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venerdì 21 febbraio 2020

Strangers when we meet

Non so se a voi a volte capita che un film vi chiami.
Che si metta lì davanti a voi e strilli a pieni polmoni: allora, vieni a vedermi??!
A me a volte succede, e con i film più strani.
L’ultimo caso mi è successo la settimana scorsa con un film del 1960, che passava alla Cinémathèque Française (sempre Santa Subito!) nel quadro di una Carte Blanche (che è quando ad un regista o attore o altra persona che lavora nel cinema danno la possibilità di far vedere i film che vuole) della regista francese Axele Ropert.
Strangers when we meet di Richard Quine era uno dei tre film che lei aveva scelto di mostrare.
Ora, non so se riesco proprio a dirvi i motivi per cui questo film mi chiamasse: è stato un misto di intuizione, curiosità e sesto senso vintage. Credevo di conoscere più o meno tutti i film degli anni 50 americani, diciamo almeno quelli più importanti e più famosi, ma questo mi era completamente sfuggito. E ha davvero dell’incredibile.
Aveva tutto per piacermi: l’ambientazione (LA nel 1959), gli attori (Kim Novak in pieno stile Vertigo e Kirk Douglas), la trama (un mélo un po’ alla Douglas Sirk).
E infatti, nonostante non abbia trovato nessun amico disposto a venire con me, nonostante la fredda e piovosa serata di febbraio, e il fatto che la Cinémathèque stia dall’altra parte della città rispetto a me, sono andata a vedere il film e ho scoperto un vero gioiello.
La storia è presto detta: Larry, un architetto free-lance, e Maggie, una casalinga, vivono nello stesso quartiere residenziale di LA. Sono entrambi sposati con prole (due figli nel caso di Larry e uno nel caso di Maggie). E’ proprio grazie al fatto che i figli frequentano la stessa scuola che si vedono per la prima volta. Larry è subito colpito dalla bellezza un po’ di distante di Maggie. Con la scusa di farle vedere il cantiere di una casa che sta costruendo per uno scrittore di successo, Larry e Maggie cominciano a fare conoscenza. Dal frequentarsi a diventare amanti, il passo è breve. Il problema è che si innamorano seriamente l’uno dell’altra e, a quel punto, capiscono di dover prendere una decisione radicale per le loro vite.
Vi dico subito perché questo film è notevolissimo: per la sua modernità.
Su una trama piuttosto trita, si inseriscono infatti elementi che per l’epoca dovevano essere al limite del trasgressivo. Ricordiamoci che qui siamo ancora lontani dal Flower Power e dalle rivoluzioni sessuali, siamo giusto alla fine di uno dei decenni più puritani che l’America abbia prodotto.
In Strangers when we meet un tema importantissimo è il desiderio sessuale femminile.
Kim Novak/Maggie è sposata con un “classico” uomo degli anni 50, uno che si aspetta dalla moglie che se ne stia a casa, gli cresca il figlio, gli faccia trovare pronto in tavola e attenda con pazienza che lui abbia voglia di andare a letto con lei (in questo caso specifico, di pazienza ne deve avere tanta, perché il fanciullo non è esattamente un tipo focoso).
Quando Maggie prova ad affrontare il discorso in maniera diretta, lui trasecola: come osa sua moglie parlargli di un argomento così fuori luogo? Il divario tra il desiderio di lei e la percezione di lui sembra assolutamente insanabile. Nel corso del film verrà alla luce anche un altro episodio che riguarda Maggie e che la dirà lunga sulla disperazione della sua situazione; anche questo un esempio molto “forte” rispetto agli standard dell’epoca.
Ma non voglio troppo spoilerare. 



Kirk Douglas/Larry, invece, rappresenta in qualche modo l’uomo nuovo, moderno, che sa stare al passo con i tempi. Si capisce che anche a lui sta stretto il ruolo di semplice marito, quello che deve portare a casa i soldi per far andare avanti la famiglia, cosa che gli viene costantemente ricordata dalla moglie, una donna bella, intelligente e amorevole, ma fermamente convinta che il marito dovrebbe accettare lavori più lucrativi. A Larry invece preme portare alla luce il suo lato creativo, gli piace l’idea di prendere dei lavori meno importanti ma più interessanti, che gli consentano di esprimere se stesso e i suoi gusti in fatto di architettura. Anche sotto questo punto di vista il film è quasi contemporaneo, e questo discorso sull’arte e quello che può rappresentare è molto ben tradotto dal rapporto tra Larry e lo scrittore per il quale sta progettando la casa, Roger Altar. Personaggio incredibile: un po’ dandy, un po’ cinico, sempre circordato da belle donne piuttosto vanesie, sempre con un bicchiere di super alcoolico in mano, sempre tormentato dai dubbi sul suo talento. L’attore che lo interpreta, Ernie Kovacs, è straordinario (e anche nella vita reale, da quello che ho letto su di lui, incuriosita, subito dopo la visione del film, pare fosse un personaggio decisamente larger than life).
I loro dialoghi sono pieni di humor e doppi sensi ma anche di sincerità e profondità, e portano il film verso strade non banali ed inaspettate, per questo genere di pelicola.
Un altro bellissimo personaggio è quello di Walter Matthau, che qui intepreta un vicino di casa moralista e perbenista che si rivela essere il peggiore degli ipocriti ed il più disgustoso esempio di essere umano.

