Visualizzazione post con etichetta Mike Leigh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mike Leigh. Mostra tutti i post

lunedì 5 ottobre 2020

The Virtues

Non sarò mai abbastanza grata al settimanale francese Télérama che in questi 15 anni di vita parigina mi ha fatto scoprire una quantità incredibile di capolavori artistici (libri, film, dischi, mostre). Questa settimana la rivista ha colpito ancora, dandomi una dritta su una serie tv inglese che non so come mi era sfuggita, e che ho visto per intero ieri sera sul sito di arte.tv senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo (si tratta di 4 episodi, i primi 3 di circa 45 minuti e l’ultimo un po’ più lungo, di 75 minuti): The Virtues di Shane Meadows

Il protagonista è Joseph, un cinquantenne irlandese che vive da anni a Sheffield e lavora come manovale nelle costruzioni. Joseph ha un figlio di 9 anni, l’essere umano a cui è più legato al mondo, che proprio all’inizio della storia si trasferisce a vivere in Australia con la madre ed il nuovo compagno di lei (che si intuisce avere mezzi finanziari ben più consistenti di Joseph). La partenza del figlio getta l’uomo nella disperazione: dopo due anni di totale sobrietà, Joe si rimette a bere e, su un colpo di testa, decide di abbandonare tutto e tornare in Irlanda, alla ricerca dell’unica sorella che ha e che non rivede da oltre 30 anni, Anna. Lui e Anna avevano perduto i genitori quando erano ancora piccoli ed erano stati (assurdamente) separati: lei era stata adottata da una nuova famiglia, mentre lui era stato e mandato in una casa famiglia per ragazzi, dalla quale era scappato una notte senza più dare notizie (al punto che la sorella lo credeva morto). Anna accoglie Joe in casa: lei è sposata, ha tre figli piccoli, e in quel momento la famiglia sta ospitando anche la sorella del marito, una ragazza che si intuisce un po’ problematica, Dinah. Il ritorno di Joe non è di tutto riposo: il fatto di rivedere i luoghi della sua infanzia, ed in particolare il vecchio edificio che ospitava la casa-famiglia dalla quale era scappato a 9 anni, riporta alla luce il ricordo di un trauma che Joe aveva parzialmente rimosso e che ora non riesce più a nascondere.  

Inutile girarci tanto intorno: se siete alla ricerca della “feel good tv series” del momento, passate oltre. The Virtues richiede una certa dose di volontà, quella di farsi investire in pieno da una marea di dolore. Eppure, io lo penso e lo ripeto spesso: non importa quanto sia deprimente una storia, se è ben scritta, filmata e recitata, non esiste niente di più straordinario da vedere e da vivere. Sono i film fatti male, che mi deprimono. Purtroppo ispirata ad una storia realmente vissuta dal regista, la storia di Joe è a dir poco lacerante, ma Meadows è straordinario proprio in questo: in uno stile sobrio, realista, ma mai sciatto o anti-estetico, ci rivela i personaggi in tutta la loro disarmante umanità (e disumanità) senza mai cadere nel sentimentalismo, nel sensazionalismo, nella faciloneria. In parallelo, il regista ci mostra Joe oggi e, con scene che sembrano filmati in VHS della fine degli anni ’70-primi anni ’80, i suoi ricordi di bambino. Nei primi episodi sono dei flash improvvisi, confusi, e mano a mano che la storia procede si fanno più lunghi e precisi. Ma sono le scene tra i due fratelli le più straordinarie, a mio avviso. Raramente ho visto momenti di cinema così intensi e commoventi: il modo in cui si parlano, piangono, si abbracciano, lascia interdetti di meraviglia. Ho letto una cosa abbastanza straordinaria sulla prima di queste sequenze: uno degli attori, il giorno in cui dovevano girare, ha ricevuto uno notizia terribile di tipo personale. Anziché decidere di non lavorare, d’accordo con il regista, ha utilizzato il suo stato d’animo (che ben si accordava alla situazione) per la scena. Avevo letto questa cosa prima di vedere l’episodio e quando l’ho avuta sotto gli occhi mi sono resa subito conto di chi stesse male, ma allo stesso tempo la reazione dell’altro attore era talmente tenera ed empatica, che sono scoppiata a piangere senza ritegno perché quel misto di realtà e finzione era profondamente sconvolgente.

