lunedì 20 giugno 2016

I pericoli del cinematografo

Non è un mistero per nessuno: vivo sognando di stare in un mondo vintage in cui le ragazze portano i guanti, gli uomini usano le bretelle e tutti hanno in casa un mobile bar per preparsi un Old Fashioned comme il faut!
Detto questo, so benissimo che alcune cose degli anni ’50-’60 mi avrebbero totalmente rivoltato.
E questo succede quando penso, in particolare, alla condizione della donna in quegli anni (Mad Men, su questo, ci ha detto tutta la verità e con una crudeltà tale da non lasciare spazio alla speranza).
La scorsa settimana i miei genitori, in visita qualche giorno qui a Parigi, mi hanno portato la fotocopia di un libro, una pubblicazione che la chiesa cattolica dava negli anni ’40 a tutte le coppie che si sposavano, contenente alcune essenziali istruzioni per avere un comportamento morale ineccepibile.
Ce n’era per tutti i gusti e per tutte le situazioni, ma quello che ha ovviamente attirato la mia attenzione, è stato il capitoletto sui DIVERTIMENTI e, in particolare, sul CINEMATOGRAFO:
Io che passo la vita al cinema, è sicuro, me la sarei vista parecchio brutta, all’epoca.
Intanto, la cosa che mi piace di più al mondo era considerata la sorgente di ogni male morale e fisico.
E’ vero che la cellulite di sicuro non migliorerà passando il tempo a stare seduta dentro ad un cinema, ma che ci posso fare se al solo pensiero di entrare in una palestra e di dovermi vestire sportiva (pronunciato alla Capannelle) io mi sento male?
E pure quando dicono: che sollievo si trova dopo il lavoro diurno a chiudersi in un’ambiente senz’aria in mezzo a centinaia di persone più o meno pulite? Eh, in effetti, mica hanno tutti i torti. Però, anche in questo caso, che ci posso fare se quell’ambiente chiuso è il posto che mi piace più di tutti?
Ma una cosa va detta, a onor del vero: purtroppo, in questi tristi tempi moderni in cui viviamo, di vicini malintenzionati non se ne trovano più. Davvero non c’è più religione. Mai nessuno che approfitti dell’oscurità per invitare ad un atto libero!
E’ una vergogna, sinceramente. Dove sono andati a finire i vicini ineducati di una volta?


Certo, l’idea di accontentarsi delle sugose e morali produzioni offerte dagli oratori, non è esattamente my cup of tea
Insomma, ho idea che alla fine meglio qualche guanto e bretella di meno ma la possibilità di fare quello che voglio nella vita: passare tutte le sere al cinema, stare al chiuso in mezzo a degli sconosciuti puzzolenti e vedere produzioni immorali come se non ci fosse un domani. 
Per altro, a casa, non ho nemmeno una copia del Santo Vangelo e dei Promessi Sposi, come tanto si raccomandano all’inizio della pagina. 
Però ho un mobiletto bar stile Mad Men in vimini degli anni '60 che è uno schianto.
Dite che andrà bene uguale? 

giovedì 9 giugno 2016

Bella e Perduta

Se leggete più o meno regolarmente questo blog, ormai lo sapete. 
Che a Zazie piacciono tanti tipi diversi di film, ma ci sono quelli che le piacciono di più. 
E di solito sono quelli strani, quelli che se dai un’occhiata alla trama la maggior parte delle persone alzerebbe gli occhi al cielo con un sospiro, quelli che non sono classificabili, che non li puoi spiegare talmente non rientrano in nessuna categoria, quelli insomma che ti fanno capire che il cinema è una forma d’arte.
Vera. Viva. Prorompente.
E più invecchio, più mi piacciono (non è un caso che lo Zazie d’Or l’anno scorso sia andato al film meno classificabile degli ultimi anni, Le Mille e una Notte di Miguel Gomes).
La settimana scorsa qui a Parigi è uscito un piccolo (ma grande) film italiano che aspettavo di vedere da tanto tempo, sia perché sono una fan del regista (a cui ho dedicato diversi post in passato), sia perché tutti gli amici italiani, dove il film è uscito lo scorso Novembre, me ne avevano parlato affascinati.
Si tratta di Bella e Perduta di Pietro Marcello.