Infine, ma mi rendo conto che questo è un discorso molto, molto personale, di questo film mi ha sconcertato la bellezza… di tutto! Dalle strade della città, alle macchine, alle case (voglio vivere in quella di Larry e la moglie TUTTA LA VITA), agli oggetti, per non parlare dei vestiti di Kim Novak e persino di quelli di Kirk Douglas (ad un certo punto sfoggia un cardigan rosso da urlo), la meraviglia degli anni 50 appare davanti ai nostri increduli occhi in tutto il suo splendore.

Se la famosa lampada di aladino mi regalasse almeno un desiderio da realizzare, risponderei senza dubbio alcuno che vorrei poter vivere in questo film.
Avendo, come bonus, la possibilità di togliere a Kirk quel bel cardigan rosso...


sabato 27 dicembre 2014

Winter Films

While I am writing this post, the snow is falling outside the window.
It is always amazing to watch big snowflakes transforming your usual view into something completely new and unreal. For few hours, the world is a giant, immaculate and silent place. 
It is fascinating for children as well as for adults.
Movies, of course, have very often exploited the incredible potential of white "laplands" on screen, and Zazie has decided to give out a short list of her favourite winter films.
Let it snow, let it snow, let it snow!    

8. Smilla's Sense of Snow by Bille August (1997)
Ok, I admit it: I don't consider this film particularly good. But when in the middle of a snow storm you are home and in your kitchen appears a man like this (black turtleneck sweater and Irish accent included), the only thing you can dream of is that you'll be obliged by the storm to stay home with him for the rest of your life. Amen!
Gabriel Byrne For Ever...

7. The Ice Storm by Ang Lee (1997)
Winner of the award for Best Screenplay at the Cannes Film Festival 1997, this movie is a little gem by always interesting director Ang Lee. Set in New Canaan, Connecticut, during the Thanksgiving week-end of 1973, The Ice Storm perfectly shows the confusion of an entire country through the stories of two families and their relationship. The Watergate, the sexual revolution, the hypocrisy of the society all mixed up. And a great cast too!

6. Let the right one in by Tomas Alfredson (2008)
Forget about all the movies you've seen on vampires.
In this superbly filmed and very weird Swedish horror movie, the relationship between a shy and bullied 12 years old guy, Oskar, and his new neighbor Eli, a strange and androgyne creature who feels livelier at night, it is so intriguing that you can't get enough of it.
Watch out, though, there's a lot of red on the white snow!
There is also an American remake of the movie (Let me in, 2010). I didn't see it but I seriously doubt it could be as good as this one.

5. Frozen River by Courtney Hunt (2008)
Disgusted by the syrupy Xmas movies the TV is showing since last week?
No worries, here's the anti-Xmas film par excellence! Set two days before the "fatal" day, this is a desperate story about a desperate woman who, in order to find a way to survive for her and her two sons (after the husband left them taking all their savings), takes a bad decision. She will drive poor people eager to (illegally) emigrate in America from the Canadian borders through a frozen river in the Mohawk Reservation.
Oscar nomination for the incredible Melissa Leo: her Ray is the role of a lifetime.  

4. Winter Sleep by Nuri Bilge Ceylan (2014)
Palme d'Or at the Cannes Film Festival 2014 and incontestably one of the best movies of this year, Winter Sleep is - as it is often the case with this Turkish film-maker - an extraordinary human experience more than a simple vision. The psychological impact of a Russian novel condensed in 3hours15minutes. The soul of a man, the good and bad of it, stretched upon your eyes in vivid and deep dialogues. Cechov, here we come!

3. Winter Light by Ingmar Bergman (1963)
No, there is no hope in this world. 
God is silent and indifferent to human suffering, and in this land covered with snow not a single light comes to cheer up the poor characters of this pitiless but magnificent movie. Bergman's favorite film of his own career is a vision you can hardly forget. 
His snow is the chilliest one of all.
If you dare to, you can complete this vision with the other two movies of the "Silence of God Trilogy": Through a Glass Darkly and The Silence. Good luck!
2. All that Heaven Allows by Douglas Sirk (1955)
American film-maker Douglas Sirk elevated the concept of mélo to a completely new and outstanding level (not to mention the fabulous dresses her actresses used to wear in his movies!). 
In his masterpiece, a still young and beautiful widow falls in love with her gardner. For the profoundly hypocrite American society of the time (mid-'50s) this is totally unacceptable.  The two will have to suffer and go through a lot before love could reign. 
In the meantime, Sirk's unbelievable use of colours and his witty and superbly crafted dialogues do the trick...
... and the house where Rock Hudson lives is simply to die for!