Per creare tutto questo, lo avrete capito da soli, c’è bisogno di attori che definire bravi è un eufemismo. Complice di tanti fim di Meadows, l’attore inglese Stephen Graham (forse ve lo ricorderete nel ruolo di Al Capone in Boardwalk Empire), qui assurge a vette degne dei più grandi. Il suo fisico massiccio, da pugile, la sua faccia vissuta, sembrano quasi in contrasto con le emozioni e la fragilità che riesce ad esprimere. Accanto a lui, due attrici altrettanto incredibili, le irlandesi Helen Behan nel ruolo di Anna e la giovane Niamh Algar in quello di Dinah.
E, giusto per rendere il tutto ancora più perfetto, la colonna sonora è stata composta dalla musicista inglese PJ Harvey. E vabbé, allora ditelo che volete colpirmi al cuore.
Meadows ha citato Martin Scorsese e Ken Loach come suoi riferimenti cinematografici per The Virtues, ma io da anni cercavo il nuovo Mike Leigh, e adesso posso finalmente darmi pace, perché penso proprio di averlo trovato.

lunedì 18 settembre 2017

The Party

Ognuno si lascia guidare da certi criteri, nella scelta dei film da vedere.
Non so voi ma io personalmente quando leggo: film in bianco & nero, durata un’ora e dieci minuti, cast di 7 attori spettacolari, regista donna, mollo tutto e corro al cinema.
Il film di cui parlo è un piccolo gioiello che si intitola The Party, scritto e diretto dall’inglese Sally Potter (quella di Orlando e The Tango Lesson, per intenderci).
Per cui, mi sento di dare un piccolo suggerimento agli amici parigini: mollate i deliri (per quanto piuttosto entertaining) di Darren Arofonofsky con il suo Mother, di cui tutti parlano e scrivono in questo momento, e buttatevi su questa chicca imperdibile. 

 
Janet è appena stata nominata Ministro della Salute Pubblica Inglese.
Con il marito Bill decide di organizzare un piccolo ricevimento per festeggiare l’avvenimento a casa, insieme agli amici più cari: April, la sua migliore amica, con il compagno tedesco Gottfried, Martha, la miglior amica di suo marito Bill, con la giovane moglie Jinny, e infine Tom, un giovane banchiere della City, e sua moglie Marianne.
Nonostante le migliori intenzioni, il party non sarà quello che tutti si aspettavano: Tom arriva agitatissimo e senza la moglie, Jinny arriva con una bella notizia piuttosto sconvolgente e Bill ne annuncia una brutta, altrettanto devastante. 

Da lì in poi, la serata sarà tutta in salita, e con un finale a dir poco inatteso.
April (Patricia Clarkson) e Gottfried (Bruno Ganz)
Mi viene da pensare che gli inglesi abbiano un dono speciale per creare dei capolavori mettendo insieme un gruppo di attori eccezionali e una sceneggiatura cesellatissima con un ricevimento al centro.
Mentre guardavo The Party non potevo fare a meno di pensare ad un’altra famosa festa della cinematografia britannica: Abigail’s Party di Mike Leigh (un film da urlo di cui ho già scritto nel blog e che vi suggerisco di andare a recuperare se non avete avuto ancora il piacere di vederlo).
Chiusi tra le quattro mura (e un piccolo giardino) dell’appartamento di Janet e Bill, quasi scolpiti nel bellissimo bianco & nero della pellicola, i personaggi di The Party hanno poco tempo per rivelarsi ma lo fanno in maniera precisa e spettacolare. Bravissima Sally Potter, capace di 'dare' il tono del film nel giro di poche battute e velocissimi dialoghi: efficaci, ironici e pungenti.
Ce n’è veramente per tutti, in questo concentrato di umanità varia, e nessuno ne esce particolarmente bene: né gli intellettuali di sinistra, né le lesbiche politicamente impegnate, né i cultori della new age, né i finanzieri della City.

Janet (Kristin Scott Thomas)
Questo è comunque un film che deve tutta la sua meraviglia ad un gruppo di attori eccezionali.
Nel ruolo di Janet la sempre perfetta Kristin Scott Thomas, un’attrice ammirevole che ha saputo costruirsi una carriera tra Inghilterra e Francia (parla perfettamente il francese) e che a mio avviso meriterebbe riconoscimenti maggiori. In quello di April, la straordinaria attrice Americana Patricia Clarkson, qui particolarmente irresistibile nella parte della cinica ma sincera amica che passa il tempo a spazientirsi con il compagno “new age” interpretato da Bruno Ganz, altro attore incredibile sul quale mi pare ci sia ben poco da dire. La coppia lesbica è affidata all’attrice americana Cherry Jones (l’ho vista recitare a teatro a NY qualche anno fa e non me la sono più dimenticata), purtroppo poco presente al cinema e non si capisce proprio perché, e alla sempre deliziosa Emily Mortimer (rimasta nella memoria dei più come la ricca moglie tradita in Match Point di Woody Allen). 
Jinny (Emily Mortimer) e Martha (Cherry Jones)
E infine i miei preferiti: l’attore irlandese Cillian Murphy, del quale ho già ampliamente scritto nel blog e al quale auguro una carriera degna della sua bravura (gli appassionati di Peaky Blinders sanno di cosa sto parlando), e quello che svetta sopra di tutti, l'immenso Timothy Spall. Compagno di avventure di Mike Leigh, è stato spesso protagonista dei suoi film e grazie a lui ha vinto un premio come miglior attore al Festival di Cannes 2014 per la sua incarnazione del pittore Turner. Qui, dimagritissimo e quasi irriconoscibile, riesce ad essere incredibile senza quasi alzarsi dalla sedia e pronunciando tre frasi in tutto. 
Tom (Cillian Murphy)
Bill (Timothy Spall)
 Insomma io a questa festa, se fossi in voi, ci andrei di corsa.

