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giovedì 21 gennaio 2016

Passione d'Amore

Ettore Scola ci ha lasciati il 19 Gennaio e, giustamente, in questi giorni tutti scrivono di lui.
Ricordi, citazioni, foto e video tratti dai suoi film più famosi sono un po' ovunque.
Io con il cinema italiano ho da sempre un rapporto conflittuale.
Raramente i miei registi di riferimento sono stati degli italiani (Antonioni a parte) e poco mi appassionano, per dire, gli universi felliniani o pasoliniani.
Scola non è mai stato uno dei miei registi preferiti, lo ammetto, anche se Una Giornata Particolare è uno dei film che più ho amato nella vita. L'ho rivisto da poco e ho pensato - ancora una volta - a quanto fosse bello, ben scritto, perfetto, un vero gioiello di storia e regia (e poi, certo, Mastroianni e la Loren da urlo). E quel dettaglio così moderno della radio sempre insopportabilmente accesa in sottofondo con la cronaca della stupidissima parata mussoliniana. Semplicemente meraviglioso.
Insieme a Brutti, Sporchi e Cattivi, C'eravamo tanto amati e Dramma della Gelosia, è stato il film più citato in tutti gli articoli che ho letto in questi giorni. In nessuno di quelli che mi è capitato di scorrere, però, qualcuno ha fatto cenno all'altro mio film preferito di Scola. Forse perché del tutto anomalo rispetto alla sua produzione, forse perché un po' bizzarro, inclassificabile, strano. 
Si tratta di Passione d'Amore, del 1981.
Clara (Laura Antonelli) e Giorgio (Bernard Giraudeau)
Tratto dal romanzo Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (pubblicato nel 1869) il film è la narrazione di un amore impossibile tra il bell'ufficiale Giorgio e la cugina del colonnello presso cui il militare è di stanza, Fosca, una donna tanto brutta quanto sensibile e colta. Giorgio in realtà è innamorato di Clara, una donna bellissima ma sposata, che ha lasciato a Milano, eppure si trova suo malgrado soggiogato dal fascino morboso di Fosca. Dopo una notte d'amore, destinata a restare la sola per Fosca, la donna muore nel giro di pochi giorni (convinta di non poter più vivere un momento tanto felice) e lui si scoprirà disperato al punto da ammalarsi e passare mesi in un letto d'ospedale. 
Fosca (Valeria D'Obici)
Vero e proprio Adèle H all'italiana, questo film di Scola è di rara sensibilità e originalità. Il tema è stato pochissimo trattato, e il modo in cui il regista racconta la storia è toccante e allo stesso tempo disturbante. La bruttezza e la fragilità di Fosca, mista alla sua morbosità, ne fanno un personaggio del tutto anomalo. E parecchio intrigante. Gran parte del merito della riuscita di questa impresa sta nella scelta degli attori, va detto. Il bell'ufficiale è interpretato da un bravissimo attore francese (purtroppo scomparso pochi anni fa), Bernard Giraudeau, uno che con la sua bellezza ha avuto un rapporto molto conflittuale, avendo penato non poco all'inizio della sua carriera ad essere preso sul serio proprio per via del suo bell'aspetto. La seducente e frivola amante, Clara, è interpretata da una Laura Antonelli ancora strepitosamente affascinante, mentre il ruolo ingrato di Fosca è stato affidato ad un'attrice che sicuramente non ha avuto la carriera che si meritava, Valeria D'Obici. Qui imbruttita in maniera impietosa, riesce a infondere al personaggio di Fosca una vita e un fascino del tutto inaspettati. Ciliegina sulla torta, nel ruolo del medico che dispensa consigli a Giorgio, Jean-Louis Trintignant (e Massimo Girotti in quello del colonnello).
Il Dottore (Jean-Louis Trintignant) e Giorgio (B. Giraudeau)
La pericolosità della pietà e i danni che a volte può fare l'altruismo, sono merce rara come argomento cinematografico. Scola sembra volerli indicare qui in tutta la loro mostruosità, ben peggiore di quella fisica di Fosca, scagliandosi anche contro un certo tipo di ideale romantico, e l'involontaria prigionia nella quale costringeva le donne dell'epoca.
Tutto questo per dirvi che, se avete voglia di vedere un film di Scola, magari cercate questa piccola perla rara. Può darsi che vi sia sfuggita.
Le blogger di cinema sono qui per questo.

