venerdì 5 febbraio 2016

Miguel Gomes at Potemkine

Miguel Gomes chez Potemkine, Paris - January 28

I was so thrilled to read that one of my favourite film-makers of these last years, the Portuguese Miguel Gomes, would have made a conversation with the public at the Boutique Potemkine on January 28!
I even run away from work a couple of hours earlier to be sure to have a seated place (the space for presentations at Potemkine is very cosy but very small).
So here I was last Thursday, seated in the front row, ready to listen to the director whose last film, As Mil e uma Noites, has arrived n° 1 in my TOP 15 Movies of 2015.
And I wasn’t disppointed.
Gomes, 43 years old, has talked in a very good French with a lovely portuguese accent for more than 40 minutes about his cinema, and also replied to many questions from the audience at the end of the conversation.
What I  liked about him, is that he took his time to discuss about things, trying his best to let people understand what he really meant. He patiently went through the different processes of making movies, always with a great sense of humour and a shy modesty when fans were talking enthusiastically about his cinema (not to mention his discomfort when they show the first scenes of his movie : he really didn’t know where to look... he was so funny!) :


Potemkine was celebrating the sortie in DVD of Les Milles et une Nuit box set (and if you didn't see this epic movie in cinemas please see it now in this format!) but they have also asked Gomes to choose his favourite 10 DVDs from their shop and this was his list (great directors have great taste!):
Lucky Star/The River by Frank Borzage (1929) 
Secret beyond the door… by Fritz Lang (1947)  
Ugetsu Monogatari (Les Contes de la lune vague après la pluie) by Kenji Mizoguchi (1953)
Estate Violenta by Valerio Zurlini (1959)

La ligne de mire by Jean-Daniel Pollet (1960)
Muriel ou le temps d’un retour by Alain Resnais (1963)
Céline et Julie von ten bateau by Jacques Rivette (1974)
Khane-ye doust kodjast (Où est la maison de mon ami?) by Abbas Kiarostami (1987) 

Cemetery of Splendour by Apichatpong Weerasethakul (2015)
And last, but not least, Box Set by Joao César Monteiro 
While at Potemkine I found out about a book written on Gomes cinema: Au pied du Mont Tabou, basically the report of three days conversations in Lisbon between Gomes and some of his usual collaborators (the director of photography Rui Poças and his assistant Lisa Persson, the sound engineer Vasco Pimentel and the producer Luis Urbano) together with French journalist Cyril Neyrat:
Of course, I bought it and then asked Gomes to sign it for me! (but I keep secret his signature until the Zazie D’or.. you’ll see why).
Here’s Zazie talking to Gomes (picture by my friend Cristina):
It was such a lovely meeting and I enjoyed immensely listening to Gomes.
Please have a look at the video of his conversation at Potemkine: not only you’ll hear very interesting things, but you can see Zazie seated in the front row. 
How can you ask for more??!!!

giovedì 28 gennaio 2016

あん (Les Délices de Tokyo)


I film in cui succede poco o niente, ormai lo avrete capito, sono i miei preferiti.
Se poi quel poco è ambientanto in Giappone, allora perdo completamente la testa.
Presentato al Festival di Cannes 2015 nella sezione Un Certain Regard, l’ultimo film della regista Naomi Kawase, An (titolo locale: Les Délices de Tokyo), è uscito ieri sugli schermi francesi.