giovedì 23 marzo 2017

Toivon Tuolla Puolen (The Other Side of Hope)


Era dal 2011 che aspettavo trepidante di veder ricomparire sullo schermo la scritta Sputnik Oy (è il nome della casa di produzione cinematografica del regista finlandese Aki Kaurismäki).
Perché Kaurismäki fa parte di quel piccolo gruppo di registi che per me significano una cosa sola: essere di nuovo a casa. 

E può essere la Spagna di Almodovar, l’Inghilterra di Mike Leigh, la New York di Woody Allen o la Finlandia di Aki, ma è sempre bello ritrovare questi luoghi a noi così familiari: un vero mondo parallelo che esiste nella nostra testa grazie al regista che l’ha creato. 
All'ultimo Festival di Berlino, il regista ha presentato Toivon Tuolla Puolen (The other side of hope), film per il quale ha vinto l'Orso d'Argento come miglior regista (ma in molti, lui compreso, speravano vincesse l'Orso d'Oro).
Comunque, in ogni caso: Welcome back to Kaurismäki Land!

Il regista finlandese Aki Kaurismäki
Khaled è un giovane profugo siriano che sbarca al porto di Helsinki nascosto in una nave-cargo, dopo aver affrontato un lungo e pericoloso viaggio.
Non conosce nessuno e non sa una parola di finlandese.
Una volta chiesto asilo politico alla Finlandia, aspetta una risposta in uno dei centri di accoglienza della città, e stringe amicizia con un profugo iracheno, Mazdak. Alla notizia del rifiuto della sua domanda, prima che i poliziotti vengano a prenderlo per rimpatriarlo, Khaled si dà alla fuga, e finisce a dormire vicino ai cassonetti della spazzatura di un ristorante, gestito da Wilkström. Quest’ultimo gli propone di lavorare per lui e Khaled entra a far parte con piacere del bizzarro gruppo di lavoratori: un cuoco, una cameriera e un improbabile portiere. Un giorno, Khaled riceve finalmente buone notizie della sorella, fuggita con lui da Aleppo e dalla quale era stato separato lungo il tragitto: sta bene e sta per arrivare anche lei a Helsinki.

E’ già la seconda volta che Kaurismäki affronta il problema dei profughi in Europa. 
Aveva fatto la stessa cosa nel suo penultimo film, Le Havre, dove a scappare era un ragazzino africano che si rifugiava in Francia.
E, come nel precedente film, riesce a parlare di un tema da cui molti registi stanno alla larga in maniera semplicissima ed efficace. A Kaurismäki, in generale, bastano pochissime parole per illuminare un’intera vita, un intero mondo. Fa parte della sua forza come regista.
In The other side of hope, il racconto scarno e preciso di Khaled alla funzionaria finlandese che si occupa del suo caso, basta ad evocare gli orrori della guerra senza ricorrere a grandi scene o a grandi performances di attori. Nei fim di Kaurisimaki, è già tanto se gli attori muovono la testa, quando parlano. Di solito si limitano a lanciare sguardi che possono significare varie cose a seconda dell’oggetto o della persona a cui sono rivolti. Aki è fatto così: ha un’economia di gesti e parole inversamente proporzionale al grado di umanità che riesce a infondere alle sue immagini. 


Le facce sono sempre quelle: il padrone del ristorante, il cuoco, e varie figure di contorno, sono tutti attori/attrici che hanno già lavorato nei suoi film. Laika (il cane del regista), presente in ogni sua pellicola, deve averci lasciati, ma niente paura: un nuovo cagnetto adorabile ne ha preso il posto. 
Tutto: macchine, case, oggetti, insegne, vestiti, sembrano provenire da un periodo che va dal 1955 al 1965 al massimo. Non esiste segno di modernità, nei film di Kaurismäki. Incredibilmente, in questo la gente usa i cellulari. Credo sia la prima volta che non si fa uso di vecchi apparecchi appesi alle pareti e con i numeri a disco.
La cattiveria e la bontà sono trattate alle stesso modo, come se il regista volesse dirci che noi esseri umani siamo fatti così: capaci di dare il meglio o il peggio a seconda delle circostanze. E poco conta la razza, la religione o la lingua. 

