sabato 30 novembre 2013

Il sesto senso (cinematografico)

Ho visto, nella mia vita, tantissimi film. Davvero, davvero tanti. 
E tuttavia non ho mai smesso, neanche per un micro-secondo, di aver voglia di andare al cinema. 
L'idea di uscire di casa per andare a vedere un film, di vederne anche due o tre alla settimana, non mi annoia mai. Ma proprio mai.
Detto questo, ho sviluppato negli anni una specie di sesto senso cinematografico, grazie al quale intuisco piuttosto rapidamente cosa mi piacerà e cosa no. E ci azzecco quasi sempre.
Negli ultimi tempi, ad esempio, il mio sesto senso nutre una certa allergia nei confronti di film profondamente inutili. Ce ne sono alcuni che già in partenza sembrano tali, è vero, e qualche volta li si va comunque a vedere: per curiosità, per poterne discutere con gli altri, per desiderio di svuotare la testa. Ma questa è un'altra cosa.
Qui sto parlando di film fatti da registi che reputo bravi e importanti, gente che stimo, che amo, che seguo, e che sulla carta dovrebbero essere tutt'altro che irrilevanti. Eppure, purtroppo capita che mentre si è seduti al cinema si pensi: ma perché mai questo regista ha fatto questo film? ma perché mai ha speso tanti soldi e tanta energia per produrre una cosa così?
Il problema è che più vado avanti e più rapida sono a capire che un film non mi piacerà per niente. A volte lo capisco senza neanche andarlo a vedere, che lo so che non si dovrebbe fare, però vi giuro che ci azzecco la maggior parte delle volte.
Ad esempio: non mi è venuta nessuna voglia, all'epoca della sua uscita, di andare a vedere The Great Gatsby di Baz Luhrmann. Non c'era un singolo aspetto dell'opera che mi ispirasse. Tutti ne parlavano, tutti si precipitavano a vederlo, ma io niente, non ce la facevo. Era più forte di me.
La settimana scorsa ero in aereo, per un viaggio piuttosto lungo, e ho visto che nella scelta di film disponibili c'era anche questo. Ho pensato: vabbé, me lo guardo. Ecco, credo di aver resistito 20 minuti al massimo. E no, vi prego, non mi venite a dire che è perché l'ho visto su uno schermo piccolino e che non rendeva l'idea. Qui non c'era nessuna idea, da rendere. Non ho resistito perché questo film è ridicolo, stupido e superficiale. Immerso in una ricerca vuota e costante di uno sfarzo grottesco e uno sforzo di dettagli che rende stanchi e storditi ma non coinvolge e non ammalia PER NIENTE. Neanche se fosse stato in 5D sarebbe riuscito ad azzeccare un passaggio, un tono giusto. Un sopra le righe e un'infilata di déjà-vu che nemmeno in una soap-opera di quarta categoria. La voce off del narratore, abbiate pietà! Gli attori, poi, al di là del bene e del male. Carey Mulligan nella sua parte peggiore, già non la sopporto, ma qui avrei voluto che ci fosse Dexter nei dintorni per mettere fine alle nostre sofferenze, Tobey Maguire nell'eterna parte del ragazzino innocente (ormai c'ha cent'anni pure lui) con quell'espressione un po' ebete che no, caro, non significa che la vita ti sta sorprendendo, ma solo che ancora una volta non hai capito niente di quello che ti sta succedendo e se tanto mi dà tanto non lo capirai mai. E infine lui, quell'ingenuo di Leonardio Di Caprio, un attore bravissimo che però ha il grande difetto di essere alla ricerca spasmodica del "ruolo della vita", quello che gli farà vincere l'Oscar, quello che farà da spartiacque nella sua carriera, quello che farà dimenticare al mondo che lui è quello di Titanic. E ovviamente non ce la fa. E di certo non ce la farà con questo film idiota. Quanto al regista, che ai tempi di Strictly Ballroom, Romeo+Juliet e Moulin Rouge sembrava un tipo interessante, direi che dopo questo e quel mattone invedibile di Australia, ci ha fatto capire che forse non era mai stato così bravo e noi ci siamo illusi...
E a proposito di polpettoni, questa settimana ho avuto una delle delusioni cinematografiche più cocenti degli ultimi anni. Vi dirò, sempre in base a quel famoso sesto senso, io l'avevo già un po' capito, e il fatto che all'ultimo Festival di Cannes lo avessero ignorato non mi faceva certo ben sperare (ma non del tutto, che certe volte le giurie prendono degli svarioni che levatevi!), però il nuovo film di James Gray, The Immigrant, mi ispirava davvero poco. E infatti... 