Sarchiapone e Pulcinella
L'inizio è folgorante: la soggettiva di un animale che sbuffa tra le pareti bianche di un macello e subito dopo un'immagine onirica dai colori intensi, come fosse un quadro. Un gruppo di Pulcinella, esseri in grado di fare da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, attendono (chi giocando a carte, chi dormicchiando) l'assegnazione di una missione. Ad uno di loro verrà dato il compito di portare in salvo Sarchiapone, un piccolo bufalo molto speciale. Intanto perché parla (ha la bella voce di Elio Germano) e poi perché è scampato alla morte (i bufali maschi non fanno latte, non servono a niente e vengono spesso buttati nei fossi) grazie all'aiuto di Tommaso, un contadino la cui missione nella vita è quella di pulire e accudire la Reggia di Carditello, un piccolo gioiello distrutto negli anni dall'incuria dello Stato e dai saccheggi della Camorra (è proprio la reggia la bella e perduta del titolo).

Questo film doveva raccontare tutta un'altra storia, per la verità, doveva essere una sorta di viaggio attraverso l'Italia, ma si è totalmente trasformato in corso d'opera, perché spesso nei film succede come nella vita: un imprevisto diventa il destino. Uno scarto della realtà diventa la realtà non immaginata. Avendo sentito parlare di questo Tommaso, il regista voleva incontrarlo in una delle tappe del viaggio, ma l'incontro prende un'importanza non prevista. Tommaso è un personaggio da film come ce ne sono pochi: ossessionato dal compito che si è autoimposto, il suo volto e i suoi gesti raccontano una storia affascinante ed unica. Quando all'improvviso, nella notte di Natale del 2013, Tommaso muore di infarto (ma le circostanze della sua scomparsa restano "misteriose"), il film rimane senza protagonista. Che fare? E' a quel punto che arriva Sarchiapone, il piccolo bufalo salvato da Tommaso, come se solo una figura innocente ed indifesa fosse in grado di portare avanti la sua storia.  
Tommaso Cestrone, "L'Angelo di Carditello"
Indefinibile miscuglio di documentario e fiction, Bella e Perduta nasconde tra le sue pieghe un grado di poesia assurdamente alto, per i tempi che viviamo. E' un film piuttosto cupo che nasconde al suo interno un nocciolo duro di insensata speranza. E racconta un'Italia così marginale e così poco esportabile da risultare alla fine schiettamente universale. 
Sorta di dagherrotipo animato, una forma rétro incarnata in uno spirito moderno, questo film parla di temi antichissimi (il rapporto uomo/natura, la forza del singolo, la possibile vita spirituale degli animali) inseriti in un contesto super attuale (il massacro della Terra dei Fuochi, il menefreghismo dello Stato, la rapacità impietosa della Camorra).
Nel nostro paese, nonostante critiche eccelse, il film è stato vittima di una distribuzione miope e ignorante, e tolto dalle sale nel giro di pochissimo tempo.
Qui in Francia (dove il film di Pietro è uscito la scorsa settimana con più copie che in Italia, tanto per dire), io spero che avrà più successo. L'amore dei francesi per il precedente film, La Bocca del Lupo, e gli elogi unanimi della stampa (Libération gli ha dedicato due pagine intere) dovrebbero fare la differenza.
Les retrouvailles: Zazie e Pietro Marcello - Paris, 2 Giugno 2016
Di passaggio a Parigi per la presentazione del film, Pietro ha trovato il tempo di bere un bicchiere con Zazie (grazie!). E' sempre una cosa bellissima parlare di cinema con i tuoi registi preferiti, che ve lo dico a fare? Ad esempio puoi scoprire che quelle stupende scene in soggettiva sono state girate mettendo una manovella alla macchina da presa (ah, la meraviglia!).
Quella sera, avendo scoperto per caso che altri amici comuni stavano per andare a vedere il film all'MK2 Beaubourg, abbiamo deciso di raggiungerli.
"Che dici, stiamo i primi cinque minuti per controllare il suono?" - ha chiesto Pietro.
Immagino che sia da cose così che capisci che l'amore per il cinema è una faccenda seria.

