martedì 15 settembre 2015

LIFE

In questi ultimi anni, i cosiddetti “biopic” si sono sprecati.
Dalla Regina d’Inghilterra a Nelson Mandela, moltissimi dei personaggi che hanno fatto la storia hanno avuto diritto ad una loro rappresentazione più o meno degna sul grande schermo.
In realtà, devo ammettere di non essere una grande appassionata del genere.
Per i miei gusti, questi film sono spesso troppo agiografici, didascalici, prevedibili, e più la figura è moralmente “alta”, più mi pare che la qualità del film tiri verso il basso.
Poi, però, ci sono le eccezioni. Perché è possibile parlare di un personaggio realmente esistito senza farlo apparire una macchietta, o privo di sfumature, o un eroe preso dal sacro furore dell'arte o di una buona causa qualsiasi.
Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di vedere Love & Mercy di Bill Pohlad, il film su Brian Wilson, il cantante dei Beach Boys, che è un esempio molto interessante di biopic.
Se ve lo siete perso, vale proprio la pena di recuperarlo:

E poi, l’altra sera, ho visto Life di Anton Corbijn, e allora ho capito che si possono fare ottime cose, nel campo delle biografie.
Del resto Corbijn non è nuovo all'impresa: già nel 2007, con il film Control, biografia di Ian Curtis, il cantante dei Joy Division suicidatosi a soli 24 anni, aveva dimostrato di avere un gran talento per raccontare storie vere e tormentate. Il regista, fotografo di formazione, è al suo quarto lungometraggio, e si è fatto le ossa dirigendo video e film dedicati ad un alcuni importantissimi gruppi come gli U2 e i Depeche Mode. In Life, ha l'ardire di portare sullo schermo una figura mitica, quella dell'attore americano James Dean (del quale, il 30 Settembre, ricorrerà il 60° anniversario della morte).

James Dean fotografato da Dennis Stock nella sua camera di NY - 1955
La prima cosa originale del film, è il punto di vista che Corbijn adotta, e che non è - come si potrebbe pensare - quello di Dean, bensì del vero protagonista della storia: il fotografo Dennis Stock. Stock nel ‘55 è un fotografo di belle speranze, con velleità d’artista ma costretto a scattare foto alle star di Hollywood sui red carpet o alle feste dei produttori.
E’ proprio ad una di queste feste che incontra per caso James Dean, allora quasi sconosciuto. Un semplice attore che, notato in teatro a NY, è stato chiamato a LA per partecipare a Est of Eden di Elia Kazan. Quando i due uomini si incontrano, il film ancora non è uscito, e Dean è solo un nome che in pochi conoscono. Stock, tuttavia, “sente” che quel ragazzo sta per diventare famoso, e propone a Life, il magazine per cui lavora, un servizio fotografico con lui. Sarà difficile convincere sia il giornale che James Dean, ma alla fine la cosa andrà in porto. E dopo qualche scatto a NY, tra cui quello celeberrimo di Dean sotto la pioggia a Times Square, i due partono per l’Indiana, nella fattoria in cui Dean è cresciuto. Al loro ritorno in città, esce il film di Kazan e Dean scopre di essere stato scelto per Rebel without a Cause di Nicholas Ray, che lo consacra a simbolo di tutta una nuova generazione. 

Sei mesi dopo, morirà in un incidente stradale. E il resto - come si dice in questi casi - è storia.
James Dean (Dane Dehaan) e Dennis Stock (Robert Pattinson)
Quello che mi è sempre piaciuto dei film di Corbijn è che hanno tutti una vena malinconica fortissima, una specie di patina di tristezza che li avvolge, li smorza, li contiene, e li rende anche speciali. 
I protagonisti dei suoi film sono tutti essere umani un po’ disperati. Uomini che vivono uno scarto pesante rispetto alla realtà, che stanno un po’ ai margini della società, uomini ultra-sensibili che possono essere facilmente  feriti dagli altri e dal mondo. Era vero per Ian Curtis ma anche per il personaggio di George Clooney in The American (2010) e per quello di Philip Seymour Hoffman (nella sua dolentissima ultima interpretazione) in A most wanted man (2014):
Dennis Stock e James Dean non fanno eccezione, in questa galleria di uomini sull’orlo di una crisi di disperazione. Ed è proprio qui che sta la magia del film. Nessuno dei due è messo bene: Stock deve fare i conti con un matrimonio fallito, un pessimo rapporto con il figlio piccolo, una carriera che non decolla, un costante problema di soldi, Dean con un passato familiare doloroso, una carriera incerta, la sua incapacità di vivere secondo i dettami di Holywood (party, prime dei film, interviste “finte”, e tutto il politically correct del caso), un rapporto d’amore sacrificato al successo e, forse, la sua stessa vera sessualità.
Corbijn riesce a fare in modo che a parlare siano più i dubbi che le certezze, il dolore più che la felicità, gli uomini più che i personaggi famosi, ed è così che riesce a fare un vero film, non un semplice biopic.

