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domenica 29 marzo 2020
sabato 27 maggio 2017
Cannes a Paris - Giorno 2
Secondo giorno ed altri 3 film in programma per la vostra impavida blogger divoratrice di pellicola.
A questo punto, la Sala 1 del Gaumont Pathé di Boulevard des Capucines è diventata una seconda casa, e ci si riconosce un po' tutti, anche se non si socializza, perché siamo a Parigi e di socializzare nessuno ha la minima intenzione. E vabbè...
E dunque oggi ho visto:
Hikari di Naomi Kawase (Giappone)
Ma come? Da anni scrive peste e corna sul cinema di Michael Haneke e poi va addirittura a vedere un suo film in anteprima? Ebbene sì, ma c’era una ragione ben precisa: il desiderio di poterne parlare male senza ritegno.
A questo giro, però, il nostro Haneke non ci dà neppure troppa soddisfazione.
Tanto ha fatto e tanto ha detto che con Happy End (apprezzate l’ironia del titolo) si è dato la zappa sui piedi da solo: questo film non è piaciuto a nessuno, talmente era trito e ritrito.
Di grandi novità, in effetti, non ce n’erano. Trattasi del solito film in cui Haneke ci spiega che l’umanità fa schifo, la vita è orrenda e le famiglie sono il covo delle peggiori nefandezze. Qui non si salva proprio nessuno: dai 13 agli 85 anni, allegria e felicità distribuita in parti uguali (i più contenti non vedono l’ora di suicidarsi, per dire). Unico tocco in più: l’aggiunta di alcune figure di immigranti. Forse Haneke voleva stare al passo con i tempi, ma la cosa è talmente posticcia da risultare ridicola.
Il film è sopportabile solo ed esclusivamente per la presenza di Jean-Louis Trintignant (ah, quella voce!) e di Mathieu Kassovitz (dite quello che volete ma Kassovitz negli ultimi anni sta diventando sempre più bravo).
A Isabelle Huppert invece vorrei fare un appello personale: Basta, la prego! Dica no al prossimo ruolo da antipatica-anaffettiva-ricca-stronza che le propongono. Dica sì ad una bella commedia di quelle stupide dall’incasso facile dove l’unica sfida sarà quella di fare un bel sorriso amabile e sincero davanti alla telecamera.
Lo so, una prova durissima, ma lei è talmente brava che - ne sono certa - riuscirà a stupirci!
120 Battements par minute di Robin Campillo (France)
Uno dei film più attesi sulla Croisette e anche qui a Parigi (i biglietti sono andati esauriti in un attimo). Il nuovo lavoro di Campillo, il regista di Eastern Boys, racconta le lotte dell’associazione Act Up Paris nel corso degli anni ’90 per sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sull’epidemia dell’AIDS, che all’epoca stava facendo migliaia di morti. Famosi per i loro blitz contro le case farmaceutiche con spargimento di (finto) sangue infetto e per alcune dimostrazioni plateali nelle piazze e nelle scuole, il film segue un gruppo di attivisti (gay, lesbiche ma anche una mamma con un figlio emofiliaco diventato sieropositivo a causa di una trasfusione) nelle loro vite quotidiane. Gli incontri dell’associazione per stabilire nuove strategie e nuovi obiettivi, la preparazione e l’attuazione dei famosi blitz ma anche la nascita di amicizie e amori, di conflitti, momenti allegri (la discoteca, il gay pride), momenti super intensi (le scene di sesso sono stupende) e momenti terribili, quelli in cui la malattia prende il sopravvento e non dà scampo ad alcuni di loro.
Film così se ne vedono pochi: 120 Battements par minute (sono i battiti della musica disco) è compatto, asciutto, con bellissime idee di regia, una resa perfetta di ambienti e di personaggi, mostrati con tutte le loro contraddizioni e nella loro assoluta umanità. Ma è soprattutto un film che ti fa capire la forza e il coraggio con cui questo gruppo di giovani ha urlato forte contro tutto e tutti il loro desiderio di non voler morire. Il cast è notevolissimo: degli attori le cui facce ci farebbe piacere rivedere presto, con menzione speciale per il franco-argentino Nahuel Pérez Biscayart.