C’è posto per tutto e per tutti, nel mondo di Kaurismäki, e ci sono sempre le cose che ama: i tanghi finlandesi, il rock’n’roll americano suonato da qualche cantante improbabile, il Giappone (il sushi con l'aringa affumicata è da urlo!), le bottiglie di porto, e il mitico humor finlandese (mi sono innamorata della Finlandia, ma se conosci un sistema per fuggire da qua, fammelo sapere!).

Girato su pellicola in 35 mm, benedetto dai rossi e dai blu accesi della magnifica fotografia di Timo Salminen, The other side of hope, è l'ennesimo piccolo capolavoro di quel pazzo scatenato di Kaursimäki (narra la leggenda che al Festival di Cannes 2002, passando davanti a David Lynch, presidente di giuria, che gli aveva appena assegnato il Grand Prix per "L'uomo senza passato", Kaurismäki lo abbia guardato fisso e gli abbia chiesto: Who are you?).
Finché c'è Kaurismäki, c'è speranza.

martedì 17 giugno 2014

The Crying Game

 
On Sunday night, while the rest of the nation where I live was looking at the first football match involving Les Bleus, I realized that Arté was showing Secret and Lies by Mike Leigh
I know this movie by heart: Leigh (my readers are well aware of this) is one of my favourite directors of all time and I consider Secrets and lies an absolute masterpiece.
I immediately wrote something on my Facebook page suggesting my French friends who were not interested in the World Cup to watch the movie, but I didn’t expect I would have watched it myself all over again for the 10th time. And I was even more surprised when, looking at my favourite scene, I started to cry… well, it would be more accurate to write I started sobbing.
Is this happening to you too? I mean: am I the only one who is capable of crying over and over again at a certain scene of a certain movie, no matter how many times I watched it?
Some movies touch a particular part of our soul, I guess, and there is nothing we could do about it. Usually people are ashamed to admit they cry in cinemas, but I am not. I proudly confess to weep very often watching a movie, and I decided to publicly confess Zazie's TOP 5 MOST EMOTIONAL MOVIES:


5 - My life without me by Isabel Coixet (2003)
I really love Isabel Coixet’s cinema and I think My life without me is an underestimated great movie of cinema history. Ann, a 23 years old wife and mother living in Vancouver, finds out to have an inoperable cancer. She decides not to tell her husband, her two young daughters and her mother, and she prefers to prepare them to the life “without her”. Of course, the subject would break anybody’s heart, but Coixet never takes advantage of its tearful potential. The film is simple, candid and full of life, and Sarah Polley is amazing in the role of Ann.
It it almost impossible, though, not to weep every now and then. 
I personally did it - non stop - for the last 45 minutes of the movie.

4 – Au revoir les Enfants by Louis Malle (1987)
Based on a real story that happened to Louis Malle when he was a young boy under the German occupation, this movie builds up, scene after scene, a degree of emotion difficult to handle. On the last scene, when the Gestapo embarks some students and the priest and you hear him saying: “Au revoir, les enfants!”, I defy any single human being not to burst into tears like a little baby. The most heart-breaking quote of cinema history.



3 - Secrets and Lies by Mike Leigh (1996)
I have cried at every Leigh’s film, but this wins hands down.
I guess I cry so much watching this movie partly because Leigh has a special way of showing people in their most fragile and human conditions, and partly because the actors play so amazingly well that I am shaken by their immense talent. In this scene, one of the most beautiful, compelling and moving of Leigh’s cinema (and of cinema tout court), Brenda Blethyn is able to pass from incredulity to bewilderment, from hilarity to desperation in a way that it’s simply impossible to forget. If you don’t cry watching her, your heart is made of stone, believe me:

2 - Breaking the Waves by Lars Von Trier (1996) 
This film is present in almost all my TOP 5 movies of no matter what category, and I guess you have to get used to it, because it was one of those films having an incredible impact on my life. As I already had the chance to write in this blog: the death of Bess McNeil is one of the saddest moments I have to endure at cinema. Until today, it is just impossible for me not to drop a tear if I hear the first notes of Life on Mars by David Bowie.

