martedì 11 luglio 2017

Audrey For Ever

Do you remember that quote from Woody Allen’s Manhattan?
A friend of Isaac, the main character, told him, as a reproach: You think you’re God…
And Isaac, seraphic, replies: Well, I gotta model myself after someone!
When I think about Audrey Hepburn, I always think about that quote, because I’ve always tried to model myself after her.
I think it’s useless to make here the list of her good qualities: a very talented actress but also an exquisite human being and an unrivalled example of elegance and class.
She is like the most adorable person ever and I certainly adore her.
When I found out that in Morges, Switzerland, there was an exhibition called “Audrey Hepburn & Hubert De Givenchy, Une élégante amitié” and that, completely by chance, I was in Geneva visiting a friend while it was still going on, mon coeur a fait BOUM!

Givenchy and Audrey met in 1952 in Paris. 
When Hubert was informed that a certain actress called Hepburn was about to arrive at his atelier, he was expecting to see Katherine, but to his great surprise he saw this tiny, thin girl going towards him. And the rest is history.
Givenchy and Hepburn not only created together some of the most iconic dresses of the cinema history, but they also had a life-long friendship (Givenchy is 90 and still alive, Audrey sadly left us quite young, at 63, in 1993).
Hepburn spent the last 30 years of her existence in Switzerland, in a house called La Paisible, outside a little village called Tolochenaz, just 5 minutes by car from Morges, where she got married for the second time (the first was with American actor Mel Ferrer back in 1954) to the Italian psychiatrist Andrea Dotti in 1969: 

The city of Morges hosts the exhibition in three different places: the Château de Morges, the Expo Fondation Bolle and the Musée Alexis-Forel (all of them at a walkable distance).
My favourite one has been by far the one in the Morges Castle, because it was there that the dresses from the '50s and '60s were displayed.
When I entered into the room I was so excited that my friends thought I was about to have a heart attack! But hey, how could you stay unperturbed in front of dresses you have dreamt about all your life? I simply couldn’t…

When I saw dresses and hats coming from Charade and Breakfast at Tiffany’s, are just went nuts!
And this was Audrey's chair on the fiming of the movie:


Of course, there were many interesting things also on the other two locations:
We also bumped into the place where the marriage between Audrey Hepburn and Andrea Dotti was celebrated:
Being a total Audrey’s day, we also decided to visit the little cemetery of Tolochenaz, where Audrey has been buried in 1993.
Just outside the village, this was a small and simple country cemetery: the most enchanting place to rest in peace and the most suitable one for Audrey:

What a lovely day. I was so happy that I wanted to bring with me as a souvenir the poster of the exhibition. To paraphrase another Allen’s movie: Take Audrey and run!
I would like to thank Denis, Laura and Laure for bringing me there and staying with me in this wonderful day. It was really unforgettable, dear friends!

venerdì 7 luglio 2017

The Nile Hilton Incident (Le Caire Confidentiel)