1 . Ma Nuit chez Maud by Eric Rohmer (1969)
Eric Rohmer's masterpiece and one of Zazie's favourite movies of ALL time.
Clermont-Ferrand in winter, the snow, Blaise Pascal's thoughts longly discussed in a café, an invitation to sleep over that will not end the way you expect, a brilliant conclusion of the story. And three actors in the prime of their life and career: Jean-Louis Trintignant, Françoise Fabian and Christine Barrault.
After this movie, to be under a blanket watching the snow outside, will never be the same.
Eric, we miss you!

domenica 5 febbraio 2012

Home, Sweet Home!

Julius Shulman - Case Study House 22
Questo week-end, un po' perché sono malaticcia e un po' perché fuori c'è una temperatura polare, lo sto trascorrendo praticamente tutto in casa.
Passare ore e ore tra le mura domestiche, mi ha fatto meditare - piuttosto banalmente - sulla loro importanza. Il posto in cui viviamo è fondamentale. Se lo amiamo, ci corrisponde, e ci fa da rifugio reale e mentale, è una grandissima fortuna. Inutile specificare che da lì al mettermi a pensare alle mie case preferite nei film, il passo è stato brevissimo. La prima che mi è venuta in mente, Montmartre oblige, è stata quella di Amélie Poulain. Che volete farci, praticamente abito dove abitava lei, sono a distanza di circa quattro passi sia dal Café des Deux Moulins che dal fruttivendolo Colignon, quindi concedetemelo. Ad ogni modo, io il suo appartamento lo trovavo adorabile anche prima di vivere qui!


Avendo scelto il poster giapponese di Amélie (non è delizioso?), ho subito pensato a tutte le case dei film giapponesi di Yasujiro Ozu. Praticamente, potrei vivere tutta la vita in una casa qualsiasi di uno qualsiasi dei suoi film.


Certo, avrei fatto carte false anche per vivere nell'appartamento di Maggie Cheung in In the Mood for Love di Wong Kar-Wai (soprattutto nel caso in cui Tony Leung occupasse quello di fianco, come nel film...)


Ma le mie case cinematografiche preferite, lo devo ammettere, sono quelle americane.
Dall'appartamento di Holly Golightly in Breakfast at Tiffany's, a quello scomodissimo ma adorabile di Barefoot in the Park, a TUTTE le case dei film di Woody Allen (menzione speciale per quella di September), a quella meravigliosa con finestra sul cortile (e che cortile!) in Rear Window di Hitchcock, fino ai sublimi appartamenti anni '50 dei film di Douglas Sirk, di quelli delle commedie con Doris Day e Rock Hudson, per approdare infine a quelli dei protagonisti di Mad Men (il mio preferito resta quello di Pete Campbell e la moglie).
Un appartamento che ho sempre trovato fantastico, soprattutto per la cucina, è quello di Ingrid Bergman in Indiscreet di Stanley Donen. 



Qualche anno fa è uscito un film (a mio avviso molto sottovalutato) che era un omaggio brillante, spiritoso e di gran stile alle commedie Day/Hudson: Down with Love, di Peyton Reed, con due strepitosi Ewan McGregor e Renée Zellweger. Ecco, l'appartamento di lei era abbastanza inarrivabile. Anche quello di lui, devo dire, non era niente male!




Comunque, si sa, c'è sempre un posto che ci piace più di altri. E le ragioni valle a capire. C'è quel qualcosa in più che ci cattura, che ci prende il cuore, che ci fa sospirare, proprio come un vero innamoramento. Se oggi qualcuno mi dicesse: possiamo esaudire il tuo  sogno di andare a vivere in una casa cinematografica, io non avrei un attimo di esitazione. Di tutti i film che ho visto, di tutte le case in cui virtualmente sono stata, ce n'è una per cui ho perso letteralmente la testa. Ed è la casa di Andie MacDowell in Green Card di Peter Weir (un film che, tra l'altro, adoro!). Si trova a New York, all'ultimo piano di un palazzo, e al suo interno c'è una serra. C'è questa scena in cui piove e lei prende un té seduta in cucina, ecco, io ho sempre pensato che in un posto così la felicità sarebbe assicurata!
E voi, cari lettori, in quale casa da film vorreste andare a vivere?




Vi lascio con questa piccola chicca tratta da Down with Love: la doppia versione di Fly me to the Moon cantata da Astrud Gilberto e Frank Sinatra... isn't that lovely?


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