Persino i gestori della sala lo guardavano con aria stranita ma raggiante quando, uscendo, lui ha detto: "Grazie, il suono è perfetto!"
E il film pure.
Cosa aspettate ad andarlo a vedere, cari lettori?
 

lunedì 6 giugno 2016

15 Anni di Six Feet Under

Il 3 Giugno 2001, sul canale americano HBO, andava in onda la prima puntata di una nuova serie dal suggestivo titolo SIX FEET UNDER (Sei piedi sotto terra).
Scritta da Alan Ball, lo sceneggiatore premio Oscar di American Beauty (1999), questa serie, anche se nessuno 15 anni fa poteva immaginarselo, sarebbe diventata la madre di tutte le serie televisive, sarebbe stata il punto di partenza di quell'onda immensa e inarrestabile che avrebbe travolto a breve le nostre vite.
Poi sarebbero arrivate The Wire, Breaking Bad, Game of Thrones, Mad Men, ma allora, 15 anni fa, tutto questo era impensabile, tutto questo, semplicemente, non esisteva.
Rimasto sconvolto dal tragico decesso della sorella quando aveva solo 13 anni (lei ne compiva 22 quel giorno, e Ball l'ha vista morire davanti ai suoi occhi mentre erano in macchina), lo sceneggiatore ha fatto della morte un tema omnipresente nella sua opera. 
In Six Feet Under (che in misure americane indica la profondità alla quale viene calata una bara nella terra) la morte è la protagonista assoluta.
Ogni singolo episodio inizia con un decesso, e i protagonisti della serie sono i membri della famiglia Fisher, che gestiscono un'impresa di pompe funebri a Los Angeles. C'è il padre (è lui il primo a morire nel primo episodio, ma continuerà ad essere visibile e a parlare agli altri Fisher), la madre, il figlio maggiore Nate, appena rientrato da Seattle dove ha cercato di creare un business alternativo senza riuscirci, il figlio di mezzo, Dave, che lavora nell'azienda di famiglia e da sempre è in conflitto con la propria omosessualità, e la figlia più piccola Claire, ribelle dal temperamento artistico:
Per cinque stagioni, dal 2001 al 2005, abbiamo seguito i destini di ogni Fisher e quello delle persone che a loro si legavano: fidanzati e fidanzate, mariti e mogli, figli, parenti vari, amici.
Era come avere un'altra famiglia, così facile da amare perché così delirante, disfunzionale, geniale, disperante, complicata, a volta insopportabile ma la maggior parte del tempo totalmente irresistibile.
Senza nemmeno rendercene conto, io e un folto gruppo di amici (e di gente sparsa in giro per il mondo), ci siamo messi a guardarli allo stesso momento, senza perderci un episodio, discutendo di ogni dettaglio, scambiandoci opinioni, creando un vero e proprio "movimento" di fans scatenati di Six Feet Under. Facebook e Twitter non c'erano ancora.
Era tutto artigianale, un po' ingenuo, ma molto sentito, molto speciale (era la prima volta, che lo provavamo).
E' andato tutto bene fino a quando non sono arrivati gli ultimi tre episodi dell'ultima stagione. La fine, insomma. E anche se lo sapevamo, anche se non potevamo nasconderci che un giorno questa cosa sarebbe arrivata, nessuno di noi era pronto all'impatto emotivo devastante che stava per travolgerci.
Nei miei ricordi, ho pianto ininterrottamente per giorni. 
La mattina arrivavo in ufficio con certi occhi gonfi che la gente pensava mi fosse capitata una disgrazia e, in un certo senso, mi era capitata per davvero. Perché Alan Ball, per metterci in ginocchio, aveva deciso (mi spiace, ma qui lo spoiler è nettamente superato a più di dieci anni dalla fine) di far morire Nate a tre puntate dalla fine, di dedicare il penultimo episodio al suo funerale, e infine, in una lunghissima, incredibile sequenza che rimarrà per sempre nel nostro immaginario collettivo, di farci vedere la morte di tutti i protagonisti della serie nell'ultima puntata.
La loro morte "futura", per così dire.
Insomma eravamo diventati all'improvviso tutti orfani. E non potevamo far altro che piangere e disperarci.
La prima volta che ho messo piede a Los Angeles, è stato nel 2008, ed ero lì per lavoro. 
Nel mio unico giorno libero, nonostante tutti mi dicessero di andare a vedere gli studios, io mi sono fatta portare da amici che avevano una macchina (io manco ho la patente) a vedere l'unico edificio che per me davvero contava in tutta la città: la casa al 2302 West 25th Street, la Fisher & Sons Funeral Home. Mi sono fatta fare questa servizio fotografico piantata lì davanti e ad un certo punto è arrivato un ragazzo con macchina fotografica in spalla. Ci ha fatto un cenno di saluto: Six Feet Under? - ha chiesto. Noi gli abbiamo fatto di sì con la testa. "Sono venuto apposta da Denver" - ha continuato.
"Noi da Parigi", ho risposto, con aria di sfida.
Ha fatto un gesto di resa con le mani, come a dire: avete vinto voi.
Zazie davanti alla casa dei Fisher - LA, Febbraio 2008
A tutti quelli che ancora non hanno visto questa serie, io non posso far altro che consigliare caldamente di guardarla. Anche sapendo il finale, anche avendo letto tutto quello che è stato scritto in questi anni di discussioni sulle serie TV e sulla loro sempre più grande influenza ed importanza sulle nostre vite. Perché non esiste, un'altra serie così. 
Ne sono state fatte di bellissime ed imperdibili, dopo, ci mancherebbe, ma i Fisher sono stati i precursori.
Sul cofanetto della serie completa, ovviamente a forma di bara, campeggia la scritta: 
Everything.
Everyone.
Everywhere.
Ends.
Di eterno, si sa, c'è solo il nostro amore per Six Feet Under.

