, e si è confermato come regista di prestigio con Mud, l’anno successivo. Ammetto di non aver visto il suo primo film, ma ho diligentemente visto gli altri due, uscendo da entrambe le visioni con la famosa aria perplessa di cui sopra. 
Di sicuro avevo già capito che non era il regista della vita mia, ma mi dicevo che il ragazzo aveva stoffa, che le storie erano interessanti, e poi leggevo le critiche sui giornali e mi sentivo un po’ colpevole a non capire la presunta genialità di questo ragazzo. Poi ieri sera ho visto il suo ultimo film, Midnight Special, e mi è venuto il famoso dubbio globale: ma non è che, per caso, Jeff Nichols sia un regista-sòla? Non sarebbe il primo e non sarebbe nemmeno l’ultimo di registi così, ad essere incensato dai critici.
Jeff Nichols sul set di Midnight Special
Veniamo ai fatti: Alton, 8 anni, non è un bambino come tutti gli altri.
Può vivere solo di notte perché, alla luce del giorno, i suoi occhi sprigionano un raggio di luce talmente abbagliante da essere pericoloso sia per lui sia per chi gli sta intorno. Tutti i telegiornali americani parlano del suo rapimento: in realtà, Alton sta scappando con il padre, Roy, e un amico di quest’ultimo, Lucas. I due lo hanno liberato da una setta nella quale Alton era diventato una sorta di oracolo vivente. Una volta raggiunta la madre, Sarah, i tre si preparano a portare il bambino verso “la sua missione”, qualcosa di misterioso che deve avvenire nel giro di un paio di giorni. Peccato che il gruppo abbia alle calcagna mezza FBI e due scagnozzi della setta. Tutti vogliono mettere le mani sul bambino.
Riuscirà Alton a raggiungere il luogo della sua missione?

Alton (Jaeden Lieberher)
Sono presa da profondo scoramento pensando alla complicatezza e alla inadeguatezza di questa sceneggiatura, che ha dei buchi che manco il famoso formaggio svizzero. 
La setta chiamata il Ranch, tanto per cominciare: chi sono? che fanno? che ruolo aveva Alton mentre stava con loro? cosa significa questo loro look alla Witness-Il Testimone? e i numeri dei versetti che diventano coordinate??? E perché il padre si è svegliato solo adesso a portarselo via? Mah... mistero.
E’ come se il film iniziasse a film già iniziato, non so se rendo l’idea.
La fuga on the road ha del già visto e sentito in milioni di altri film (l’unica scena degna di nota è il satellite che si abbatte sulla stazione di servizio), e l’arrivo dalla madre non migliora certo le cose. Raramente ho visto un personaggio femminile più insulso. Senza alcuno spessore psicologico e del tutto irrisorio rispetto alla storia e al rapporto con il figlio, perché qui l’unico rapporto che conta (come in tutti gli altri film di Nichols, per altro) è quello con il padre. 
Roy (Michael Shannon) e suo figlio Alton (J. Lieberher)
Per un attimo speri che succeda qualcosa di interessante quando compare sullo schermo Adam Driver, invece niente. Anzi, peggio: al suo arrivo, in mezzo a quei bruti ignoranti dell’FBI, capisci che il film sta prendendo una piega imbarazzante. Ovvero, Midnight Special (a proposito, se qualcuno mi spiega il titolo gli pago da bere), non è altro che una nuova, inquietante, inutile, e brutta versione moderna di Close Encounters of the Third Kind (Incontri ravvicinati del Terzo Tipo) di Spielberg, nella quale - temo, fortissimamente temo - Adam Driver/Paul Savier starebbe a François Truffaut/Claude Lacombe (si salvi chi può!).
E più il film si avvia verso il suo finale, più la paura dell’irreparabile si fa strada (e, puntualmente, accade). Non voglio spoilerare ma a me gli ultimi 15 minuti sono sembrati totalmente deliranti.
Un altro dei motivi per cui questo film, l’ho capito dopo un po’, non decolla, è la sua assoluta mancanza di ironia. Che in un film di questo tipo, si sa, serve a stemperare, alleggerire, prendere fiato, respirare.
No, qui sono tutti d’un pezzo e d’una noia assoluta. Salvo un paio di battute di Adam Driver (che per altro gli altri personaggi non capiscono), questo non è un paese per gente simpatica. 
Paul Savier (Adam Driver)
Spiace dirlo, ma pure il cast non dà il meglio.
Michael Shannon, attore-feticcio di Jeff Nichols, ancora una volta nella parte del padre, è bravo ma un po’ monocorde, e a dire il vero mi ha fatto venire un dubbio sulla sua intera carriera, nella quale è tutto un susseguirsi di pazzi o gente con dei problemi seri. L’australiano Joel Edgerton è invece totalmente sprecato nella parte del poliziotto amico di infanzia del padre che decide di aiutarli (che poi, per quale motivo? ma vabbé, non chiediamo troppo): il suo personaggio è privo di qualsiasi sfumatura e di quel pizzico di ironia che davvero non avrebbe guastato. Per non parlare di Kirsten Dunst, che non fa altro che guardarsi intorno con aria sperduta e lacrimevole, senza avere una battuta decente o qualcosa di vagamente interessante da fare o da dire.
E pure il bambino, Jaeden Lieberher, non è per nulla convincente (e lo preferivo quando faceva il figlio un po’ depresso ed incazzato dei Masters in Masters of Sex). Sarà che dopo il bambinello di Room non ce n’è più per nessuno, ma il gioco d’attore qui è palesissimo. 
Lucas (Joel Edgerton), Roy, Alton e Sarah (Kirsten Dunst)
Insomma, io ve lo dico: ho l’atroce dubbio che Jeff Nichols sia una palla.
Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo: aridatece ET!
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