1 - Everyone’s Waiting - Final Episode of Six Feet Under by Alan Ball (2005)
I know, this is not a movie I saw in a cinema. This is not even a movie, but I can’t deny that my most epic desperate moment in front of a screen was the final scene of the final episode of Six Feet Under. Friends who watched it before me had warned me about it but nothing could have prepared me for this emotional turmoil. We are talking about a series of almost 10 years ago, so I don’t think it will be a spoiler for anybody if I write that Alan Ball showed us the death of every single character in the story. Not a real surprise, since the main theme of this series actually is death, but after 5 seasons I was so attached to the Fisher family, that I started to cry at the first death and I stopped many hours after the last one. I cried so much that next day, arriving at the office, all my colleagues asked what tragedy had occurred to me.
On the side cover of Six feet Under's box set (having the shape of a grave, ça va sans dire!) you can read these words: Everything. Everyone. Everywhere. Ends.
They were clearly underestimating my tears.

martedì 28 maggio 2013

Nebraska

Mi si può accusare di tutto, ma non di essere una blogger dai gusti poco eclettici.
Non più tardi dell'altro giorno ho fatto l'apologia di un film ultra-violento e dall'estetismo estremo, e adesso sto per tessere le lodi di qualcosa che si colloca - letteralmente - a milioni di anni luce di distanza da quel tipo di cinema e di estetica.
Grazie alla rassegna "Cannes à Paris", che si è svolta al Gaumont Opéra Capucines il 23-24-25 Maggio, ho potuto vedere un po' di film della rassegna appena terminata, godendo della varietà di scelte e stili. Tra questi, non mi sono lasciata sfuggire l'ultima opera del regista Americano Alexander Payne, Nebraska.
E ho fatto davvero bene.
Sono anni che amo il cinema di Payne, e per la precisione dal 2002, quando mi sono imbattuta in quel piccolo capolavoro che era About Schmidt, con Jack Nicholson. Uno dei film più divertenti, malinconici e teneri degli ultimi anni. 
E credo che questa sia proprio la cifra stilistica di Payne, confermata dalle sue opere successive: Sideways (2004) e The Descendants (2011). Spesso premiato, e non a caso, per le sue sceneggiature, nei film di Payne a farla da padrone sono proprio le storie, i personaggi, le loro parole, e i loro silenzi. Tutte cose che lui filma con grande maestria e con grande amore e compassione. L'America che ci racconta Payne è l'America dei losers totali, dei reietti della società moderna: persone che non hanno più un lavoro, o che l'hanno appena perso o che non l'hanno avuto mai. Con una vita sentimentale monotona (se stabile) e complicata (se in via di costruzione). Gente che ha sognato il successo ma che se lo è visto passare davanti senza riconoscerlo, o che l'ha agguantato un secondo e ci ha ricamato sopra una vita di menzogne, e gente che i sogni di gloria li ha seppelliti da fin troppo tempo e vive nella rassegnazione più cupa.
Nei suoi film si ride tanto, a volte tantissimo, ci si imbarazza un po', si viene colti da una terribile tristezza, e poi si fa pace con se stessi. Perché dopo qualche minuto che si guarda un suo film si capisce che, inevitabilmente, Payne sta parlando di noi stessi. Che quelli dei quali abbiamo appena riso a crepapelle, presentano i nostri stessi sintomi di inadeguatezza di vivere, di mancanza di glamour, di paura nei confronti delle aspettative degli altri su di noi, di noi su di loro, e di terrore per un futuro che ci immaginiamo non solo incerto ma anche pieno di solitudine o, nel migliore dei casi, stracolmo di incomprensioni reciproche.
In altre parole, Payne è un po' il Mike Leigh de-noantri-americani. Leggermente più sfumato e moderno, meno provocatorio, meno corrosivo, ma la stoffa è quella lì: l'umanità, la pietà con la quale osserva e ci racconta i suoi personaggi, è quella cosa bella per cui alla fine ci sentiamo tutti un po' meno soli perché parte del suo mondo.
Woody Grant (Bruce Dern) e sua moglie Kate (June Squibb)
Nebraska, in questo senso, è cinema di Payne allo stato puro, forse ancora più asciutto, ancora più essenziale. Incredibile che la sceneggiatura del film non sia stata scritta da lui (il regista ha trovato un grande fratello di scrittura in Bob Nelson).
Girato in un meraviglioso bianco & nero (ma perché i film in bianco & nero sono sempre i più belli?), Nebraska (stato americano di cui Payne è originario, by the way), racconta la semplice storia di Woody Grant, un pensionato che vive in Montana ma che vuole andare in Nebraska a ritirare quella che, secondo lui, è una vincita milionaria. Sua moglie Kate e i suoi figli David e Ross sanno perfettamente che si tratta di una truffa bella e buona (uno di quegli annunci con scritto in grande Hai vinto un milione di Dollari!), ma Woody non si rassegna. Dopo essere "scappato" di casa tre volte, e di fronte alla sua ostinazione, il figlio minore David decide di accompagnarlo in questo assurdo viaggio per andare a ritirare la famosa somma di denaro. Lungo il tragitto, ne approfittano per passare a fare visita ai familiari di Woody, fratelli e sorelle ormai anziani, rimasti a vivere nel paese di origine. Ma il viaggio sarà soprattutto un modo, per i due uomini, di conoscersi meglio e riscoprire il loro legame.
Woody (Bruce Dern) e suo figlio David (Will Forte)
Bruce Dern, nella parte di Woody, ha appena vinto il premio a Cannes per la migliore interpretazione maschile, e devo dire che sono assolutamente d'accordo con la giuria del Festival. Silenzioso, scorbutico, testardo, mezzo alcolizzato, dall'ironia pungente, ma anche di gran cuore, come si capirà nel corso del film, il suo Woody è indimenticabile e davvero toccante. Mai sopra le righe, mai compiacente, e senza mai spingere sul tasto della facile commozione, la sua interpretazione giocata tutta sulla sottrazione e la ritenuta, è un piacere assoluto, una grandiosa prova d'attore. 
Il cast di Nebraska al completo al Festival di Cannes (Laura Dern non c'entra, ma è la figlia di Bruce)
Ma tutti i personaggi sono tratteggiati benissimo, come è tipico del cinema di Payne, con un occhio particolarmente acuto nel rappresentare i "giovani" americani: dei trentenni rincoglioniti sempre al traino di genitori ormai anziani, dei totali buoni a nulla che sanno solo stare davanti alla TV a guardare partite di baseball con una birra in mano e il vuoto cosmico fuori e dentro di loro (qui i due gemelli nipoti di Woody, ma in About Schmidt il mitico fratello dello sposo, irrecuperabile drop out). Tenerissime, vive, e irresistibili, invece, le due donne del film: la moglie Kate (ogni volta che apre bocca c'è da morire dal ridere), e la vecchia fiamma Peg.
Insomma Nebraska è uno di quei film (sempre più rari??!), dai quali si esce convinti che alla domanda: "C'è ancora speranza per il genere umano?" si risponderebbe con un convintissimo "Sì!"
Vallo a capire, a volte, l'effetto che ci fa il cinema...