domenica 12 aprile 2015

Antonioni - Aux origines du Pop

The Cinémathèque Française in Paris feels like home, to me. 
Especially these last months, since they have consecrated to two of my favourite film-makers of all time their biggest exhibitions. Truffaut in the Fall/Winter season and now Michelangelo Antonioni in the Springtime/Summer season (April 9-July 19).
Life is beautiful!
Lucky enough to be invited to the vernissage of the exhibition last Wednesday night, I have enjoyed every minute of it and I was very curious to see what the friends at the Cinémathèque were able to do: a great job, as usual!
The space at the 5th floor, very often divided into different corners, have been left completely open, giving the exhibition a particularly free and energetic look (it is not by coincidence that the exposition has been called The Origins of Pop):
The life and the career of Antonioni are followed chronologically in a circular itinerary that suavely run along the Cinémathèque walls.
Everything is there: from his first steps as cinema critic at the Corriere Padano to the first movies written for Rossellini and Fellini, to letters, books, pictures, records, paintings, original screenplays, all the passions of the Ferrara film-maker are shown in the exhibition.
With some surprises too!
I didn't know Antonioni had a huge collection of cinema postcards... and that he used to "store" them in very big books (great idea, now I know where I could collect mine!):
I really loved the niche consecrated to my favourite Antonioni's movie (and my favourite Italian movie tout court), La Notte, part of the famous "Trilogia dell'incomunicabilità" together with L'Avventura e L'Eclisse:
Lidia (Jeanne Moreau)
Antonioni sul set di La Notte, a Milano
Foto dal set con J. Moreau, M. Mastroianni, Antonioni e M. Vitti
Antonioni e la Vitti discutono sul set di La Notte
Antonioni's movies with Monica Vitti are so special that after seeing these pictures I just wanted to watch them all over again...
Vittoria (M. Vitti) e Piero (A. Delon) - L'Eclisse
Aggiungi didascalia
The two sections dedicated to Deserto Rosso and Blow up were painted in bright and vivid red and green colors, which was a pretty simple but very beautiful idea:
Antonioni e Vanessa Redgrave sul set di Blow Up
The exhibition also displays a number of letters that important film-makers and artists wrote to Antonioni about his movies, showing how much love and respect his cinema was able to generate. In particular, there is a letter by Fellini where the director sketches a short but powerful description of Antonioni and talks about his melancholic way of being, that I found really moving (and God knows if these two were very different kind of artists!).
Very moving was also seeing his cameras and the prizes he won for different movies (the Golden Bear for La Notte, the Palme D'Or for Blow Up, the Golden Lion for Deserto Rosso and a honorary Oscar for his entire career):
If you are an Antonioni's fan, this is an unmissable exhibition, and even if you don't like his movies, this is still a great exhibition about a film-maker who really changed cinema history with his modern vision of contemporary solitude.
If I were you, I would run to the Cinémathèque to be taken away by Antonioni's world... and watch all his movies that are going to be screened between now and the end of May.
The incomunicabilità has never been so communicative!  

