mercoledì 21 settembre 2016

One more time with feeling

If, for most people, July 14 is Bastille Day, for Australian singer and composer Nick Cave July 14 simply is, by far, the worst day of his life.
On that date in 2015, his son Arthur, 15 years old, after having tried for the first time LSD with a friend, completely unaware of what he was doing, fell off from the top of Ovingdean Gap's cliff, near Brighton, where the Caves live.
Nick Cave, his wife Susie and Arthur's twin brother Earl, had all to face this immense and utterly cruel tragedy.
In December of the same year, Cave asked his friend Andrew Dominik, the New-Zealander film-maker who signed movies like Killing them softly and The assassination of Jesse James by the coward Robert Ford, to film the studio recording of his new album, Skeleton Tree. The idea was to avoid to make the promotion of it, since Cave felt unable to talk about it with journalists.
Filmed in black-and-white and colour, in both 3D and 2D, One more time with feeling contains more than the album, though. It is a real documentary: between the songs, Cave talks about what is happening in his life since what he called "the trauma".
Largely improvised, these parts shape bit by bit a new image of Nick Cave. A shattered human being who struggles to find a way to keep going, incredibly frail and love needing.
It is almost unbearable to witness Cave's pain, as well as the one of his wife Susie.
Always extremely dignified, but at the same time not afraid to show how difficult could be to outlive a person they both immensely loved.
There is a scene particularly heartbreaking. In front of the camera, Susie, standing, shows a painting made by Arthur and tells the story behind it, while Nick seats at her side. At a certain point, she looks at him and whispers: "I don't know if I can tell this without crying" and Cave looks at her in such tender way, saying nothing, just shaking his head, in a gesture full of love and despair.
A strange and very particular object, this is a film that Cave’s fans will not forget very easily.
I personally started to adore Nick Cave twenty years ago, at the time of his album The Boatman’s Call, that I consider a pure gem. Since then, I bought every record, went to every concert I could. The one he made at the Olympia in Paris in June 2008 is, until today, the best concert I’ve ever been.
That his son had to die trying LSD, seems to me particularly cruel. As if drug, unable to take Nick’s life (a notorious addict for many years), finally won over him through Arthur. 

As Cave said several times in the movie, there is the person he used to be before and there is the new person he is now, after the tragedy. The body is the same, but the soul is completely different. He knows he will never get over it, but he is trying his best to survive.
And I guess Cave found a way to survive (besides, clearly, through the love of his family and friends), through his work, his music.
The songs of Skeleton Tree are desperate, magnificent and necessary.
It will be a pity to miss them (even if, as you could easily guess, they’re not exactly cheerful).

When the movie was over and the audience, already in tears, was about to leave the cinema, a song on the end credits gave us the final blow. It was Deep Water, a Marianne Faithfull song, lyrics by Marianne Faithfull, music by Nick, Arthur and Earl Cave, in a version recorded a while ago and sung by the two twins:
I’m walking through deep water
I have no time to lose
I’m walking through deep water
There’s nothing left to choose
This little heart of mine
Got loaded up with chains
The world just swirls around me
The water makes its claim
I’m walking through deep water
Trying to get to you
Who will calm my fears?
Who will drive my tears away?
Who will calm my fears?
Who will drive my tears away?

You don't have to look any further to find the most heartbreaking movie of the year.