giovedì 26 maggio 2016

American Honey

Winner of an Oscar for Best Short Movie (Wasp) in 2003 and winner of no less than THREE Jury Prizes at the Cannes Film Festival of 2006, 2009 and 2016, British director Andrea Arnold established herself in these last 10 years as one of the most interesting voices of contemporary cinema.
Zazie has been a huge fan of her work since Arnold’s amazing first feature length, Red Road, a gloomy and intense story set in Glasgow. After the exploit of Fish Tank (with a still-not-so-famous Michael Fassbender), and a modern transposition of British classic Wuthering Heights (my least favourite of her movies, I have to confess), Arnold has just set the Croisette on fire with her magnificent latest work: American Honey.

Andrea Arnold on the Red Carpet at the last Cannes Film Festival
In the bleak parking lot of an American suburban city, a girl (Star) and two children (her brother and sister) are searching for something to eat in a garbage bin.
A big van full of boys and girls (having more or less Star’s age) arrives in the parking lot: they look like a gang, even if not a bad one, and they seem to have a leader, a young man called Jake. After a short conversation with Star, he suggests the girl to join the group and work with them: they sell magazines door to door travelling through the whole Midwest.
Star, who’s got nothing in life and a family better to forget, decides to embark in this journey.
She will meet all sorts of people, she will see many (awful) places, she will get to know the other guys and girls, she will have to deal with Krystal, their pitiless and scary boss, and she will fall in love with Jake. Basically, she will grow old. 