giovedì 28 agosto 2014

La sciarpa di Antonioni

Quest'estate ho ricevuto un regalo tanto meraviglioso quanto inatteso.
Mi trovavo in Toscana con un gruppo di amici, e uno di loro è arrivato con un oggetto che mi aveva tenuto da parte per qualche tempo. 
Questo amico è un architetto che anni fa si era occupato dell'allestimento di una mostra dedicata a Michelangelo Antonioni. 
In segno di amicizia, un giorno ha ricevuto in regalo una sciarpa del regista.
Avendo scoperto del mio amore per Antonioni, Massimo è stato così gentile da tenermela da parte e, sapendo di vedermi in Agosto, di portarmela lì in vacanza.
Il tempo quest'estate in Italia, si sa, non è stato un granché.
Nonostante di giorno facesse caldo, al calar del sole c'era un certo freschetto in campagna, e così, sera dopo sera, mi sono ritrovata ad usare la sciarpa di Antonioni.
Non so spiegare l'impressione che mi ha fatto avere tra le mani un oggetto che gli è appartenuto. 
Tutto d'un tratto, ho capito perché ci sono persone che spendono non so quanti soldi per comprarsi oggetti appartenuti ai loro idoli.
Perché io adesso tutte le volte che guardo quella sciarpa penso: Ma dai, era di Antonioni e adesso la uso io?? Che cosa meravigliosa!
Ed è una tale felicità questo pensiero da solo, che già mi sembra sia senza prezzo.
Quindi che arrivi pure l'autunno, e poi l'inverno, che cadano le foglie, gelino le strade, vengano la pioggia, la neve, la nebbia, le bufere. 
Che me ne importa, quando per tenermi caldo io adesso ho la sciarpa di Antonioni?
Zazie desidera ringraziare Massimo Alvisi per questo inestimabile regalo! 

lunedì 30 giugno 2014

Nel deserto non ci sono cinema

 
Questa mattina stavo leggendo un’intervista con lo scrittore americano Don DeLillo pubblicata dalla rivista Obsession del Nouvel Obs. 
DeLillo è uno che di interviste ne rilascia pochissime. Questa l’aveva concessa perché stava facendo il giurato al Festival del Cinema di Estoril invitato dal produttore portoghese Paulo Branco. Era lì e ha chiesto a questi giornalisti francesi di raggiungerlo al ristorante dell’albergo. E’ rimasto con loro solo 40 minuti ma è riuscito a dire un sacco di cose interessanti.
DeLillo, ad un certo punto, si è messo a parlare di Salinger e del suo essersi ritirato dal mondo (argomento che gli interessa parecchio visto che è persona super schiva e si fa vedere in giro raramente), e ha pronunciato queste parole: “Ammiro questa sua capacità di scomparire. Accade spesso anche ai personaggi dei miei libri, ma io non potrei mai riuscirci. Scegliere un punto sperduto su una mappa, un deserto, ad esempio, e sparirci dentro. Non ce la farei. Perché? Perché nel deserto non ci sono cinema”.

Insomma viene fuori che DeLillo va al cinema tutti i pomeriggi. Da solo.
Viene fuori che questa malattia che ho io ce l’ha anche lui. Che cosa bellissima!
La sua frase mi ha ricordato un episodio abbastanza emblematico della mia vita: tanti anni fa ho trascorso le vacanze estive sull’isola di Stromboli, sottovalutando il fatto che su un’isola così piccola i cinema non esistono. Dopo qualche giorno, pensavo di morire. L’idea di stare in un posto in cui, fisicamente, non esistesse un luogo in cui le persone si sedevano davanti ad uno schermo, mi faceva uscire di testa. Hai voglia ad andare a fare la foto davanti alla casa in cui aveva vissuto Ingrid Bergman al tempo in cui girava Stromboli... era una particella di cinema infinitesimale che si esauriva in tempi rapidissimi. 

Un giorno, allo stremo, scopro una piccola libreria con un bel giardino dove di sera proiettano su uno schermo un po’ artigianale i film fatti alle Eolie. Gaudio e gioia immensi! E ovviamente trascino tutta la banda di amici che era con me a vedersi Stromboli di Roberto Rossellini (ma vuoi mettere, vedere Stromboli con dietro lo Stromboli?) e L’Avventura di Michelangelo Antonioni. Insomma mi sono salvata! E capite bene che quando DeLillo dice che non vivrebbe mai nel deserto, con me sfonda una porta più che aperta.
Una sera a New York, devo raccontarvelo, mi sono ritrovata ad una cena dove c’era anche DeLillo. 
In un momento in cui la conversazione aveva avuto un attimo di pausa, lui si era guardato intorno e aveva chiesto: “Qualcuno di voi per caso ha visto Hunger?”. Sono stata l’unica ad alzare la mano. 
Non ci siamo detti niente. Ci siamo guardati, sorridendo.
Due che, mettili in un deserto, anziché l’acqua ti chiederanno un film.