Alla fine della proiezione, in sala è scoppiato un applauso sincero e carico di emozione.
Uno di quei momenti in cui capisci la differenza fondamentale che esiste tra il guardare un film seduto sul divano di casa tua piuttosto che seduto al cinema, in mezzo ad altri essere umani che, come te, hanno appena smesso di piangere su Smalltown Boy dei Bronsky Beat.
Avevo una gran voglia di filmare la scena e mandarla ad Haneke: guarda che forse, per gli esseri umani, c'è ancora speranza.
A questo punto, la Sala 1 del Gaumont Pathé di Boulevard des Capucines è diventata una seconda casa, e ci si riconosce un po' tutti, anche se non si socializza, perché siamo a Parigi e di socializzare nessuno ha la minima intenzione. E vabbè...
E dunque oggi ho visto:
Hikari di Naomi Kawase (Giappone)
Regista giapponese spesso presente al Festival di Cannes, Naomi Kawase è stata invitata in competizione anche quest’anno con Hikari (Luce). Storia dell’incontro tra un fotografo che ha perso quasi totalmente la vista e una ragazza che sta traducendo in parole un film per un pubblico di non vedenti.
Ero felicissima di questa visione sia perché avevo trovato delizioso l’ultimo film della Kawase (An - Le ricette della Signora Toku), sia perché – come è noto – basta la parola Giappone ad illuminarmi la giornata.
Hikari, purtroppo, è un’opera non riuscita, a causa di una sceneggiatura zoppicante e troppo altalenante. Momenti davvero bellissimi ed intensi si alternano infatti a scene pericolosamente sentimentali, e sotto questo aspetto l'onnipresente musica di Ibrahim Maalouf spesso peggiora anziché migliorare le cose.
Peccato, perché Hikari è una riflessione molto interessante sul potere delle immagini e delle parole, sul senso stesso del cinema e sul suo valore nelle nostre vite.
La Kawase ha la straordinaria capacità di catturare la luce del sole, farla entrare in una scena e rendere quel momento prezioso e magico, e anche di far leggere come una mappa i volti dei suoi attori, che filma da vicinissimo, come a volerne cogliere l’essenza (ritroviamo qui il bravissimo Masatoshi Nagase, già protagonista di An, nonché poeta vagamente beat in Paterson di Jim Jarmusch).
Insomma un vero peccato.
Ad un certo punto qualcuno dice, nel film: Non c’è niente di più bello di quello che abbiamo davanti agli occhi e che è destinato a sparire.
Ditemi voi se il cinema non è proprio questa cosa qui!
Hikari, purtroppo, è un’opera non riuscita, a causa di una sceneggiatura zoppicante e troppo altalenante. Momenti davvero bellissimi ed intensi si alternano infatti a scene pericolosamente sentimentali, e sotto questo aspetto l'onnipresente musica di Ibrahim Maalouf spesso peggiora anziché migliorare le cose.
Peccato, perché Hikari è una riflessione molto interessante sul potere delle immagini e delle parole, sul senso stesso del cinema e sul suo valore nelle nostre vite.
La Kawase ha la straordinaria capacità di catturare la luce del sole, farla entrare in una scena e rendere quel momento prezioso e magico, e anche di far leggere come una mappa i volti dei suoi attori, che filma da vicinissimo, come a volerne cogliere l’essenza (ritroviamo qui il bravissimo Masatoshi Nagase, già protagonista di An, nonché poeta vagamente beat in Paterson di Jim Jarmusch).
Insomma un vero peccato.
Ad un certo punto qualcuno dice, nel film: Non c’è niente di più bello di quello che abbiamo davanti agli occhi e che è destinato a sparire.
Ditemi voi se il cinema non è proprio questa cosa qui!
Happy End di Michael Haneke (France)
Dite la verità: la vostra blogger di riferimento riesce sempre a stupirvi. Ma come? Da anni scrive peste e corna sul cinema di Michael Haneke e poi va addirittura a vedere un suo film in anteprima? Ebbene sì, ma c’era una ragione ben precisa: il desiderio di poterne parlare male senza ritegno.