Che bello quando si va al cinema senza sapere un granché né del film né del regista e ci si ritrova con un piccolo gioiello tra le mani. Se poi non si era entrati in un cinema da un po’ di tempo (due settimane, che per i miei standard sono un’eternità prossima alla disperazione), lo è ancora di più.
Insomma è capitato che sono andata a vedere questo film egiziano di cui non conoscevo nulla semplicemente attratta dal poster (guardate lì sopra, non è bellissimo?) e dal titolo francese, Le Caire Confidentiel.
Se state pensando che vi ricorda qualcosa, ebbene sì: nonostante le aree geografiche siano molto distanti, siamo dalle parti di LA Confidential.
The Nile Hilton Incident rientra a pieno titolo nella categoria film noir, solo che invece della pioggia battente di LA e del fedora di Humphrey Bogart, qui c’è il sole del Cairo e il giubbotto di pelle di Fares Fares.
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Siamo al Cairo nel 2011, alla vigilia della rivoluzione araba.
Noredin è un ispettore di polizia a cui viene affidato un caso piuttosto scottante: una cantante di varietà viene trovata uccisa in una stanza del Nile Hilton Hotel. Con chi era quella notte? E chi può aver voluto la sua morte? I sospetti di Noredin si rivolgono quasi immediatamente verso un politico molto influente, vicino al Presidente Moubarak, e quindi intoccabile. Tutt’altro che un poliziotto integerrimo, Noredin, complice l’incontro con due donne: Salwa, una donna delle pulizie africana e unica testimone del delitto, e Gina, un’amica della vittima, deciderà di andare fino in fondo all'inchiesta pur di assicurare il colpevole alla giustizia.
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Ambientato al Cairo ma girato per motivi di sicurezza a Casablanca, The Nile Hilton incident ha tutti gli elementi classici del noir: una città tentacolare, un poliziotto alla Raymond Chandler (quel misto di romanticismo e cinismo che rende personaggi di questo tipo irresistibili, anche perché nella vita reale chi li ha mai incontrati), un delitto, una femme fatale, un colpevole difficile da mettere in galera perché troppo immanicato, e la sete di giustizia più forte di qualsiasi paura o corruzione.
Il fascino qui sta proprio nell’inusuale cornice.
La città è protagonista assoluta: le sue strade sporche, il calore, la povertà, il brutto ovunque, e quel serpeggiare appena accennato della rivoluzione che sta per scoppiare e che cova sottopelle per tutto il film, sino all’inevitabile esplosione.
E poi c’è Noredin, personaggio davvero bellissimo: lontano dall’essere un eroe, anzi all’inizio un tipo piuttosto miserevole ed abbietto, che si trasforma a poco a poco, quasi suo malgrado, in giustiziere della notte, stanco e nauseato dalla corruzione dilagante ed imperante, pronto a rinunciare a tutto (quel poco che ha), compreso il grado di capitano che si è guadagnato nel corso dell’inchiesta, pur di sbattere in galera chi ha fatto del male.
In questo totalmente al passo con i tempi e, quasi senza volerlo, vicino a quei ragazzi che si stanno ribellando e che presto invaderanno le strade.
Gli presta il volto un attore che non conoscevo e che si candida a scoperta dell’anno: Fares Fares, sorta di Charles Denner de noantri egiziani (ma se possibile ancora più alto e dinoccolato, e con un naso ancor più pronunciato). Con la sua giacchetta di pelle e la sua aria malinconica e sbadata, è bravissimo a tenere il film sulle sue spalle e a portarci in giro per la città con il suo stupore e la sua rassegnazione che presto diventa voglia di ribellarsi.
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Il regista Tarik Saleh (classe 1972), egiziano di origine ma svedese di adozione, è un artista dal percorso interessante: uno dei graffitari (!) più famosi di Svezia, si è fatto le ossa dirigendo video di Lykke Li ed è qui alla sua terza regia. 
Ispirandosi per questo film ad un fatto reale (l'uccisione avvenuta nel 2008 a Dubai di una cantante egiziana da parte di un personaggio pubblico vicino al Presidente Moubarak), Saleh ha fatto incazzare parecchio i dirigenti del suo paese, per il quale a quanto sembra è diventato persona non grata
A volte fare cinema è più pericoloso di quanto si creda!

giovedì 8 giugno 2017

Song to Song

"Qu'est-ce que le cinéma ?", se lo chiedeva già André Bazin nel lontano 1958.
Già. Che cos’è esattamente il cinema? E, domanda ancora più difficile ed ambiziosa, che cos’è esattamente il grande cinema? La questione è spinosa e me la pongo spesso: nel blog ho scritto già diversi post che ruotano attorno a questo quesito fondamentale.
Il dubbio atroce mi prende soprattutto quando vedo un film da tutti o da molti considerato bellissimo e che a me fa venire nel migliore dei casi l’orticaria e nel peggiore dei casi il desiderio di lasciare la sala dopo 10 minuti.
Il regista contemporaneo che forse più di ogni altro mi suscita il caso n° 2 è l’americano Terrence Malick.