ps La data di uscita del film (almeno sugli schermi francesi) è prevista per l'autunno, motivo per cui non esistono ancora né un poster né un trailer ufficiale. Accontentatevi di quello che ho trovato!

domenica 13 maggio 2012

L'Enfant d'en haut

Ho una passione tutta speciale per i film in cui non accade assolutamente nulla.
Più la trama è scarna, e più mi sembra che tra le pieghe delle immagini possano nascondersi delle belle sorprese. Questa regola a volte non funziona, ma trovo che valga sempre la pena di provarci. Quando si guarda questo tipo di film bisogna fare uno sforzo in più rispetto a quelli soliti. Bisogna cercare di lasciar perdere quel bisogno atavico che si ha di vedere dell'azione quando si sta davanti ad uno schermo, bisogna smettere di pensare che sì, sì, adesso succede qualcosa, adesso la trama ha senz'altro un'accellerazione. Ecco, se si entra in quel meccanismo, di solito si finisce con l'irritarsi e rimanere delusi. Se invece si decide di fare un passo indietro e di dare la possibilità al film di andare dove vuole e di farsi semplicemente trascinare dalla corrente, allora succede che si viene ricompensati. Purtroppo, a volte, il rischio di questo tipo di cinema è che sia un  mero esercizio estetico fine a se stesso, l'ennesima pippa mentale della quale avremmo fatto volentieri a meno. 
Ieri sera ho visto un film in cui non accadeva molto, ma quel poco che accadeva mi piaceva tantissimo e mi è rimasto appicciato addosso come una seconda pelle. Si tratta del film svizzero-francese L'Enfant d'en haut, di Ursula Meier, vincitore del Leone d'Argento all'ultimo Festival di Berlino. 
I protagonisti del film sono Simon, 12 anni, e sua sorella Louise, poco più che ventenne. Abbandonati a loro stessi (dei genitori non si fa cenno, anche se Simon racconta che sono morti in un incidente d'auto... ma come stanno veramente le cose?), vivono in un brutto appartamento di un brutto stabile di un brutto posto. Un posto non meglio specificato che sta ai piedi di una montagna dove la gente d'inverno si affolla per sciare. Louise non ha un lavoro stabile e ha la tendenza a perderlo piuttosto di frequente. Simon, che sembra non andare a scuola, passa il tempo a rubacchiare paia di sci, caschi, occhiali e altri oggetti, che poi rivende qua e là. E' con questi soldi che i fratelli, in realtà, riescono a sopravvivere. Le cose vanno avanti in maniera disordinata e vagamente insensata, sino a quando la fine della stagione sciistica mette in evidenza la durezza della loro esistenza.
Non ho visto, e ora me ne pento, il primo film della Meier, Home, ma pare che la regista privilegi, per raccontare le sue storie, dei non-luoghi tipici del mondo contemporaneo: in Home una casa sperduta sul ciglio di un'autostrada, e qui un palazzo ai piedi una montagna incombente. In molti hanno scomodato riferimenti ai Fratelli Dardenne, per questo film, e non mi stupisce affatto che sia piaciuto moltissimo ad un regista come Mike Leigh (che era, guarda caso, il presidente della giuria del Festival di Berlino).  
Tutti loro, sono registi che amano occuparsi di personaggi che la maggior parte delle persone non vorrebbero avere vicino nella loro vita di ogni giorno, figuriamoci trovarseli su uno schermo: gli emarginati, i senza niente, gli sbandati, i non-amati.
L'Enfant d'en haut è un film angosciante e cupo, attraversato però da una vitalità incontrollata, e dove tutta l'insensatezza della vita moderna è racchiusa nella distanza tra gli impianti di discesa e risalita. Personalmente, a questo film perdono anche i suoi difetti più evidenti perché trovo Simon un personaggio assolutamente irresistibile. E' talmente disarmante con quel suo modo di fare un po' spaccone e sicuro di sé che nasconde in realtà una mancanza d'amore, un bisogno d'affetto, e un luogo sicuro che lo protegga, da renderlo adorabile. Un piccolo Antoine Doinel dell'era moderna, cresciuto troppo in fretta e già troppo solitario e ferito. L'attore che lo interpreta, Kacey Mottet Klein, è veramente incredibile. Lo avevo già apprezzato nella parte di Serge Gainsbourg da piccolo nel film di Sfarr sulla vita del cantante, e pare che avesse già una parte in Home, ma in questo film, non c'è nulla da fare, spacca! 
Léa Seydoux nella parte di Louise è semplicemente perfetta, una giovane attrice che ha smesso di essere una promessa per passare a giusto titolo nella ristretta cerchia delle più brave attrici francesi in circolazione. E fa piacere trovare, in ruoli piccoli ma importanti, attori come Gillian Anderson (quella di X-Files, per intenderci), Jean-François Stévenin, storico attore francese, e lo scozzese Martin Compston, volto familiare nei film di Ken Loach. 
Uscendo dal cinema, non so spiegarvi bene perché, ero abbastanza fiera del fatto di non saper sciare. 
Mi sa che all'alto, alla fine, io preferisco il basso. 