Dean by Dean
Dean by Dehaan
Ma è nel cast, il tocco di genio di Corbijn.
Anziché affidare, come tutti si aspetterebbero, il ruolo del bello e dannato ad un attore famoso, pure lui un po’ bello e dannato versione 3.0 come Robert Pattinson (che, sia detto per inciso, in questi anni sta dimostrando quanto sia bravo e si sta costruendo una carriera di tutto rispetto, alla faccia di quelli che sono rimasti fermi a Twilight), che fa?
Fa fare a lui il fotografo in cerca di gloria e affida il ruolo di Dean ad un attore semi-sconosciuto ma dal talento portentoso (chiunque lo abbia visto nella stagione 3 di In Treatment sa di cosa parlo): Dane Dehaan.

James Dean (Dane Dehaan)
Il Dean di Dehaan (sì, suona buffo, lo ammetto) è un magnifico esempio di recitazione sotto le righe. 
E’ tutto uno stare in bilico, tutto un tormento interiore, e Dehaan sa esattamente fin dove può spingersi (come nella magistrale scena della cena sul treno).
E c’è una strana corrispondenza tra il momento che viveva Dean e quello che sta vivendo Dehaan. 

Alle soglie del successo entrambi. 
Speriamo solo che il secondo non ami andare troppo forte in macchina.

lunedì 31 agosto 2015

As Mil e uma Noites: Vol. 1 - O inquieto/Vol. 2 - O Desolado/Vol. 3 - O Encantado