lunedì 19 settembre 2016

mercoledì 7 settembre 2016

Divines

Un fatto è certo: i film che vincono la Caméra D'Or (il premio per la miglior opera prima) al Festival di Cannes, sono quasi sempre dei grandi film. 
Qualche esempio negli anni: Stranger than paradise di Jim Jarmusch, Toto le Héros di Jaco Van Dormael, Me and You and Everyone we know di Miranda July, Samson and Delilah di Warwick Thornton e, su tutti, Hunger di Steve McQueen. Stare per la prima volta dietro la macchina da presa e riuscire a creare un film speciale, importante, e che faccia la differenza, è ancora più difficile per un absolute beginner.
Si intuisce, dietro queste opere, un desiderio incredibile di riuscire a dire tutto quello che si ha da dire (casomai non ce ne fosse un'altra, di occasione), una spinta creativa di potenza superiore, una libertà e a volte un'ingenuità che ne fanno un prodotto a cui si vuole bene da subito in maniera spontanea e totale.
Il film che ha vinto quest'anno la Caméra D'or rientra perfettamente nella categoria: Divines della regista francese (di origine marocchina) Houda Benyamina.
Dounia e Maimouna sono due ragazze della banlieu parigina. La prima vive con la madre (spesso ubriaca e di facili costumi) in una baraccopoli stretta tra l'autostrada e degli orrendi palazzoni HLM, e Maimouna proprio in uno di quei palazzoni con dei genitori super religiosi (il padre è l'imam della Moschea locale). Entrambe sanno che il futuro non ha in serbo un granché, per loro, e Dounia decide di passare all'attacco chiedendo lavoro a Rebecca, la pusher più famosa e cazzuta del quartiere. Le ragazze se la cavano bene e cominciano a fare un po' di soldi, e Dounia si innamora di un ballerino, che osserva danzare di nascosto nel retro di un teatro, dove lei custodisce quello che guadagna. Ma la fortuna, ad un certo punto, smette di girare per il verso giusto. E la vita chiede un prezzo altissimo da pagare.

Negli ultimi anni non sono mancati, qui in Francia, film sulle periferie parigine, e uno dei più incisivi aveva già come protagoniste un gruppo di ragazze (Bande de Filles di Céline Sciamma), Divines però ha quel qualcosa in più che fa la differenza. Un eccesso di vitalità che deborda da ogni particella dello schermo, che qualche volta rasenta il prosaico e qualche volta il sublime. La cosa irresistibile è il desiderio sfrenato di Dounia di emanciparsi dalla realtà di miseria in cui vive. E’ talmente chiaro che questa possibilità non gliela darà la scuola (la scena divertente ma lucidissima in cui Dounia deve far finta di essere la receptionist di una qualsiasi ditta, come se il massimo a cui le ragazze di periferia possano ispirare fosse proprio un lavoro di questo tipo), e talmente chiaro che il modo più rapido (anche se non indolore) di riuscire a fare soldi sia buttarsi in loschi traffici. 

Divines è una sorta di La Haine al femminile 20 anni dopo, con l'aggravante che niente sembra essere migliorato, per la gente delle banlieu: Fin qui, tutto male, per parafrasare  il famoso tormentone del film di Kassovitz. 
Nel film della Benyamina, se non altro, si assiste ad una sana inversione di ruoli: il leader più tosto e carismatico  è Rebecca, una ragazza nera che sembra uscita da Goodfellas, furba e impietosa, regina incontrastata dello spaccio di droga del quartiere, e con uno stuolo di uomini a sua disposizione. La dolcezza, l’amore e l’unica altra alternativa possibile allo schifo che c'è intorno, ovvero l’arte, sono invece incarnati da un uomo, il ragazzo di cui Dounia si innamora, un banlieusard come lei che però ha trovato nella danza la sua via di fuga. 
Divines è un film durissimo che lascia poche speranze (per non dire nessuna) ma che regala momenti straordinari: le scene di danza filmate dall’alto, il “finto” viaggio in Ferrari, l’amicizia “à la vie à la mort” delle due ragazze. E' un film potente fatto di lacrime e sangue, dietro il quale si indovina la forza prodigiosa di una regista in lotta con il mondo. 
Storico il suo discorso-fiume quando ha ritirato il premio a Cannes: militante, cazzuto, un po' esagerato, anche un po' troppo lungo, ma pieno di sincerità ed entusiasmo. Una vera boccata d'aria fresca in mezzo a tutti gli speech sempre più standardizzati.
La prima cosa che ha fatto salendo sul palco, è stato ringraziare il suo produttore. Utilizzando una frase del suo stesso film, gli ha urlato: Merci Marc, t'as du clito! (Grazie Marc, hai del clitoride!).
In effetti, di avere soltanto le palle, non se ne può proprio più!   