giovedì 29 dicembre 2011

Another Year

Another year is over, dear readers.
In 2011, Zazie has gone to the movies 74 times. 
As usual, I have seen movies coming from all countries, having different languages, different budgets, stories, possibilities, motivations, views, lights and faces. It has been a year of incredibly high quality cinema and I have enjoyed immensely almost every single picture I have seen. Many incredible things happened, related to cinema, and these are moments worth to remember. 
Here for you, Zazie’s cinematic highlights of 2011

1 – January
Sir Michael Caine’s Master Class at the Forum des Images in Paris: not only a great actor but also a perfect gentleman. Smart, funny and humble. La classe, quoi!

2 - February
Matthew Weiner (Mad Men's creator) Master Class, always at the Forum des Images in Paris: Weiner’s passionate account of his meticulous method let me understand that behind outstanding results there is always an incredible amount of work. Chapeau!
3 - February
Michael Lonsdale's Master Class at the Rond-Point Theatre in Paris: amazing actor, adorable human being. Listening to him talking about his life and work has been a rare and precious privilege. J’adore!
4 - March
Bumping by chance into Irish actor Gabriel Byrne at the avant-première of Margin Call at Moma Titus Theatre in New York: being in the same room with Doctor Paul Weston, “the shrink we all would like to have”, let me understand that I need to be In Treatment for the rest of my life. Do you accept new patients, Doc?
5 - September
Meeting and spending time with Italian filmmaker Nanni Moretti during his visit in Paris for the complete retrospective of his work at the Cinémathèque Française: it was simply great to find out that Nanni is nice, funny and the greatest cinéphile ever. Michele Apicella For Ever!!!
6 - October 
Seeing Ralph Fiennes playing Prospero in The Tempest by William Shakespeare at the Royal Haymarket Theatre in London: on stage, Fiennes is almost too good to be true. And with that beard, even more irresistible!
7 - November
Seeing Jean-Louis Trintignant reading French poems at the Odéon Theatre in Paris: I can’t find the words to describe how amazing was his performance. Sublime is maybe the most appropriate adjective. I will never forget this moment!
8 - November
The avant-première of the movie Shame by Steve McQueen at the MK2 Bibliothèque in Paris with Michael Fassbender present in flesh and blood: the moment I was waiting for in all these years... more than an actor, an apparition. I was very surprised to actually see him, I thought he was a mere product of my imagination!!!
9 - December
Mike Leigh's Master Class at the Forum des Images in Paris: Leigh is more than a simple director, to me, he is a real Maestro. It was marvellous listening to him talking about his movies. I just can't get enough! 
I hope the new year will be plenty of great cinema and great things for you ALL, my friends.
I leave you with the images of my favourite "New Year's Eve" movie, the indie jewel In Search of a Midnight Kiss by Alex Holdridge (2007).
Happy 2012, my Dear Readers!