A questo giro, però, il nostro Haneke non ci dà neppure troppa soddisfazione.
Tanto ha fatto e tanto ha detto che con Happy End (apprezzate l’ironia del titolo) si è dato la zappa sui piedi da solo: questo film non è piaciuto a nessuno, talmente era trito e ritrito.
Di grandi novità, in effetti, non ce n’erano. Trattasi del solito film in cui Haneke ci spiega che l’umanità fa schifo, la vita è orrenda e le famiglie sono il covo delle peggiori nefandezze. Qui non si salva proprio nessuno: dai 13 agli 85 anni, allegria e felicità distribuita in parti uguali (i più contenti non vedono l’ora di suicidarsi, per dire). Unico tocco in più: l’aggiunta di alcune figure di immigranti. Forse Haneke voleva stare al passo con i tempi, ma la cosa è talmente posticcia da risultare ridicola.
Il film è sopportabile solo ed esclusivamente per la presenza di Jean-Louis Trintignant (ah, quella voce!) e di Mathieu Kassovitz (dite quello che volete ma Kassovitz negli ultimi anni sta diventando sempre più bravo).
A Isabelle Huppert invece vorrei fare un appello personale: Basta, la prego! Dica no al prossimo ruolo da antipatica-anaffettiva-ricca-stronza che le propongono. Dica sì ad una bella commedia di quelle stupide dall’incasso facile dove l’unica sfida sarà quella di fare un bel sorriso amabile e sincero davanti alla telecamera.
Lo so, una prova durissima, ma lei è talmente brava che - ne sono certa - riuscirà a stupirci!
120 Battements par minute di Robin Campillo (France)
Uno dei film più attesi sulla Croisette e anche qui a Parigi (i biglietti sono andati esauriti in un attimo). Il nuovo lavoro di Campillo, il regista di Eastern Boys, racconta le lotte dell’associazione Act Up Paris nel corso degli anni ’90 per sensibilizzare l’opinione pubblica e il governo sull’epidemia dell’AIDS, che all’epoca stava facendo migliaia di morti. Famosi per i loro blitz contro le case farmaceutiche con spargimento di (finto) sangue infetto e per alcune dimostrazioni plateali nelle piazze e nelle scuole, il film segue un gruppo di attivisti (gay, lesbiche ma anche una mamma con un figlio emofiliaco diventato sieropositivo a causa di una trasfusione) nelle loro vite quotidiane. Gli incontri dell’associazione per stabilire nuove strategie e nuovi obiettivi, la preparazione e l’attuazione dei famosi blitz ma anche la nascita di amicizie e amori, di conflitti, momenti allegri (la discoteca, il gay pride), momenti super intensi (le scene di sesso sono stupende) e momenti terribili, quelli in cui la malattia prende il sopravvento e non dà scampo ad alcuni di loro.
Film così se ne vedono pochi: 120 Battements par minute (sono i battiti della musica disco) è compatto, asciutto, con bellissime idee di regia, una resa perfetta di ambienti e di personaggi, mostrati con tutte le loro contraddizioni e nella loro assoluta umanità. Ma è soprattutto un film che ti fa capire la forza e il coraggio con cui questo gruppo di giovani ha urlato forte contro tutto e tutti il loro desiderio di non voler morire. Il cast è notevolissimo: degli attori le cui facce ci farebbe piacere rivedere presto, con menzione speciale per il franco-argentino Nahuel Pérez Biscayart.
Alla fine della proiezione, in sala è scoppiato un applauso sincero e carico di emozione.
Uno di quei momenti in cui capisci la differenza fondamentale che esiste tra il guardare un film seduto sul divano di casa tua piuttosto che seduto al cinema, in mezzo ad altri essere umani che, come te, hanno appena smesso di piangere su Smalltown Boy dei Bronsky Beat.