Avevo amato alcuni dei suoi film (soprattutto The thin red line), senza perderci la testa, e poi è arrivato The tree of Life, e lì le cose sono precipitate. A stento ho resistito fino alla fine del film, e già mi sembrava di aver fatto uno sforzo enorme, ma il peggio è arrivato dopo. 
A sorpresa, tantissimi amici lo avevano amato, alcuni lo consideravano addirittura un capolavoro, e io mi sono ritrovata a discutere su forum dove la gente si insultava da entrambe le parti.
Con mia grande soddisfazione, lo ammetto, i due film successivi di Malick, To the wonder e Knight of cups, hanno parecchio raffredato gli animi. Non mi pronuncio perché non li ho visti, ma diciamo che è stato difficile trovare qualcuno, tra critici e amici, pronto a difenderli.
Mi ero più o meno ripromessa di evitare accuratamente in futuro la visione di qualsiasi sua pellicola, ma lui, come se volesse punirmi, che fa? Decide di fare un film con due attori che di nome fanno Michael Fassbender e Ryan Gosling.
Allora dillo, che mi vuoi male.
Dillo che ce l’hai con me personalmente, Terrence.
Cosi, bando ai pregiudizi, armata - lo giuro - delle migliori intenzioni, pochi giorni fa sono andata a vedere Song to Song in un bellissimo cinema di Amsterdam, il Kriterion (a Parigi il film arriverà solo a fine Luglio).

A questo punto, nei miei post, di solito scrivo qualche riga di trama.
Solo che, in questo caso, il compito è arduo, ma ci proverò comunque.

Ambientanto ad Austin, Texas, nel mondo della musica (ci sono tra l'altro diversi cameo di cantanti famosi tra cui Patti Smith e a Iggy Pop), Song to Song è la storia di un triangolo amoroso tra il musicista BV (Gosling), la sua ragazza aspirante tale, Faye (Rooney Mara) e un ricco produttore, Cook (Fassbender). Un paio di altri personaggi fanno capolino nella storia, come una cameriera con cui Cook ha una storia, Rhonda (Natalie Portman) e una donna che diventa l'amante di BV, Amanda (Cate Blanchett).
Di più, non saprei proprio dire.
Il cinema, per quanto mi riguarda, è un atto di fede.
Ci devo credere, a quello che vedo sullo schermo: devo potermi fidare ciecamente del regista e delle sue immagini, della sua storia e di come la racconta.
Se gli credo, può mostrarmi praticamente qualsiasi cosa, nei modi e tempi che ritiene più opportuni.
Non mi spaventano né la lunghezza né la lentezza.
Non mi spaventano le ellissi, le metafore, i flashback, i flashforward, i ralenti, i silenzi, i dialoghi a raffica, le immagini sfuocate, il bianco e nero, il formato quadrato, lo split-screen, insomma la qualunque.
Ma se non gli credo, ecco, se non gli credo è la fine.
E io a Malick non ci credo neanche per mezzo secondo.
Perché a me sembra uno che abbia perso l’ispirazione e le cose da dire circa 15 anni fa e che da allora tenti disperatamente di far credere al mondo che è un grande maestro con uno stile tutto suo. Che imbastisca questi film senza capo né coda, infarciti di luoghi comuni, dialoghi al limite del ridicolo, successioni di scene evocative, meravigliose immagini di tramontoni e nuvole e risacca del mare, e case da Architectural Digest tutte legno e vetro, per nascondere il nulla cosmico che si annida dentro di lui e dietro il suo cinema. 

Sbaglierò?
Può essere, ma il problema rimane.
Almeno per me. Perché, appunto, non ci credo. Non credo al suo modo di costruire le storie, non credo ai grandangoli con cui riempie 2oreeventi di fim, non provo empatia né simpatia per i suoi personaggi, non sento niente se non irritazione mista ad una noia mortale prossima all'asfissia e, nel caso specifico, anche un’estrema frustrazione nel vedere due attori bravissimi come Gosling e Fassbender utilizzati in questo modo.
Non so che farci. Ci ho provato, con tutta me stessa. Giuro.
Ma dopo 10 minuti volevo già uscire dal cinema, volevo mettermi a urlare, volevo dire basta.
Quando Fassbender, incontrando la Portman nel ristorante in cui lavora, le dice: Aiutami, ho una malattia, non posso essere lasciato da solo, avrei avuto voglia di rispondergli: se continui a stare in un film di Malick, figlio mio, ti molleranno tutti. Persino io.
Insomma mi dispiace, ma della canzone di Malick io faccio volentieri a meno.

Plait it again, Terrence, but nor for me!

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