p.s. Se anche voi siete fans di DeLillo, sappiate che ha messo da parte la sua proverbiale riservatezza per partecipare al Festival Letterario Le Conversazioni, di Antonio Monda e Davide Azzolini, che si tiene ogni anno a Capri l’ultimo week-end di Giugno e il primo week-end di Luglio. DeLillo sarà presente in Piazzetta Tragara sabato 5 Luglio. E ci sarà pure la vostra Zazie! 


mercoledì 22 maggio 2013

Seduti al buio

Lo so, sono ripetitiva.
Lo so, vi parlo sempre di cinema, di film, di sale buie.
Ma che cosa ci posso fare, se è questa la cosa che mi piace di più al mondo? Sedermi insieme a dei perfetti sconosciuti nei cinema di Parigi e guardare scorrere le immagini su uno schermo. Lasciarmi trasportare in un mondo che sembra essere separato da me solo da una pellicola sottile, una realtà leggermente parallela, squisitamente fluttuante al di sopra della mia testa, dei miei pensieri.
Prendete ieri: una giornata di Maggio che sembrava Novembre. Pioggia a secchiate, freddo e umido che ti entrano nelle ossa, tristezza incombente. Esiste un antidoto più efficace del cinema? No. Certo che no. A parte, ça va sans dire, un pomeriggio sotto le coperte con Michael Fassbender... sì, ma quello, chi ce l'ha??! 
Ma la cosa incredibile di questa città, la cosa per cui non mi stancherò mai di abitare qui, la cosa che citerei tra i cinque motivi per cui vale la pena vivere di Alleniana memoria, è che al di là dell'ampia scelta di film nuovi, la gente qua affolla le sale per vedere film di 50-40-30-20-10 anni fa.
Io ad esempio ieri pomeriggio sono andata alla Filmothèque du Quartier Latin a rivedermi Taxi Driver di Martin Scorsese in versione restaurata (il film è del 1976). Allo spettacolo delle 15h40. Va bene, la sala era piccola, ma era stracolma, e la gente prima del film faceva la fila paziente sotto la pioggia. Perché siamo tutti qui? Mi sono chiesta, mentre li guardavo con grande tenerezza, come se fossero miei fratelli di sangue. Forse perché sapevamo di stare per vedere un film straordinario, perché ci eravamo dimenticati di quanto fosse bella e ossessiva la musica di Bernard Herrmann, di quanto fosse perfetta la sceneggiatura di Paul Schrader, di quanto fosse sporca New York, di quanto fosse giovane De Niro, di quanto fosse bravo Scorsese in quel cameo in cui fa il pazzo geloso, di quanto fosse già incredibile Jodie Foster a 14 anni, di quanto la regia fosse talmente straordinaria e fluida e portentosa da lasciarci tutti ancora una volta a bocca aperta, manco fosse la prima volta che lo stavamo vedendo, Taxi Driver.
Robert De Niro (Travis Bickle)
Robert De Niro e Martin Scorsese sul set del film
Travis e il suo taxi
Qualche settimana fa, invece, sono andata al cinema alle 11 di una domenica mattina.
Anche lì, ho pensato: saremo dentro in due.