Avevo una gran voglia di filmare la scena e mandarla ad Haneke: guarda che forse, per gli esseri umani, c'è ancora speranza.
giovedì 21 gennaio 2016
Passione d'Amore
Ettore Scola ci ha lasciati il 19 Gennaio e, giustamente, in questi giorni tutti scrivono di lui.
Ricordi, citazioni, foto e video tratti dai suoi film più famosi sono un po' ovunque.
Io con il cinema italiano ho da sempre un rapporto conflittuale.
Raramente i miei registi di riferimento sono stati degli italiani (Antonioni a parte) e poco mi appassionano, per dire, gli universi felliniani o pasoliniani.
Scola non è mai stato uno dei miei registi preferiti, lo ammetto, anche se Una Giornata Particolare è uno dei film che più ho amato nella vita. L'ho rivisto da poco e ho pensato - ancora una volta - a quanto fosse bello, ben scritto, perfetto, un vero gioiello di storia e regia (e poi, certo, Mastroianni e la Loren da urlo). E quel dettaglio così moderno della radio sempre insopportabilmente accesa in sottofondo con la cronaca della stupidissima parata mussoliniana. Semplicemente meraviglioso.
Insieme a Brutti, Sporchi e Cattivi, C'eravamo tanto amati e Dramma della Gelosia, è stato il film più citato in tutti gli articoli che ho letto in questi giorni. In nessuno di quelli che mi è capitato di scorrere, però, qualcuno ha fatto cenno all'altro mio film preferito di Scola. Forse perché del tutto anomalo rispetto alla sua produzione, forse perché un po' bizzarro, inclassificabile, strano.
Si tratta di Passione d'Amore, del 1981.
Tratto dal romanzo Fosca di Iginio Ugo Tarchetti (pubblicato nel 1869) il film è la narrazione di un amore impossibile tra il bell'ufficiale Giorgio e la cugina del colonnello presso cui il militare è di stanza, Fosca, una donna tanto brutta quanto sensibile e colta. Giorgio in realtà è innamorato di Clara, una donna bellissima ma sposata, che ha lasciato a Milano, eppure si trova suo malgrado soggiogato dal fascino morboso di Fosca. Dopo una notte d'amore, destinata a restare la sola per Fosca, la donna muore nel giro di pochi giorni (convinta di non poter più vivere un momento tanto felice) e lui si scoprirà disperato al punto da ammalarsi e passare mesi in un letto d'ospedale.
Vero e proprio Adèle H all'italiana, questo film di Scola è di rara sensibilità e originalità. Il tema è stato pochissimo trattato, e il modo in cui il regista racconta la storia è toccante e allo stesso tempo disturbante. La bruttezza e la fragilità di Fosca, mista alla sua morbosità, ne fanno un personaggio del tutto anomalo. E parecchio intrigante. Gran parte del merito della riuscita di questa impresa sta nella scelta degli attori, va detto. Il bell'ufficiale è interpretato da un bravissimo attore francese (purtroppo scomparso pochi anni fa), Bernard Giraudeau, uno che con la sua bellezza ha avuto un rapporto molto conflittuale, avendo penato non poco all'inizio della sua carriera ad essere preso sul serio proprio per via del suo bell'aspetto. La seducente e frivola amante, Clara, è interpretata da una Laura Antonelli ancora strepitosamente affascinante, mentre il ruolo ingrato di Fosca è stato affidato ad un'attrice che sicuramente non ha avuto la carriera che si meritava, Valeria D'Obici. Qui imbruttita in maniera impietosa, riesce a infondere al personaggio di Fosca una vita e un fascino del tutto inaspettati. Ciliegina sulla torta, nel ruolo del medico che dispensa consigli a Giorgio, Jean-Louis Trintignant (e Massimo Girotti in quello del colonnello).
La pericolosità della pietà e i danni che a volte può fare l'altruismo, sono merce rara come argomento cinematografico. Scola sembra volerli indicare qui in tutta la loro mostruosità, ben peggiore di quella fisica di Fosca, scagliandosi anche contro un certo tipo di ideale romantico, e l'involontaria prigionia nella quale costringeva le donne dell'epoca.