What a wonderful thing when a movie is able to transport you into a parallel world where the only things that count are the images you’re watching on the screen. What a powerful force when a movie tells you something that couldn’t be more far away from your day-by-day life and yet it is able to shake you completely and to bewitch you. It is the sensation that I personally love most in life and in movies and, even if road movies are not my cup of tea (I didn’t even like reading On the Road when I was young), American Honey has been like a giant wave - the film is almost 3 hours long - that overwhelmed me at 11 am on a rainy Sunday morning.  
Much more than a sociological essay on American youth, this film lets you perfectly understand what it means to be 20something nowadays in the US with no family, no education and no money. The group of youngster Star is living with is a phenomenal group of people: from the shy girl obsessed with Darth Vader to the fat girl singing all the Rihanna songs, these boys and girls cling to your heart from the very beginning and don’t let you go. 
The three characters who invade the screen, though, are the one of Krystal, the chilly, heartless and dollars driven manager of this weird business (amazingly played by Riley Keough, Elvis Presley’s grandchild), the one of “super salesman” Jake, a dangerous mix of a child and a cheeky bastard (the best role that controversial actor Shia LaBeouf has ever had) and, of course, the one of Star, The Real Star of this movie, a force of nature, a wild, smart, beautiful, fearless, rebellious girl who goes through life at full speed and without any filter. Newcomer Sasha Lane is simply astonishing in a role that could easily be the one of a life-time.
Star (Sasha Lane) at the Cannes Film Festival
Andrea Arnold’s camera follows everybody with a lightness of touch, almost a non-presence, so discreet and yet so essential, that can only be considered a blessing for the movie. There is no moral judgement, no sociological intent, and no heavy explanations. Just a vital flow that submerges the audience and for which I was personally very grateful.
Music is a fundamental part of the movie: all these girls and boys live through the music they’re listening to (even the movie title is a song title). If you didn’t see the Red Carpet of the cast at the Cannes Film Festival I strongly recommend you to watch it: they didn’t walk, they danced the whole time on one of the songs movie: Choices (Yup) by E-40. And the one who got really wild is Robbie Ryan, the cinematographer of all Arnold's movies but also the one of many Ken Loach movies:

I didn’t see all the movies of the competition but I believe American Honey could have easily been a Palme D’Or. 
For the second time in cinema history, we could have had a woman winning this award. 
I think it is about time, because more and more movies made by women are simply incredible. 
And this is one of those.
So, please, when this movie will be out, go and see it: it could make a difference.
The one women are still struggling to achieve.


mercoledì 25 maggio 2016

Film di Cannes

Come scrivevo nel mio precedente post, qui a Parigi negli ultimi giorni è stato possibile vedere diversi film provenienti dal Festival di Cannes.
Se avete voglia di farvi un’idea di cosa è meglio vedere e cosa è meglio evitare, e vi fidate della vostra cinema blogger preferita (si spera!), ecco qua i consigli di Zazie:

CAFE SOCIETY di Woody Allen (US) 
Non so voi, ma io faccio parte di quella categoria di persone che ogni anno, con la faccia beata, si siede al cinema aspettando di sentir partire la musichetta jazz e i titoli di testa con il font sempre uguale che Allen usa da 30 anni a questa parte. Il che non significa che quello che vedrò sarà garanzia di un bel film, ma il piacere dell’attesa è sempre intatto, e il più delle volte non rimango delusa. Ad ogni modo, tanto avevo trovato noioso ed insulso il precedente Allen (Irrational man), tanto ho trovato delizioso e scoppiettante quest’ultimo.
Ambientato tra Hollywood e New York negli anni ’30, Café Society racconta la storia di Bobby, un ragazzo ebreo originario del Bronx che va a LA a cercare fortuna e inizia a lavorare per lo zio Phil, potentissimo agente di star hollywoodiane. Innamoratosi perdutamente di Vonnie, la segretaria dello zio, riesce ad avere una breve storia con lei, ma la ragazza gli preferisce un altro. Rientrato a NY con il cuore spezzato, Bobby si metterà a gestire il night club di famiglia, il Café Society, troverà anche un'altra donna, ma il ricordo di Vonnie sembra non abbandonarlo...
Puro concentrato di tutto ciò che c’è di più Alleniano al mondo, questo film è un piacere per gli occhi (Vittorio Storaro fa meraviglie nell’illuminare città che non esistono se non nella testa del regista) e per la mente: i dialoghi sono brillanti, le situazioni buffe, romantiche e irresistibili. Su tutto però, come sempre più spesso accade nei film di Allen, plana e si fa strada una malinconia dai risvolti struggenti. Una sofferenza vera e profonda per cose-persone-sentimenti perduti che non ritorneranno mai più. 