Ero al Cinéma des Cinéastes, e davano un film che volevo vedere da tempo, e di cui avevo molto sentito parlare: Extérieur, Nuit di Jacques Bral (1980). Anche in quel caso, contro ogni previsione, contro ogni attesa, sala quasi piena. E spettatori attenti, perché alla fine della proiezione c'era il regista che parlava del film e la gente gli faceva domande come se stessimo discutendo dell'ultimo block-buster con Johnny Depp. No, dico, sono soddisfazioni enormi!
Gérard Lanvin, André Dussollier e Christine Boisson in Extérieur, Nuit
Poi a volte succedono cose molto buffe, nei cinema di Parigi.
Ad esempio non tanto tempo fa ero con un amico e siamo arrivati quasi (e sottolineo quasi) in ritardo per la proiezione di un film al Nouveau Odéon. Io ero desolata, anche perché dovevo pure passare in bagno (che le bloggers nel loro piccolo, si sa, fanno pipì!). Ho quindi guardato con aria molto preoccupata il tipo che faceva i biglietti: 
- Scusi, il film è già iniziato? 
- No, non ancora, tra un attimo. 
- Sì, ma io devo anche andare in bagno. Faccio in tempo?
- Tranquilla, sono io il proiezionista. Ti aspetto. 
Il bigliettaio proiezionista, che cosa adorabile! Così sono andata in bagno e poi uscendo ho guardato verso la cabina, gli ho fatto segno che poteva partire, e lui mi ha fatto un sorriso, e un secondo dopo iniziava il film. Poi dicono la magia del cinema...
Un'altra volta mi è capitato, in una bellissima giornata di sole di Giugno, una giornata in cui sembrava assurda (tranne a dei malati di cinema) l'idea di chiudersi in una sala buia, di andare a vedere la copia restaurata di Professione Reporter di Michelangelo Antonioni (1975).
Sono entrata convinta, ma proprio convinta, che saremmo stati in tre.
Ma anche in quel caso, come sempre, la sala era piena, e non era nemmeno troppo piccola. Quel giorno, vi assicuro, mi sono proprio commossa. Mi sono seduta e avevo le lacrime agli occhi. E non ho visto niente dei primi cinque minuti del film (non è grave perché l'avevo già visto almeno altre due volte). Mi sono detta che a Parigi non mi sarei mai sentita sola, che Parigi sarebbe stata per sempre, anche a migliaia di chilometri di distanza, la mia città.
Jack Nicholson in Professione Reporter
C'è un signore americano, un tale Paul Rogers, che ha scritto un libro bellissimo, si intitola Name that Movie (Nomina quel Film), sottotitolo: 100 Rebus Illustrati per Cinefili: 
In pratica, questo disegnatore si è messo a rivedere un sacco di vecchi film, e per ciascuno di loro ha fatto sei vignette, senza mettere la faccia degli attori o altri segni particolarmente riconoscibili, e il lettore deve indovinare il titolo del film. Ce ne sono alcuni facilissimi...
e altri difficilissimi, ma è una pura gioia. Io ogni tanto mi metto lì e cerco di indovinare, ci passo proprio le ore. Ma la cosa che amo di più di quel libro è la dedica. Così semplice, eppure così perfetta: 
For those wonderful people out there in the dark 
(a tutta quella gente meravigliosa seduta lì al buio).
Come dire... touchée!