E che ve lo dico a fare che mi sono precipitata a vederlo?
Sentaro (Masatoshi Hagase) e Tokue (Kirin Kiki)
Sentaro gestisce un chiosco in cui vende Dorayaki, sorta di piccoli pancakes farciti di pasta di fagioli dolci. Un giorno, si presenta nel piccolo locale Tokue, un’anziana signora, che risponde all’annuncio messo da Sentaro per un lavoretto part-time: è disposta a prendere meno della metà del salario previsto pur di lavorare in quel posto. Sentaro in un primo tempo rifiuta ma quando la donna si ripresenta al locale con un esempio di pasta di fagioli fatta da lei, cambia idea. E’ talmente buona che l’uomo decide di assumerla. Grazie alla bontà di questa “an”, gli affari del chioschetto vanno a gonfie vele. Fino a quando una maldicenza nei confronti di Tokue non ha la meglio sulla bontà dei Dorayaki: la donna ha le mani completamente deformate dalla lebbra, una malattia che l’ha costretta ad una vita di isolamento. Capendo che la sua presenza è la colpa di quell’insuccesso, Tokue smette di andare al locale. Ma Sentaro e Wakana (una giovane cliente che deve fare i conti con una madre assente e indifferente) non riescono più a fare a meno di lei.
Tokue (Kirin Kiki)
Il motivo per cui mi piacciono tanto i film in cui non succede quasi niente, è che in realtà sono film che vanno subito dritti al punto. Qui l’azione si svolge tutta in pochissimi luoghi fisici: il chiosco di Sentaro, il suo mini appartamento (più l’esterno che l’interno, per la verità), l’interno dell’appartamento di Wakana e il sanatorio in cui vive Tokue.
Luoghi o ristretti o tristi in cui i protagonisti sono costretti a fare i conti con le proprie paure, i propri dolori e i propri fallimenti. Nello sguardo triste e nell’atteggiamento rinunciatario di Sentaro si indovina una sofferenza profonda che rovina il suo quotidiano (e che verrà svelata verso la fine del film), nel gesto rassegnato di Wakana che si porta a casa i dorayaki rimasti invenduti si intuisce la solitudine e la mancanza di amore che la circonda, e nella felicità di Tokue a stare nel chioschetto in mezzo ai clienti, si percepisce il suo lungo isolamento e il suo bisogno di stare insieme agli altri (in Giappone una legge abrogata solo nel 1996 confinava i malati di lebbra in centri specializzati dai quali non potevano uscire).
Basta poco al cinema (ai registi bravi, ça va sans dire), per spiegare grandi cose, vite intere, a volte, con una sola immagine.

Sentaro (Masatoshi Hagase) e i suoi Dorayaki

E’ quello che fa qui Naomi Kawase (ma perché mi sono persa tutti i suoi film, fino ad ora??!), aggiungendo sapientemente, e con la stessa cura con cui Tokue prepara la sua specialità, una dose di disarmante dolcezza che rende più digeribile la pena di vivere. L’elemento poetico nei film giapponesi ha sempre un aspetto essenziale e quasi rigoroso che ne fa l’anti-disney per eccellenza. 
Anziché aggiungere, loro sottraggono, sempre.
Pochi elementi bastano: il marciapiede su cui batte la pioggia, i ciliegi in fiore che si piegano al vento, il sole che entra caldo e di sbieco nel chioschetto vuoto, l’idea che il vapore cambi odore quando i fagioli sono pronti, e le parole scritte da Tokue, in cui spiega l’importanza di immaginarsi da dove arrivano i fagioli e il percorso che hanno fatto per arrivare "sino a noi", e infine la certezza che anche una vita in cui non si è arrivati al successo valga comunque la pena di essere vissuta (pensiero oggi più che mai super-controcorrente).

Wakana (Kyara Uchida), Tokue e Sentaro

Come al solito, quando vedo un film giapponese, la mia prima reazione è quella di uscire dal cinema e correre a comprarmi un biglietto aereo per Tokyo. Questa volta non ho avuto bisogno di farlo. 
Sono stata previdente: quel biglietto ce l’ho già.
Il prossimo Aprile, un paio di deliziosi Dorayaki con la pasta an, non me li leva proprio nessuno.


