Le vacanze, si sa, sono fatte per dimenticare.
Dimenticare la nostra vita di tutti i giorni, dimenticare chi siamo e quello facciamo, e accantonare in parte anche le nostre passioni.
L'estate è un tempo sospeso nel quale ci portiamo dietro un bagaglio minimo di noi stessi (ma solo in senso metafisico, perché le mie valige si aggirano sempre intorno ai 25 kg, ché i vestitini vintage sono leggeri ma sono tanti!).
E' una cosa bella perché poi, e lo sappiamo ancora prima di partire, saremo contenti di tornare a casa e ritrovare quello che siamo, la nostra solita vita, le nostre occupazioni quotidiane.
Non sono andata al cinema per più di un mese, tra la fine di Luglio e quella di Agosto.
Non c'era tempo, non c'erano neanche film che mi interessassero particolarmente nei luoghi in cui ero in vacanza (oppure c'erano ma erano doppiati in italiano, e allora se li vanno a vedere i doppiatori, io no di sicuro).
Per cui, quando sono rientrata a Parigi la settimana scorsa, la cosa che avevo più voglia di fare era tornare al cinema.
E' così che mercoledì sera mi sono ritrovata davanti al Nouvel Odéon ad aspettare degli amici con cui avrei visto il film tedesco Toni Erdmann, di Maren Ade (una meraviglia, per altro!).
E mentre li aspettavo mi sono messa a guardare questa cinemino (uno dei miei preferiti di Parigi) e ho pensato a quanta felicità mi generava quella scritta rossa piena di luce che diceva "Cinema", quella locandina delle Demoiselles de Rochefort che pubblicizzava un ciclo che faranno tutte le domeniche mattina alle 11 (j'adore!), quel desiderio sempre più forte di entrare a sedermi al buio e godermi lo spettacolo.
E' proprio vero, ho pensato: there is no place like home...
mercoledì 31 agosto 2016
lunedì 25 luglio 2016
Il bacio della Donna Ragno
In questi giorni ho letto diversi articoli sulla scomparsa del regista americano Garry Marshall ma quasi neanche una parola su quella del regista argentino Hector Babenco.
Non che voglia mettermi qui a fare le classifiche dei morti, per carità, ma dando una scorsa alla filmografia di Marshall ho capito che non era esattamente il mio tipo di regista.
In più, devo ammetterlo: Pretty Woman l’ho sempre trovato un film profondamente irritante (funziona, certo che funziona, è divertente, e poi c’è quel manager dell’hotel che è un personaggio adorabile, ma il fondo della storia non ho mai potuto reggerlo).
Il nome di Hector Babenco, invece, mi ha subito riportato alla memoria, come un ricordo lontano conservatosi perfettamente intatto, uno dei miei fim preferiti di quando ero giovanissima: Kiss of the Spider Woman (Il Bacio della Donna Ragno), una pellicola dell’ormai lontano 1985.
Quel film era stato importante perché mi aveva fatto ‘incontrare’ due persone: un attore straordinario come William Hurt e uno scrittore formidabile come Manuel Puig, dal cui romanzo omonimo il film era tratto:
Adesso, con il senno di poi, come mi sembra chiaro perché fossi impazzita per i libri di Puig!
Un uomo che durante l’infanzia e l’adolescenza in uno sperduto paesino della Pampa Argentina (che detestava) era solito passare il tempo al cinema, incantato dalle immagini dei film di Hollywood, e che per tutta la vita ha scritto di questa passione: Il tradimento di Rita Hayworth, Una frase, un rigo appena, Scende la notte tropicale, Fattaccio a Buenos Aires, Sangue di amor corrisposto. Avevo divorato i suoi libri uno dopo l’altro, ma Il Bacio della Donna Ragno aveva un posto tutto speciale:
La storia: Luis Molina e Valentin Arregui condividono la stessa cella nel carcere di un paese sud-americano dove vige una terribile dittatura. Arregui è un rivoluzionario che viene sistematicamente torturato per avere notizie sui suoi compagni di lotta, Molina invece è dentro per adescamento di minori. Tutto separa questi due uomini, ma la convivenza forzata li costringe a passare dal pregiudizio/sospetto iniziali ad una comprensione ed un rispetto reciproci che sorprende entrambi. Per passare il tempo e alleviare le sofferenze di Arregui, Molina racconta nei minimi dettagli trame di film che ha visto nel passato. Quello che il rivoluzionario non sa, è che Molina è stato messo lì dai carcerieri per cercare di rubargli informazioni. E quello che né lui né i suoi carcerieri sanno, è che Molina si è perdutamente innamorato di Arregui.
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| Luis Molina (William Hurt) e Valentin Arregui (Raul Julia) |
Arrivati sul set in Brasile, Babenco ha un colpo al cuore e si dispera: è convinto che quell’attore americano dal fisico tanto imponente non sarà mai in grado di diventare il fragile ed effemminato Molina. Hurt in effetti, durante le settimane di prove che precedono le riprese, fatica a trovare la chiave per entrare nel personaggio: nonostante la sua complicità con Raul Julia, non riesce a “diventare” Molina, sino a quando non ha un’illuminazione. E decide di recitare come se fosse una donna.
Il primo giorno di riprese Babenco rimane senza parole: davanti a lui ha il Molina che sognava di avere. Il rapporto tra regista e attore resterà, tuttavia, molto complicato, e prima della fine delle riprese i due smetteranno persino di parlarsi. Hurt è però molto amato dall’equipe tecnica del film, impressionata dalla bravura e dalla serietà dell’attore (pare che la troupe al completo lo abbia accompagnato all’aeroporto il giorno in cui è ripartito per gli Stati Uniti).