Ci sono registi di tutti i tipi, là fuori.
Ci sono quelli classici, quelli alternativi, quelli impegnati, quelli che odiano l'umanità, quelli che la amano, quelli poetici, quelli crudi, quelli sentimentali, quelli freddi e poi ci sono quelli che non sai in quale categoria mettere.
Quelli particolari.
Così particolari che ti chiedi da dove siano usciti fuori. Ma da dove arrivano? Da questo pianeta? Da Marte? E per quale pubblico fanno i loro film?
A questa categoria appartiene senza alcun dubbio, di diritto, il regista portoghese Miguel Gomes.  
Diventato famoso nel 2012 per quella meravigliosa e strana creatura che portava il nome di Tabu, uno dei film più incredibili degli ultimi anni, Gomes è tornato a far parlare di sé all'ultimo Festival di Cannes dove ha presentato - alla Quinzaine des Réalisateurs (ed erano in tanti a dispiacersi che non fosse in concorso) - il suo ultimo lavoro: As mil e una noites.
Film fiume di 6 ore, liberamente ispirato alla struttura dei racconti delle Mille e una Notte, esce in sala diviso in tre parti: L'inquieto/Il Desolato/L'Incantato. Qui in Francia ha ritmato la nostra estate: il Volume 1 è uscito a Giugno, il Volume 2 a Luglio, e il Volume 3 è in sala da pochi giorni. 
Volendo raccontare la grande crisi economica che ha colpito il Portogallo in questi ultimi tempi, Gomes tre anni fa dà vita ad un progetto unico ed ambizioso: lui stesso e alcuni suoi collaboratori si mettono a viaggiare per tutto il paese alla ricerca di storie che parlino di crisi, mancanza di lavoro, sofferenze derivate dalla restrizione economica a cui il governo portoghese costringe la popolazione per uscire dall'impoverimento generale. 
Una volta raccolte queste storie, però, Gomes non sa più come metterle insieme, come farle "parlare". Sino a quando un bel giorno pensa alle Mille e una Notte, e gli viene l'assurda quanto geniale idea di raccontarle sotto forma di fiabe, proprio come nel libro.
Il risultato è... eh, come posso spiegare? 
Il risultato è un film unico al mondo. Se avete voglia di avere un'esperienza metafisica (ogni tanto succede, al cinema, e a Zazie piace molto), questo è il film che fa per voi. Armatevi di pazienza, la visione non è delle più semplici, il ritmo è bizzarro, le storie a volte lente, ma lasciatevi trascinare, e non rimarrete delusi.
C'è davvero di tutto in questi tre volumi.
Storie tristi di cantieri che chiudono, di gente che perde il lavoro, di palazzi di periferia dove le persone fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, ma anche storie assurde e divertenti, storie bellissime di umanità varia, di solidarietà, di amore, di speranza.
E ci sono cose assolutamente incredibili: balene che esplodono, galli che parlano, alberi che dicono delle cose, cani che vedono il loro fantasma, storie d'amore raccontate mentre scorrono immagini di una manifestazione, gente che appicca fuochi per gelosia, gare assurde di canto degli uccellini, tribunali dove si delibera all'aria aperta di notte e si giudicano delle storie grottesche, ladroni arabi che ballano la breakdance.
Ecco, non so se ho reso l'idea.
Su tutto e tutti, benché all'inizio in un breve e buffo cameo il regista (lo stesso Gomes) scappi spaventato all'idea di quello che sta combinando, vigila l'occhio curioso e incantato di chi queste storie le sta filmando. Gomes sembra avere una sensibilità pura e fanciullesca, sembra essere il primo a stupirsi di quanto sta raccontando, ma anche il primo a crederci, incondizionatamente. Per questo motivo le sue Mille e una Notte sprigionano una vitalità incontenibile, un fiume in piena che si riversa sullo spettatore e sembra letteralmente inondarlo, circondarlo, affascinarlo. Il risultato, sorprendente, è il ritratto di un popolo colto in un momento in divenire. Come se Gomes riuscisse a fare una fotografia di tutti i portoghesi. Del loro smarrimento e della loro forza. Del loro subire la crisi ma anche della loro voglia di riscatto. 
Personalmente, ho trovato il Volume 2 un vero capolavoro. Le storie degli abitanti di un palazzo della periferia di Lisbona mi hanno preso il cuore. Raccontate in modo crudo e allo stesso tempo poeticissimo, senza una sbavatura, senza la minima ridondanza, e con momenti di pura magia, come il rap che canta un ragazzo nella sua stanzetta.
Ibrido di documentario, fiaba e finzione, gioco di scatole cinesi in cui gli attori (ci sono quasi tutti quelli di Tabu) ritornano varie volte in ruoli differenti, questo film è un portento, una forza della natura, un incantevole delirio.
C'è questo dialogo tra Shahrazad e suo padre nel Volume 3:
- Dove nascono le storie? 
- Nascono dai desideri e dalle paure degli uomini.
- E perché esistono? 
- Per aiutarci a sopravvivere.
Io penso che il film di Gomes faccia pure qualcosa di più: ci aiuta a vivere. Nel migliore dei mondi possibili. Quello della finzione, del cinema, delle mille e una notte, appunto.
E se non ci credete, andate a vederlo con i vostri occhi.

domenica 30 agosto 2015

Bar Luce

Durante le mie vacanze milanesi, sono andata a vedere un posto che mi incuriosiva parecchio, il Bar Luce della Fondazione Prada, ideato da Wes Anderson.
Ne avevo molto sentito parlare, e diversi miei amici mi scrivevano messaggi tutte le volte che ci capitavano: "Devi venire, ti piacerebbe tantissimo!"
Ecco, si vede che i miei amici mi conoscono bene, perché al Bar Luce mi sono subito sentita a casa (in compenso non mi è piaciuta per niente la Fondazione Prada ma vabbè, questa è un'altra storia...).
Altri amici invece mi avevano detto che a loro il bar risultava troppo "falso".
Il fatto è che il Bar Luce non è che sembra, è proprio falso. Volutamente, intendo.
E' un set cinematografico. Nello specifico: la parziale ricostruzione del bar degli anni '50 che compare nel corto-metraggio Castello Cavalcanti diretto da Anderson per Prada:
Tutto questo per dire che a me non solo non ha dato fastidio che il bar sembrasse falso, ma è stata proprio la cosa che più mi ha esaltato, perché mi sembrava di stare in un film di Wes Anderson. E poi Wes ha voluto vincere facile, con me: mi è bastato vedere i mobili con gli specchietti anni '50 e le bottiglie di Cinzano Chiaro, Biancosarti e Buton Rosso Antico in esposizione per uscire fuori di testa:
Per non parlare di quella meravigliosa collezione di bottiglie da seltz che faceva bella mostra di sé dietro il bancone:
Dato che non era neanche mezzogiorno e mi sembrava brutto darmi all'alcool ma allo stesso tempo volevo fare la mia bella figura e prendere qualcosa a tema, ho optato per un bicchiere di Cedrata Tassoni:
E poi avrei voluto provare tutto. Giocare ai flipper e mettere su una vecchia canzone di Mina scelta dal juke-box:
Persino il pavimento per andare alla toilette, mi piaceva!
Insomma io al Bar Luce avrei potuto facilmente metterci le tende. Per fortuna non abito più da queste parti, altrimenti tutti i miei appuntamenti io li darei qui...
I miei occhiali da sole vintage erano così adatti all'ambiente che per un attimo ho pensato di lasciarli lì, come parte dell'arredamento:
Ma fuori c'erano 40 gradi e troppo sole, fuori c'era la solita vita reale, e ne avevo bisogno per proteggermi gli occhi. Altrimenti mi sarei volentieri messa ad urlare: Totale-calamità-disastro-catastrofica! alla vista della Fondazione Prada.