mercoledì 31 agosto 2016

Tornando a casa

Le vacanze, si sa, sono fatte per dimenticare. 
Dimenticare la nostra vita di tutti i giorni, dimenticare chi siamo e quello facciamo, e accantonare in parte anche le nostre passioni.
L'estate è un tempo sospeso nel quale ci portiamo dietro un bagaglio minimo di noi stessi (ma solo in senso metafisico, perché le mie valige si aggirano sempre intorno ai 25 kg, ché i vestitini vintage sono leggeri ma sono tanti!).
E' una cosa bella perché poi, e lo sappiamo ancora prima di partire, saremo contenti di tornare a casa e ritrovare quello che siamo, la nostra solita vita, le nostre occupazioni quotidiane.
Non sono andata al cinema per più di un mese, tra la fine di Luglio e quella di Agosto.
Non c'era tempo, non c'erano neanche film che mi interessassero particolarmente nei luoghi in cui ero in vacanza (oppure c'erano ma erano doppiati in italiano, e allora se li vanno a vedere i doppiatori, io no di sicuro).
Per cui, quando sono rientrata a Parigi la settimana scorsa, la cosa che avevo più voglia di fare era tornare al cinema.
E' così che mercoledì sera mi sono ritrovata davanti al Nouvel Odéon ad aspettare degli amici con cui avrei visto il film tedesco Toni Erdmann, di Maren Ade (una meraviglia, per altro!).
E mentre li aspettavo mi sono messa a guardare questa cinemino (uno dei miei preferiti di Parigi) e ho pensato a quanta felicità mi generava quella scritta rossa piena di luce che diceva "Cinema", quella locandina delle Demoiselles de Rochefort che pubblicizzava un ciclo che faranno tutte le domeniche mattina alle 11 (j'adore!), quel desiderio sempre più forte di entrare a sedermi al buio e godermi lo spettacolo.
E' proprio vero, ho pensato: there is no place like home...

lunedì 25 luglio 2016

Il bacio della Donna Ragno


In questi giorni ho letto diversi articoli sulla scomparsa del regista americano Garry Marshall ma quasi neanche una parola su quella del regista argentino Hector Babenco.
Non che voglia mettermi qui a fare le classifiche dei morti, per carità, ma dando una scorsa alla filmografia di Marshall ho capito che non era esattamente il mio tipo di regista.

In più, devo ammetterlo: Pretty Woman l’ho sempre trovato un film profondamente irritante (funziona, certo che funziona, è divertente, e poi c’è quel manager dell’hotel che è un personaggio adorabile, ma il fondo della storia non ho mai potuto reggerlo).
Il nome di Hector Babenco, invece, mi ha subito riportato alla memoria, come un ricordo lontano conservatosi perfettamente intatto, uno dei miei fim preferiti di quando ero giovanissima: Kiss of the Spider Woman (Il Bacio della Donna Ragno), una pellicola dell’ormai lontano 1985.
Quel film era stato importante perché mi aveva fatto ‘incontrare’ due persone: un attore straordinario come William Hurt e uno scrittore formidabile come Manuel Puig, dal cui romanzo omonimo il film era tratto:

Adesso, con il senno di poi, come mi sembra chiaro perché fossi impazzita per i libri di Puig!
Un uomo che durante l’infanzia e l’adolescenza in uno sperduto paesino della Pampa Argentina (che detestava) era solito passare il tempo al cinema, incantato dalle immagini dei film di Hollywood, e che per tutta la vita ha scritto di questa passione: Il tradimento di Rita Hayworth, Una frase, un rigo appena, Scende la notte tropicale, Fattaccio a Buenos Aires, Sangue di amor corrisposto. Avevo divorato i suoi libri uno dopo l’altro, ma Il Bacio della Donna Ragno aveva un posto tutto speciale:

La storia: Luis Molina e Valentin Arregui condividono la stessa cella nel carcere di un paese sud-americano dove vige una terribile dittatura. Arregui è un rivoluzionario che viene sistematicamente torturato per avere notizie sui suoi compagni di lotta, Molina invece è dentro per adescamento di minori. Tutto separa questi due uomini, ma la convivenza forzata li costringe a passare dal pregiudizio/sospetto iniziali ad una comprensione ed un rispetto reciproci che sorprende entrambi. Per passare il tempo e alleviare le sofferenze di Arregui, Molina racconta nei minimi dettagli trame di film che ha visto nel passato. Quello che il rivoluzionario non sa, è che Molina è stato messo lì dai carcerieri per cercare di rubargli informazioni. E quello che né lui né i suoi carcerieri sanno, è che Molina si è perdutamente innamorato di Arregui.
Luis Molina (William Hurt) e Valentin Arregui (Raul Julia)
In omaggio a Babenco, ho appena comprato il blue-ray del film, una bellissima edizione a cura di Carlotta Films (catalogo eccellente!), nella quale è incluso un documentario sulla genesi del film davvero interessante. Intanto, Kiss of the Spider Woman è praticamente il primo film indipendente americano: oggi è del tutto normale avere film non prodotti dagli studios, ma all’epoca era una cosa rivoluzionaria. All’inizio, il protagonista del film doveva essere... Burt Lancaster (!), il quale si era entusiasmato così tanto per la storia da essersi messo a scriverne la sceneggiatura. Peccato che Leonard Schrader (fratello di Paul) ne stesse scrivendo già una con la supervisione di Puig e che il taglio dato alla storia da Lancaster non fosse per nulla quello voluto da loro. Dopo la rottura conl’attore americano, ecco spuntare la richiesta dell’agente di William Hurt. Hurt all’epoca era all’apice del successo; era infatti letteralmente esploso agli inizi degli anni ’80 con The Big Chill, Gorky Park e Body Heat, e tutti erano stupiti che volesse fare un film come Kiss opf the Spider Woman, che avrebbe di sicuro offuscato la sua crescente fama di sex symbol. Ma Hurt voleva misurarsi a tutti i costi con questo personaggio, e accetta addirittura di non essere pagato (come del resto Raul Julia, che interpreta Valentin) pur di fare il film. 

Arrivati sul set in Brasile, Babenco ha un colpo al cuore e si dispera: è convinto che quell’attore americano dal fisico tanto imponente non sarà mai in grado di diventare il fragile ed effemminato Molina. Hurt in effetti, durante le settimane di prove che precedono le riprese, fatica a trovare la chiave per entrare nel personaggio: nonostante la sua complicità con Raul Julia, non riesce a “diventare” Molina, sino a quando non ha un’illuminazione. E decide di recitare come se fosse una donna. 
Il primo giorno di riprese Babenco rimane senza parole: davanti a lui ha il Molina che sognava di avere. Il rapporto tra regista e attore resterà, tuttavia, molto complicato, e prima della fine delle riprese i due smetteranno persino di parlarsi. Hurt è però molto amato dall’equipe tecnica del film, impressionata dalla bravura e dalla serietà dell’attore (pare che la troupe al completo lo abbia accompagnato all’aeroporto il giorno in cui è ripartito per gli Stati Uniti). 
Finite le riprese, inizia il calvario del montaggio. Il materiale girato è moltissimo e Babenco, che non ha una perfetta padronanza dell'inglese, rischia di perdercisi. Viene fatta una prima versione del film che, mostrata in anteprima agli attori, li getta nello sconforto: le scene del film nel film (con Sonia Braga) hanno preso troppo spazio, la trama è confusa, gli sforzi recitativi degli attori ne risentono. Hurt propone addirittura di comprare il film per poi distruggerlo. Uno dei produttori, David Weisman, prende in mano la situazione e si mette a tagliare il film per dargli una forma più compiuta. Rifiutato dal Festival del Cinema di NY, il destino del film sembra essere segnato, quando ecco arrivare la bella ed insperata notizia: il film sarà in competizione al Festival di Cannes. La proiezione è un trionfo. Hurt vince il premio come miglior attore e quando Kiss of the Spider Woman esce nelle sale è un successo di critica e pubblico fenomenale. La notizia delle quattro candidature agli Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Regista e ovviamente Miglior Attore) coglie però tutti alla sprovvista: non era mai successo prima che un film indipendente ricevesse anche una sola nomination! Hurt sarà l’unico a ricevere la statuetta e quasi non è ancora arrivato sul palco che già pronuncia la frase: "Divido questo premio con Raul!" 
Si tratta del primo premio Oscar dato ad un attore per aver recitato una parte transgender
La strada da fare è ancora lunga ma questo strano film rappresenta già una piccola rivoluzione.
Perciò, se non avete mai visto Kiss of the Spider Woman, io vi invito caldamente a recuperarlo.
Perché i bei film, come i bei vestiti, non passano mai di moda.

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