A testimoniarlo, una nota di tristezza infinita nella voce off che accompagna tutto il film, quella - lo si nota con un po' di sgomento - di Woody Allen stesso.


JULIETA di Pedro Almodóvar (Spagna)
Non so voi, ma io faccio parte di quella categoria di persone che ogni 2-3 anni, con la faccia beata, si siede al cinema aspettando di veder comparire la scritta “El Deseo presenta”, seguita dal nome di Almodóvar, di solito su sfondo giallo o rosso, o di un altro colore molto acceso. E il più delle volte non rimango delusa. Se c’è un regista che mi ha tenuto compagnia lungo il corso della mia intera esistenza è proprio lui, Pedro. Dai deliri della Movida anni ’80 ai mélo perfetti ed eleganti di oggi, il suo percorso cinematografico sempre in divenire non finisce mai di stupirmi e di ammaliarmi, anche quando inciampa in film di transizione poco convincenti (tanto si sa che quello dopo sarà un capolavoro e allora ci si mette tranquilli). Con Julieta, il suo nuovo film, Almodóvar fa un altro passo in avanti verso una forma di cinema che sembra stare esattamente a metà strada tra i suoi due universi. Ambientato in parte negli anni ’80 e in parte ai giorni nostri, il film racconta la storia di Julieta, una donna di mezza età che sta per andare a vivere con il compagno a Lisbona ma che cambierà idea a causa di un incontro fortuito con un’amica della sua unica figlia, Antìa. La ragazza se n’è andata di casa 12 anni prima e da allora la madre non ha più avuto sue notizie. Il film ricostruisce a ritroso la vita di Julieta sino a ricongiungersi con il suo presente. Le due donne riusciranno finalmente a ritrovarsi? 
Come se volesse andare dritto al cuore della narrazione, Almodóvar si sbarazza di tutto ciò che è superfluo, persino dell’ironia a lui tanto cara, e si concentra su poche cose: pochi personaggi, pochi volti, pochi luoghi (ah, le case dei suoi film, le pareti, quelle quattro mura, importanti tanto quanto gli esseri umani), e tutti essenziali. Julieta è un concentrato di temi e moti dell’animo almodovariano, che stanno diventando sempre più universali. Il senso di colpa, il non detto, i silenzi, l’amore, il destino, insomma la vita in tutto il suo terribile splendore. Che volete che vi dica, io l'adoro. 