Finite le riprese, inizia il calvario del montaggio. Il materiale girato è moltissimo e Babenco, che non ha una perfetta padronanza dell'inglese, rischia di perdercisi. Viene fatta una prima versione del film che, mostrata in anteprima agli attori, li getta nello sconforto: le scene del film nel film (con Sonia Braga) hanno preso troppo spazio, la trama è confusa, gli sforzi recitativi degli attori ne risentono. Hurt propone addirittura di comprare il film per poi distruggerlo. Uno dei produttori, David Weisman, prende in mano la situazione e si mette a tagliare il film per dargli una forma più compiuta. Rifiutato dal Festival del Cinema di NY, il destino del film sembra essere segnato, quando ecco arrivare la bella ed insperata notizia: il film sarà in competizione al Festival di Cannes. La proiezione è un trionfo. Hurt vince il premio come miglior attore e quando Kiss of the Spider Woman esce nelle sale è un successo di critica e pubblico fenomenale. La notizia delle quattro candidature agli Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Regista e ovviamente Miglior Attore) coglie però tutti alla sprovvista: non era mai successo prima che un film indipendente ricevesse anche una sola nomination! Hurt sarà l’unico a ricevere la statuetta e quasi non è ancora arrivato sul palco che già pronuncia la frase: "Divido questo premio con Raul!"
Si tratta del primo premio Oscar dato ad un attore per aver recitato una parte transgender.
La strada da fare è ancora lunga ma questo strano film rappresenta già una piccola rivoluzione.
Perciò, se non avete mai visto Kiss of the Spider Woman, io vi invito caldamente a recuperarlo.
Perché i bei film, come i bei vestiti, non passano mai di moda.
lunedì 18 luglio 2016
La Jetée
Defined as photo-roman, since it is made by a very quick sequence of images, this short film (no longer than 28 minutes), has a special place in Nouvelle Vague fans’ hearts.
Why? Well, maybe because in such short time Marker is able to create a world apart, a black & white place where the future and the present has a strange, enigmatic, fascinating connection.
If you’ve never seen it, I suggest you to do it as soon as you can.
Many cinéphiles, though, when they think about La Jetée, have something else in mind.
It was 1974 when Tomoyo Kawai, a Japanese woman in love with French cinema, opened in Tokyo, in a Shinjuku area called Golden Gai, a little, a super tiny bar called La Jetée.
The place, I am talking about few square meters, became mythical very quickly.
Tomoyo-san, who lived in Paris and speaks a perfect French, was able to attract all the French cinema lovers passing through Tokyo, as well as many important film-makers (including Chris Marker himself).
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| Golden Gai - Shinjuku, Tokyo |
Wenders is an aficionado of this bar, as well as Francis Ford Coppola and his daughter Sofia, Quentin Tarantino and Juliette Binoche, among others. If you love French cinema and Tokyo, La Jetée is simply a must.
Some of Tomoyo’s clients even have their own, personalized bottle of whisky, which will be kept intact until their next visit. Isn’t that lovely?
I wanted to see this place so much, and I was finally able to have a gin and tonic there last April, during my stay in Tokyo. I was astonished by the smallness of the bar (that you can reach through a super tiny flight of stairs): just one table, a little counter and a mini toilet.
I couldn’t believe it! It was actually a place at my scale:
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| Zazie at La Jetéé - Tokyo, April 2016 (photo by Giorgio Amitrano) |
The walls are full of cinema pictures and cinema posters; not a single space is left and there are so many things to look at!
Useless to say, this bar immediately became my favourite one in Tokyo, and most probably in the whole world.
When I was about to go away, on the wall just above the door, I saw the poster of a retrospective of François Truffaut movies celebrating the 30th anniversary of his death:
It was the icing on the cake.
This is THE PERFECT PLACE, I swear.
If you are in Tokyo and you don’t go there, don’t even bother the journey.
A special thanks to Giorgio Amitrano, who brought me to La Jetée!
giovedì 30 giugno 2016
Et la femme créa Hollywood
Have you ever heard about Lois Weber, Frances Marion or Dorothy Arzner?
I guess not. Well, me neither, and I’m a total cinema freak, so there’s something wrong.
I stumbled upon their names for the first time in my life reading an article on Télérama about a movie presented at this year Cannes Film Festival in the section Cannes Classics: Et la femme créa Hollywood by sisters Clara and Julia Kuperberg.
This documentary tells a story kept almost secret until today: between 1910 and 1925, Hollywood was run by women. There was a majority of female film-makers, producers, screen-players, editors, even directors of the studios in all those years before the arrival of Talking Movies and the Great Depression. And before Hollywood became a mere business affair. Full of material coming from unknown archives and enriched by interviews to few specialists of this field like Ally Acker and Cari Beauchamp, the documentary is the story of an indecent descent: the only role for women in Hollywood, from the ‘30s until the ‘80s, has been the one represented by actresses, film-stars, sexual objects of (male) desire.
Nothing more.
We have to wait until 2008 for having a woman winning the Oscar for Best Movie (Kathryn Bigelow for The Hurt Locker) and only very recently actresses have started to complain about the pay-difference between them and their male counter-parts. It was the case for Patricia Arquette and her fabulous Oscar winning speech in 2015 and in many statements made by rising star Jennifer Lawrence, who pretends to be payed as she should, since audience go to see the movies she plays in because of her.
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| Patricia Arquette - Academy awards 2015 |
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| Mary Pickford |
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| Lois Weber |
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| Alice Guy |
Obliged to be in shadow of men, relegated in minor roles, some of them decided to quit, some others went desperate and ended their days in poverty and solitude (it was the case of Alice guy).
Once again, this is so unfair.
I do hope that this documentary will give birth to other studies about this period and that these incredible Hollywood female figures will be acknowledged and recognized by official cinema institutions all over the world.
Once again, girlspower!
The road is still very long.
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