Un film di tutto rispetto, per carità, ben fatto, ben recitato, ma di una inutilità sconvolgente. La trama è così banale e prevedibile, così fintamente drammatica, che davvero non lascia scampo. E' un film che non ti fa sentire niente, che ti lascia ai limiti dell'indifferenza, dell'apatia. Non so come Gray abbia potuto fare un simile, clamoroso errore. Se penso a quel piccolo capolavoro di Two Lovers, ho un momento di grande sconforto. E il peggio è che si capisce che lui "ci credeva davvero", che pensava sul serio di stare facendo un filmone bellissimo. E invece stava solo facendo un film per la TV, ma uno di quelli scarsi, mica una serie TV di quelle di oggi fantastiche e meravigliose, no, no, proprio quei filmetti banali con la musica che sottolinea ad ogni pié sospinto la drammaticità della scena (troppe! e quante ce ne sono di scene drammatiche? 50?)... Niente, un disastro completo. Anche se in questo caso sono convinta che sia uno svarione momentaneo, un errore di percorso, e che al prossimo si rifà e ci regala un'altra bella cosa. Vero, James?
James Gray sul set del film
A controbilanciare queste delusioni, però, ecco che arriva lui. Un film di cui sentivo parlare da mesi. Al punto che negli ultimi tempi la cosa aveva iniziato a darmi fastidio, soprattutto pensando alle polemiche che hanno accompagnato la sua uscita qui in Francia, con le attrici ed il regista che si davano addosso, e con le interviste al regista che proprio non mi piacevano, che anzi me lo facevano considerare antipatico e saccente, con arie da Jean-Luc Godard de noantri poveri. Insomma tutto questo per dire che quasi sono entrata al cinema pensando, vabbé, ma che sarà mai, mica sarà tutta 'sta cosa, questo film, magari è solo tanto rumore per nulla. E invece eccomi lì, seduta da sola al Ciné Studio 28, il fim è iniziato da 10 minuti ma io già comincio a rilassarmi e a godermi tutto perché il mio sesto senso cinematografico è come impazzito, è come se avessi nella testa una bacchetta da rabdomante che segnala che siamo vicinissimi a trovare l'oro. E infatti l'abbiamo trovato, l'oro (pure la Palma D'Oro!), si chiama La Vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2, di Abdellatif Kechiche
Tre ore di film per raccontare la vita di una ragazza di 17 anni (meravigliosa attrice, Adèle Exarchopoulos!). Per entrare nella sua testa, nel suo corpo, nei suoi pensieri, nella sua felicità, nei suoi dolori. E persino nella banalità di tutti i giorni. Niente 3D, qui, e nemmeno inquadrature mirabolanti da mal di testa istantaneo. No, qui c'è una camera che sta attaccata al volto di Adèle, al suo corpo, come se le stesse facendo un elettrocardiogramma e non si potesse perdere nemmeno un battito, nemmeno un soffio. 
Adèle (Adèle Exarchopoulos) e Emma (Léa Seydoux)
Qui c'è carne e sangue, ci sono parole, situazioni, giorni, amore, desiderio, sofferenza, spensieratezza, feste, porte che sbattono, sesso che va avanti quanto deve andare. C'è una vita più vera del vero. C'è il racconto di una giovinezza che parla a chi quell'età ce l'ha adesso e a chi quell'età non se la ricorda più, ma se la ricorderà vedendo questo film dal messaggio assolutamente universale, perché "... così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato". 
The Great Gatsby (quello vero, però...)



4 commenti:

  1. Grazie! Spero soprattutto che siano utili...

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  2. ciao Zazie ti segnalo il mio piccolo pezzo su La Vie d'Adèle che ho scritto alla fine di ottobre. http://laszlokovacsblog.blogspot.it/2013/10/mon-cher-cannes.html
    p.s. complimenti per la trasferta in Giappone!

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    1. Grazie mille. Ora lo leggo subito!

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