Ricordi, citazioni, foto e video tratti dai suoi film più famosi sono un po' ovunque.
Io con il cinema italiano ho da sempre un rapporto conflittuale.
Raramente i miei registi di riferimento sono stati degli italiani (Antonioni a parte) e poco mi appassionano, per dire, gli universi felliniani o pasoliniani.
Scola non è mai stato uno dei miei registi preferiti, lo ammetto, anche se Una Giornata Particolare è uno dei film che più ho amato nella vita. L'ho rivisto da poco e ho pensato - ancora una volta - a quanto fosse bello, ben scritto, perfetto, un vero gioiello di storia e regia (e poi, certo, Mastroianni e la Loren da urlo). E quel dettaglio così moderno della radio sempre insopportabilmente accesa in sottofondo con la cronaca della stupidissima parata mussoliniana. Semplicemente meraviglioso.
Insieme a Brutti, Sporchi e Cattivi, C'eravamo tanto amati e Dramma della Gelosia, è stato il film più citato in tutti gli articoli che ho letto in questi giorni. In nessuno di quelli che mi è capitato di scorrere, però, qualcuno ha fatto cenno all'altro mio film preferito di Scola. Forse perché del tutto anomalo rispetto alla sua produzione, forse perché un po' bizzarro, inclassificabile, strano.
Si tratta di Passione d'Amore, del 1981.
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| Clara (Laura Antonelli) e Giorgio (Bernard Giraudeau) |
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| Fosca (Valeria D'Obici) |
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| Il Dottore (Jean-Louis Trintignant) e Giorgio (B. Giraudeau) |
Tutto questo per dirvi che, se avete voglia di vedere un film di Scola, magari cercate questa piccola perla rara. Può darsi che vi sia sfuggita.
Le blogger di cinema sono qui per questo.
domenica 28 ottobre 2012
Amour (?)
Come vanno interpretate le sue scelte stilistiche, il soggetto che tratta, il modo in cui decide di girare le scene? Tutte queste domande mi sono venute spontanee guardando il film vincitore della Palma D'Oro all'ultimo Festival di Cannes, Amour, del regista Austriaco Michael Haneke.
Tanto vale ammetterlo subito: amo pochissimo il cinema di Haneke, anzi, sarebbe più corretto dire che non lo amo per niente. Del resto, lo avevo già scritto chiaramente in questo blog, nel post dedicato al suo precedente film, The White Ribbon.
Non conosco tutta la sua opera, perché alcuni soggetti da lui trattati non suscitano in me il benché minimo desiderio, è il caso ad esempio di Funny Games (che Haneke ha girato due volte, prima in Austria e poi in America), una riflessione sulla violenza gratuita e insensata della società contemporanea. Potrei sottoscrivere quello che aveva affermato una volta Truffaut: "L'unica violenza che sopporto al cinema, è quella dei sentimenti". Ecco, appunto.
Amour, invece, era in cima alla lista dei film che volevo vedere in questo periodo, sia per il premio vinto a Cannes, sia per le recensioni più che elogiative che avevo letto (mi sono detta: sta a vedere che questa volta ha fatto un film che mi piace!), ma soprattutto per i due attori protagonisti, che adoro: Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. Insomma, ci sono proprio andata "con le migliori intenzioni".
Georges e Anne sono un'anziana coppia di coniugi parigini. Una mattina Anne, durante la colazione, ha un momento di passaggio a vuoto. Smette di parlare, non riconosce più suo marito e, quando si riprende, non ricorda nulla di quanto accaduto. Purtroppo, è solo l'inizio di un lento ed inesorabile declino. La donna, colpita da un ictus, perde a poco a poco la sua mobilità e la sua indipendenza. Il marito cerca di far fronte all'emergenza come può. L'unica figlia della coppia, Eva, viva a Londra con la sua famiglia, e le sue visite sono sporadiche e brevi. Quando la situazione si fa insostenibile, Georges si arrende all'evidenza: da soli, non potranno più andare avanti.
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| Haneke, la Riva e Trintignant sul set del film |
O almeno ci prova.
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