sabato 29 agosto 2015

Happy Birthday, Ingrid!

Swedish actress Ingrid Bergman was born today 100 years ago.
A great actress, an amazing and stunningly beautiful woman, she worked with some of the best film-makers of cinema history during her long and rich career. She could play anything: she could be intense, funny, mysterious and seductive in the most perfect way.  
Of all her movies, these are the ones that Zazie loves in a very special way:

Casablanca by Michael Curtiz (1942)
Notorious by Alfred Hitchcock (1946)
Stromboli by Roberto Rossellini (1950)
Europa 51 by Roberto Rossellini (1952)
Viaggio in Italia by Roberto Rossellini (1954)
Indiscreet by Stanley Donen (1958)
Goodbye Again (Aimez-vous Brahms?) by Anatole Litvak (1961)
Cactus Flower by Gene Saks (1969)
On my kitchen's wall, I have a picture of Ingrid Bergman that I simply adore.
It is taken from Indiscreet, and it shows her smiling half hidden by the door, with her own kitchen in the back ground:
I don't know why, but that picture always puts me in a very cheerful mood. 
I see it every day, and I think it is the best Good Morning I can possibly have.
So thank you, Ingrid, for all the joy you gave us just being you on a silver screen.
E 100 di questi giorni!

giovedì 23 luglio 2015

Summer Movies

Summer is never considered a good time for movies: who wants to hide in the darkness of a cinema when outside the sun is shining and you can have a cocktail lying down on a deck chair? 
Well, I do. I like to go to the movies anytime, all year long. Sunny, rainy, snowy days, any day is perfect for a good film.
In case you have the chance to live in Paris and you want to relax and enjoy a couple of hours comfortably seated in a fresh spot (air conditioning, anybody?), here are Zazie’s suggestions for the best movies in town:

AMY by ASIF KAPADIA (UK)
If you are an Amy Winehouse fan, you probably don’t want to miss this documentary on her life and (tragic) death. 
The film-maker received a worldwide praise for his biopic on another famous figure, the Formula One pilot Ayrton Senna, and now he has pointed his camera towards this outstanding artist, victim of her own fame and self-destructive nature.
Kapadia had access to unseen archive footage of Winehouse (even from her teenage years), coming from friend and first producer Nick Shymansky. The parabola of the singer is clearly shown and it is easy to understand that behind her craving for love there was a lack of the same thing when she was child (thanks, mum and dad!). But the worst influence of all has been the one of her husband, Blake Fielder-Civil, a real piece of shit. He is the one who introduced her to drogues such as cocaine, crack and heroine (thanks, honey!), not to mention all the rest. To witness the inability of Amy Winehouse to take care of herself and to sink into depression and any kind of addiction is painful and unbearable. And it is heart breaking to hear her incredible voice and to understand what she could have done with it if only things had turned out differently.

What a shame.

HILL OF FREEDOM by HONG SANG-SOO (KOREA)
If you are an Eric Rohmer’s fan or if you love movies where there is no much going on (I personally adore them), this is the summer flick for you. 
Kwon comes back to Seoul after a period of illness recovery in the mountains, and she finds a bunch of letters from a Japanese guy, Mori, waiting for her. The two had a short affair a while before and Mori, who is in love with Kwon, has decided to surprise her and to visit her from Tokyo without any notice. Since Kwon is not there, Mori spends his days writing letters seated in a café, the Hill of Freedom. In the meantime, he gets to know people who live around Kwon’s place: the waitress of the café and the guests of the small bed & breakfast where he is staying. Will the couple be able to get together?
This is one of the sweetest movies I have ever seen in my life, and God knows if we need a bit more of tenderness and kindness in this world. The way the story is told (Kwon has dropped the letters in the stairs so she is reading them in a random sequence), the way the characters speak (in the most elementary English, since the Korean characters don’t speak Japanese and Mori doesn’t speak Korean), the funny and delicate dialogues, make Hill of Freedom an irresistible and incredibly poetic feel-good movie.
Zazie is crazy about it!