martedì 13 dicembre 2011

Leigh Moments

I admire many contemporary filmmakers, but there is one who’s always been special to me.
His name is Mike Leigh, he is British, he is 68 years old, and I simply adore him (as a matter of fact, I already wrote about him in my post: http://leblogdezazie.blogspot.com/2011/01/cinema-of-mike-leigh.html). On Sunday afternoon, Leigh held a Master Class at the Forum des Images, one of the many events related to the retrospective London calling/Londres au cinéma and, useless to say, your Zazie was there! 
The conversation, a dialogue between the director and French journalist Pascal Mérigeau, was inspiring, rich and absolutely exciting. Leigh talked extensively about his very particular method of working with actors, which I believe is quite unique in the cinema world. Leigh starts rehearsal with the actors he has chosen for a movie many months in advance (sometimes even six!) before the shooting and then the shooting itself is super quick, from one to three weeks maximum. Actors don’t know much about the plot, and the strictly necessary about their own role. They’re put together with other actors and they start working on a sketch Leigh gives them and they improvise on that. Basically, they do so over and over again, on different sketches, in order to become, day by day, little by little, their “character”. Leigh told an incredible story about his movie Vera Drake, the tale of a woman practicing illegal abortions in the London of 1950: during the rehearsal, a group of actors was playing a family gathered to celebrate the daughter’s engagement, and another group of actors, playing policemen, suddenly broke into the room. None of them knew what was going on. The effect was quite incredible, Leigh reckoned. We actually witnessed it few minutes before, when we saw this same scene on the screen: the surprise, the tension, the drama of that moment was absolutely amazing. The result of Leigh’s method is that the performance of each actor is simply ASTONISHING. It is not by chance that many of his actors have been rewarded: David Thewlis for Naked (1993) at the Cannes Film Festival (and Leigh for Best Director), Imelda Staunton for Vera Drake (2004) at the Venice Film Festival (and the movie received a Golden Lion) and Brenda Blethyn for Leigh’s masterpiece Secrets and Lies (1996) at the Cannes Film Festival (and the movie won the Palme d’Or), for which she also received a Golden Globe and she was nominated for an Oscar (why she didn’t get it, it is still a mystery to me). The scene where she talked for the first time to the daughter she abandoned as a child, with the two women seated side by side in front of the camera and filmed by Leigh in this way, represents for me one of the highlights of the entire cinema history. I challenge you to find another scene having the same emotional impact. 
 Leigh explained that what he is interested in is the reproduction of reality as he perceives it, and for this he needs actors willing to forget completely about themselves, therefore not narcissist, but humble, patient and (possibly) having a good sense of humour. The journalists asked him if in his career he was sometimes wrong in choosing his cast. Apparently, he was very lucky and only in few occasions he was obliged to relegate actors in very small roles, and even more rarely to cancel their participation to a picture. Leigh also discussed about the essential contribution of his collaborators, like his cinematographer Dick Pope (with whom he worked for his entire career), who helps him a great deal to find the right “tone” for a movie: dark and gloomy for Naked, bright and carefree for Happy-go-Lucky or even a mix of both styles for the representation of the four seasons in his last movie, Another Year.
The cinema of Mike Leigh, thanks to all these elements, has the capacity of capturing THE moment, a slice of real life sometimes even too cruel to look at, but always incredibly truthful, human and compassionate. You can feel at any moment how much Leigh loves his characters: he is never judging them, even the bad or the unbearable ones, he is always trying to understand and love them for what they are. 
 After the lecture, some fans stopped Leigh asking for autographs. He was really kind to everybody, even to an evidently disturbed young man (an Italian, I’m afraid to say so) who started making a list of all the great British film directors of cinema history. Leigh listened to him quite carefully, and then he said: Yes, right, but David Lynch is not British, my dear. The man kept going, switching to the awful situation of Italian cinema (!!!), telling him that nowadays we don’t have the great filmmakers we used to have. Leigh, once again, very calmly, looked at him and said: Maybe it is so, except for Ermanno Olmi. I wanted to kiss him! But I curbed my enthusiasm and I simply thanked him for his cinema.
When the journalist, at the end of their conversation, asked him to give a piece of advice to the young filmmakers present in the audience, Leigh turned his witty look into the crowd and in a very loud voice announced: Never compromise! 
He surely never did.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...