giovedì 23 agosto 2012

La Notte

Non posso farci proprio niente. 
Se mi capita di arrivare alla Stazione Centrale di Milano in pieno Agosto e alzo gli occhi per guardare il Grattacielo Pirelli, a me partono in automatico i titoli di testa della Notte di Antonioni:

Film del 1961, capitolo centrale della "Trilogia esistenziale" (o dell'incomunicabilità) insieme a L'Avventura e L'Eclisse (hai detto niente!), La Notte rappresenta per me il punto più alto della cinematografia di Antonioni, e il punto più alto della cinematografia italiana tout court. Ebbene sì, se in una ipotetica classifica dei migliori film di tutti i tempi io dovessi citare un solo film italiano, dubbi non ne avrei, il mio titolo sarebbe questo.
Antonioni sul set con Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni
La Notte è la cronaca di 24 ore (dal mattino all'alba successiva) nella vita di una coppia, quella composta da Giovanni, uno scrittore di successo, e sua moglie Lidia. A Milano è estate, fa caldo e le strade sono semi deserte. Giovanni e Lidia vanno a trovare in ospedale Tommaso, un amico gravemente ammalato, e poi partecipano in una libreria al lancio dell'ultimo romanzo di Giovanni. Fin da subito, risulta chiaro che il rapporto tra i due è in crisi. Lidia, lievemente disgustata dall'atmosfera e dalla gente, abbandona la presentazione e si mette a vagare senza meta, finendo in una periferia deserta e abbandonata. La sera, dopo essere stati in un night club, i due decidono di partecipare ad una festa nella villa fuori città dell'industriale Gherardini. Nel corso della serata, Lidia accetta la corte di uno sconosciuto, mentre Giovanni rimane affascinato dalla giovane figlia dell'industriale, Valentina. Chiamando in ospedale, Lidia scopre che Tommaso è morto. La notte è ormai alla fine, sta spuntando l'alba, e Giovanni e Lidia si ritrovano, soli, nel parco deserto della villa. La donna inizia a leggere al marito una lettera d'amore. Lui l'ascolta, affascinato. Quando le chiede chi le ha scritto quella lettera e quando, la risposta di Lidia lo lascia senza parole: quella lettera è sua. L'ha scritta per Lidia all'inizio del loro amore.
Marcello Mastroianni - Giovanni
Jeanne Moreau - Lidia
Monica Vitta - Valentina
Ho sempre pensato una cosa: che nessun regista al mondo è stato capace di comunicare l'incomunicabilità come Antonioni. Nessuno è mai stato capace quanto lui, in maniera tanto elegante, precisa e spietata, di rappresentare la disperazione, il vuoto, l'alienazione. Antonioni è stato anche estremamente moderno, talmente avanti sui tempi che la gente faceva fatica a capirlo (penso a tutti i fischi che si era beccato con L'Avventura le prime volte che veniva proiettato... un film che ha praticamente rivoluzionato il modo e il senso di fare cinema, e che ha influenzato generazioni intere di giovani registi). Anche su certe insensatezze della vita moderna e del progresso, Antonioni era stato di una lungimiranza estrema. Se un regista come Jacques Tati aveva scelto la strada dell'ironia e dell'assurdo per mettere in ridicolo le aberrazioni del mondo moderno, Antonioni aveva scelto quella del rigore e del silenzio, rappresentando il deserto di valori e sentimenti con un deserto fisico (a volte rosso e a volte in bianco e nero) di paesaggi, di orizzonti, di strade. Il mondo di Antonioni è vuoto, fuori e dentro. Le città sono palazzi moderni dalle forme geometriche spigolose e crudeli, in cui le persone sembrano muoversi sperdute, solitarie, abbandonate. Antonioni si interroga costantamente sul perché della nostra esistenza senza riuscire a trovare una sola risposta decente. Cosa ci può salvare dall'assenza di senso e di riferimenti? La Notte, sotto questo profilo, è il suo film più spietato: la malattia e la morte (Tommaso), l'ignoranza e la miseria umana dei ricchi (l'imprenditore Gherardini, il classico cumenda milanese), la noia moraviana dei giovani che hanno avuto tutto e non desiderano niente (Valentina), lo scrittore-artista più interessato alle mondanità e al successo che a quello che scrive nei libri (Giovanni), la moglie che non ha saputo dare un senso alla sua vita al di là dell'amore, ormai morto, per il marito (Lidia). C'è tutto, non manca niente, salvo (forse) un po' di speranza. 
Aiutato in questa mirabile impresa dalla penna di Ennio Flaiano e Tonino Guerra, che hanno scritto con lui la sceneggiatura, Antonioni ha scelto un trio di attori straordinari per esprimere al meglio il buio di questa notte. Mastroianni, lontano dai gigioneggiamenti delle prove felliniane, è febbrile, sperduto e fragilissimo. Jeanne Moreau, con la sua aria triste e corrucciata, è il ritratto di un disagio profondo ed immobile, mentre Monica Vitti, in quel suo modo leggero e falsamente spensierato, fa intravedere abissi di vuoto esistenziale. Ma uno dei motivi per cui amo da morire questo film, è per come Antonioni ha filmato Milano. Mi pare che lui ne abbia catturato la vera essenza, fatta di cose davvero impalpabili eppure riconoscibilissime. Il mondo di ciascuno è gli occhi che ha, ha scritto una volta José Saramago. Ma il mondo di ciascuno è anche i film che ha visto, e a me sembra di avere sempre osservato Milano con gli occhi di Antonioni.

In uno degli episodi di Die Zweite Heimat di Edgar Reitz, alcuni dei protagonisti vanno al cinema a vedere La Notte e al rientro uno di loro annuncia agli amici, estasiato: "Questo film è straordinario. Lo vedi, e poi hai voglia di spararti un colpo."  
Devo essere l'unica al mondo a cui La Notte fa tornare la voglia di vivere.
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