giovedì 21 gennaio 2016

Passione d'Amore

Ettore Scola ci ha lasciati il 19 Gennaio e, giustamente, in questi giorni tutti scrivono di lui.
Ricordi, citazioni, foto e video tratti dai suoi film più famosi sono un po' ovunque.
Io con il cinema italiano ho da sempre un rapporto conflittuale.
Raramente i miei registi di riferimento sono stati degli italiani (Antonioni a parte) e poco mi appassionano, per dire, gli universi felliniani o pasoliniani.
Scola non è mai stato uno dei miei registi preferiti, lo ammetto, anche se Una Giornata Particolare è uno dei film che più ho amato nella vita. L'ho rivisto da poco e ho pensato - ancora una volta - a quanto fosse bello, ben scritto, perfetto, un vero gioiello di storia e regia (e poi, certo, Mastroianni e la Loren da urlo). E quel dettaglio così moderno della radio sempre insopportabilmente accesa in sottofondo con la cronaca della stupidissima parata mussoliniana. Semplicemente meraviglioso.
Insieme a Brutti, Sporchi e Cattivi, C'eravamo tanto amati e Dramma della Gelosia, è stato il film più citato in tutti gli articoli che ho letto in questi giorni. In nessuno di quelli che mi è capitato di scorrere, però, qualcuno ha fatto cenno all'altro mio film preferito di Scola. Forse perché del tutto anomalo rispetto alla sua produzione, forse perché un po' bizzarro, inclassificabile, strano. 
Si tratta di Passione d'Amore, del 1981.
Clara (Laura Antonelli) e Giorgio (Bernard Giraudeau)
Tratto dal romanzo Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (pubblicato nel 1869) il film è la narrazione di un amore impossibile tra il bell'ufficiale Giorgio e la cugina del colonnello presso cui il militare è di stanza, Fosca, una donna tanto brutta quanto sensibile e colta. Giorgio in realtà è innamorato di Clara, una donna bellissima ma sposata, che ha lasciato a Milano, eppure si trova suo malgrado soggiogato dal fascino morboso di Fosca. Dopo una notte d'amore, destinata a restare la sola per Fosca, la donna muore nel giro di pochi giorni (convinta di non poter più vivere un momento tanto felice) e lui si scoprirà disperato al punto da ammalarsi e passare mesi in un letto d'ospedale. 
Fosca (Valeria D'Obici)
Vero e proprio Adèle H all'italiana, questo film di Scola è di rara sensibilità e originalità. Il tema è stato pochissimo trattato, e il modo in cui il regista racconta la storia è toccante e allo stesso tempo disturbante. La bruttezza e la fragilità di Fosca, mista alla sua morbosità, ne fanno un personaggio del tutto anomalo. E parecchio intrigante. Gran parte del merito della riuscita di questa impresa sta nella scelta degli attori, va detto. Il bell'ufficiale è interpretato da un bravissimo attore francese (purtroppo scomparso pochi anni fa), Bernard Giraudeau, uno che con la sua bellezza ha avuto un rapporto molto conflittuale, avendo penato non poco all'inizio della sua carriera ad essere preso sul serio proprio per via del suo bell'aspetto. La seducente e frivola amante, Clara, è interpretata da una Laura Antonelli ancora strepitosamente affascinante, mentre il ruolo ingrato di Fosca è stato affidato ad un'attrice che sicuramente non ha avuto la carriera che si meritava, Valeria D'Obici. Qui imbruttita in maniera impietosa, riesce a infondere al personaggio di Fosca una vita e un fascino del tutto inaspettati. Ciliegina sulla torta, nel ruolo del medico che dispensa consigli a Giorgio, Jean-Louis Trintignant (e Massimo Girotti in quello del colonnello).
Il Dottore (Jean-Louis Trintignant) e Giorgio (B. Giraudeau)
La pericolosità della pietà e i danni che a volte può fare l'altruismo, sono merce rara come argomento cinematografico. Scola sembra volerli indicare qui in tutta la loro mostruosità, ben peggiore di quella fisica di Fosca, scagliandosi anche contro un certo tipo di ideale romantico, e l'involontaria prigionia nella quale costringeva le donne dell'epoca.
Tutto questo per dirvi che, se avete voglia di vedere un film di Scola, magari cercate questa piccola perla rara. Può darsi che vi sia sfuggita.
Le blogger di cinema sono qui per questo.
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