INFINITELY POLAR BEAR by MAYA FORBES (US)
If you love tenderness, then there is another movie you don’t want to miss: Infinitely Polar Bear. 
Written and directed by Maya Forbes, the film is autobiographical and infinitely touching. Forbes relates her childhood and teenage years spent in Boston with a manic-depressive/bipolar father who was taking care of her and her younger sister while their mother was studying and working in NY trying to provide a better future for her daughters. Cameron, the father, is as crazy as irresistible. He tries his best but life with him is a rollercoaster, both practical and emotional, where big crises mix with moments of bliss. Basically: it’s a mess, but a beautiful one.
I have to admit that I went to see this movie for one particular reason: Mark Ruffalo. I always loved this actor but since I am following him on Facebook, I’m just crazy about him. He genuinely looks like a fabulous human being and every time he is posting something I feel the urge to forward it to the world!
His performance is astonishing here, but also the rest of the cast is very good: Zoe Saldana as the mother and the two adorable young actresses Imogene Wolodarsky (who is Forbes’s real daughter… hello Mr. Freud!), and Ashley Aufderheide.

Please don't miss this tender thing!

LA ISLA MINIMA by ALBERTO RODRIGUEZ (SPAIN)
If you loved True Detective – Season 1, you’re going to adore La Isla Minima by Alberto Rodriguez. 
Set in 1980 in the marshlands of Andalucia (filmed as if it was Louisiana), the movie tells the story of two detectives, very different in age and style, who are called from Madrid to inquiry the disappearance of two girls. When the girls are found raped and killed, the investigation turns from complicated to grim.
Superbly filmed, this perfect film noir has been last year’s big hit in its own country (winner of 10 Goya prizes, the Spanish Oscars). The sticky atmosphere, the contrast between the older detective (who used to work for Franco’s militia) and the idealist younger one, the sense of oppression mixed with the difficulties of a country that is trying to switch from a dictatorship to a democracy are the juicy elements of this story.
The actors playing the two detectives are absolutely amazing: Javier Gutierrez and Raul Arevalo (if you think you already saw his face the answer is yes: he was one of the three dancing stewards in Almodovar's Los Amantes Pasajeros).

A seasonal must-see!

 WHILE WE'RE YOUNG by NOAH BAUMBACH (US)
If you like Woody Allen, you’ll probably love the new Baumbach’s movie. 
Cornelia and Josh are a married couple in their 40something, without kids, very wealthy and working in the documentary field (he’s a documentarian, she’s a producer). They met by chance a married couple in their 20something, Jamie and Darby, and they become friends. Jamie wishes to be a documentarian too and he declares to be a super fan of Josh’s work. Very impressed by the young couple’s life-style, Josh and Cornelia start to slightly change their own way of being. This is going to have consequences, of course.
I have to confess I was a bit disappointed by this movie, since I was so crazy about Frances Ha, Baumbach’s previous film. I think the screenplay has evident flaws: there is something missing here, as if the film-maker wasn’t completely sure of what he was trying to say. Pity, because it is an enjoyable movie, with some great ideas and some incredibly funny moments (the meeting with the guru that makes you puke your demons was my favourite one!). And the cast is super good.
So, even if it is not perfect, it’s still a very good Summer Movie. Go for it!

venerdì 17 luglio 2015

The Lobster

Ma ci pensate mai alla potenza che può avere il cinema nel raccontare una storia?
Una storia che illumini di una luce nuova, geniale, un tema forse più adatto ad un trattato sociologico che a un film, ma che proprio per questo genera una reazione fortissima, quasi esplosiva?
La settimana scorsa il Cinema Luxor ha proiettato in anteprima alcuni film del Festival di Cannes 2015 e sono così riuscita a vedere The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos, opera vincitrice del Jury Prize.