LA FILLE INCONNUE di Jean-Pierre & Luc Dardenne (Belgio)
Non so voi, ma io faccio parte di quella categoria di persone che ogni 2-3 anni, con la faccia beata, si siede al cinema aspettando di veder comparire un cielo grigio e freddo che non può che inconfondibilmente essere quello del Belgio dei Fratelli Dardennes.
Lo ammetto, ho un debole per questi due buffi tipi che sono tanto allegri e gioviali nelle interviste quanto rigorosi e ruvidi nelle storie che raccontano. Anche loro, come Ken Loach, totalmente dediti ad un cinema sociale che ha ormai pochi rappresentanti ma per fortuna ancora molti spettatori. Nonostante utilizzino spesso attori di chiara fama (basti pensare a Marion Cotillard nel loro bellissimo Deux Jours, Une Nuit) i Dardennes non fanno sconti o concessioni su quello che raccontano. Storie di gente normale, quasi sempre povera, che sta affrontando un momento difficile dal quale non è detto che si rialzerà. C’è chi li trova di una disperazione allarmante, io no, penso che alla fine di ogni loro film ci sia sempre posto per un briciolo di speranza, simile a quei fiori che si ostinano a crescere nei luoghi più impervi e nascosti dove non batte mai il sole. Nel loro ultimo film, La Fille Inconnue, ci vanno giù ancora più pesante del solito, rischiando di mettere a dura prova la pazienza dello spettatore.
Jenny, una giovane dottoressa di Liegi, è nel suo studio una sera tardi. Quando qualcuno suona alla porta, essendo l’ora delle visite già passata da un pezzo, la ragazza si rifiuta di aprire. Il giorno dopo, dei poliziotti le chiedono di poter visionare le immagini della sua camera di sorveglianza: una ragazza è stata uccisa la sera prima e sembra che sia passata di lì. Jenny si rende conto che si tratta della persona a cui non ha aperto la porta, una giovanissima ragazza di colore. Schiacciata dal senso di colpa, la ragazza si mette ad indagare per scoprire di chi si tratta.
L’essenzialità della trama e il rigore delle immagini sono portate ad un livello tale che se non si decide di seguire Jenny la si lascia volentieri per strada, e un po’ lo capisco. Non la migliore prova dei Dardennes ma comunque un film che ti lascia il segno. Persino alla fine, sui titoli di coda, piuttosto che regalare un attimo di conforto con un po’ di musica, i registi preferiscono lasciare in sottofondo il rumore delle macchine che passano per strada. 

Estremi ma ammirabili.


PERSONAL SHOPPER di Olivier Assayas (Francia)
Non so voi, ma io faccio parte di quella categoria di persone che fin dal suo esordio (Désordre, era il lontano 1986), si è chiesta se Olivier Assayas le piacesse oppure no. 
La verità è che ho molto amato alcuni suoi film e detestato o trovato totalmente inutili alcuni altri. 
Ho sempre navigato a vista, con lui, da una parte affascinata dalla sua incontestabile cinefilia (è stato redattore dei Cahiers du Cinéma) e dal suo amore per il cinema asiatico (tra l’altro è anche stato sposato con Maggie Cheung, l’attrice di In the mood for Love) e dall’altra irritata da quell’aura snob di cui spesso si circondano i registi francesi contemporanei, che sembrano tutti far parte di una setta il cui unico Dio è il loro ombelico. 
Il suo ultimo film, Personal Shopper (per il quale Assayas ha ricevuto a Cannes il premio alla regia), avevo parecchio voglia di vederlo perché mi era piaciuto tantissimo Clouds of Sils Maria (il suo film precedente) e perché la trama aveva l’aria piuttosto “space”: Maureen è una giovane americana che vive a Parigi e si mantiene facendo la personal shopper di una famosa attrice. La ragazza vorrebbe andarsene dalla città ma rimane nella speranza che il fratello, scomparso da poco, e che come lei era un medium, le invii un messaggio dall’al di là (un accordo che avevano preso prima che lui morisse). Un giorno, portando alcuni acquisti a casa dell’attrice per cui lavora, la trova assassinata. Questo e la coincidenza di un misterioso uomo che le scrive continuamente degli sms sul cellulare e che sembra sapere tutto di lei, cominciano a farla uscire seriamente di testa.
Vabbé, ammettiamolo, uno legge la trama e già comincia a farsi qualche domanda. Però non è che al cinema la trama è sempre importante (ci sono registi che ci hanno costruito dei film geniali sulla mancanza di trama, tipo Lynch), allora uno si dice: vedrai che ci sarà un’atmosfera speciale, che sarà intrigante questa cosa delle presenze ultra-terrene. Ehm... no, in effetti no. E poi bisogna considerare il pippotto sui mezzi di comunicazione moderna: il cellulare come nuovo poltergeist? Che sa tutto di noi, ci isola sempre di più e ci porterà alla follia? O forse, più semplicemente, un grandioso WTF?
Ecco io sarei più propensa per la terza ipotesi. L’unico momento che ho trovato davvero imperdibile è la sola scena in cui compare l’attore norvegese Anders Danielsen Lie: ha la barba ed è bellissimo!

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