Gli ospiti dell'hotel (J. C. Reilly, B. Whishaw, C. Farrell)
In un futuro prossimo non meglio specificato (ma più vicino di quanto si pensi?), in un luogo fisico non meglio identificato, la società non permette agli esseri umani di restare single. Se non si ha un compagno/a, lo si è perso/a o ci si è separati, si è costretti a vivere in un hotel dove, nel giro di 45 giorni, si deve trovare qualcuno con cui fare coppia. Pena l’essere trasformati in un animale. David, fresco di divorzio, è appena arrivato all’hotel e cerca di ambientarsi. L’animale in cui ha scelto di trasformarsi, se le cose non dovessero andare bene, è un’aragosta (perché vivono a lungo e stanno in acqua, un elemento che gli piace molto). Dopo un tentativo mal riuscito di formare una coppia con una donna senza cuore, David scappa dall’hotel e trova rifugio nella foresta, dove viene accolto da un gruppo di ribelli. Rispetto all’albergo, qui il problema è opposto: i ribelli non accettano il formarsi di coppie o il nascere di un amore, e chi viene sorpreso anche solo a baciare qualcun’altro, passa un brutto momento. David però finisce con l’innamorarsi, ricambiato, di un’altra “ribelle”. Riusciranno i nostri eroi a farla franca?
The Lobster è un fantastico esempio di cinema dell’assurdo. 
Il grottesco, il ridicolo, il delirante, qui si mischiano, si parlano, si intrecciano, dando vita ad una storia che lascia prima spiazzati, poi un po’ depressi, e infine sorpresi dalla profondità degli intenti.
Lanthimos fa una critica precisa alla società moderna su un tema che, francamente, tocca  ciascuno di noi. Perché tutti siamo in qualche tipo di relazione interpersonale o vorremmo esserlo, e perché il mondo che ci circonda ci ricorda continuamente che tutto è fatto per due o, meglio ancora, per una famiglia. 

Basti pensare alle pubblicità che ci martellano con l’immagine di famigliole perfette e felici, o agli sconti per due sui viaggi di qualsiasi tipo, o alla tristezza che ingiustamente ci prende sempre o comunque alla vista di una persona che cena sola in un ristorante. Da lì alla polizia che ti viene a chiedere se sei da solo quando ti vede fermo nella hall di un centro commerciale e ti chiede i documenti per dimostrare che sei in coppia (una delle scene più geniali del film), a me tutto sommato il passo sembra breve.
Più il crinale tra realtà e delirio puro è sottile, più il film è efficace. Lanthimos è scientifico nella sua dissezione delle relazioni di coppia. Ce n’è per tutti, non solo per i single. Le unioni sembrano basate su falsità mascherate da intese perfette e, in caso di crisi, alla coppia viene dato (altra idea geniale) un bambino già fatto e grandicello. Il film è attraversato da una vena di violenza che resta più suggerita che reale, ma è alleggerito da momenti di grande comicità che rendono il tutto ancora più straniante e singolare.  
David (C. Farrell) e la sua innamorata (R. Weisz)
Conoscevo Lanthimos di fama ma non avevo mai visto un suo film prima d’ora, e di sicuro The Lobster fa venire voglia di scoprirlo. Qui è alla sua quarta prova ma al primo film “internazionale”, e pare che un budget più sostenuto e la presenza di attori famosi non abbiano cambiato di molto la sua cifra stilistica: una satira feroce (ma divertente) e un occhio attento alle dinamiche di gruppo. Girato in Irlanda con luci quasi interamente naturali, il film vanta un cast davvero notevole: un Colin Farrell sperduto e ingrassato nella parte di David, una bellissima (nonostante sia priva di trucco) e bravissima Rachel Weisz in quella della sua innamorata, i sempre perfetti Ben Whishaw e John C. Reilly nella parte di due ospiti dell’hotel e una straordinaria Olivia Colman in quella dell’hotel manager. L’unica che, stranamente, qui non ha il physique du rôle, è Léa Seydoux come capa dei ribelli. A mio avviso ci sarebbe voluto qualcuno di più "impressionante" dal punto di vista fisico e forse anche con un pizzico di ferocia in più.
Il regista Y. Lanthimos sul set
The Lobster è uno di quei film che rimane attaccato sotto-pelle e a cui si pensa per giorni, facendosi un sacco di domande, e avendo voglia di discuterne con chi l’ha già visto. Il che è sempre un buon segno, per quanto mi riguarda.
Inutile specificare che la mattina dopo mi sono svegliata chiedendomi in quale animale avrei voluto essere trasformata. Perché, siamo onesti, con i tempi che corrono, chi mai potrebbe trovare l’anima gemella in soli 45 giorni??!
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