Bad news are always too many, as far as I’m concerned.
And the one about the death of American actor Nelsan Ellis, aged 39, really sucks.
I’m sure not many of you would be familiar with his real name, but if I say he was Lafayette Reynolds in Trueblood by Alan Ball, I’m sure you’ll immediately figure out of whom I’m talking about.
Lafayette was the (black and gay) cook of Merlott’s Bar, a colleague and very good friend of Sookie Stackhouse, the main character of the series, based upon the books by Charlaine Harris.
In the books, Lafayette dies pretty soon, but in the series, Lafayette stays until the end, just because – I guess - everybody loved him very much.
He certainly was my favourite character: he was incredibly funny, iconoclastic, politically incorrect, truthful and loving. I simply adored him.
Since the very first episode, when Sookie has a crush on a vampire and he comments: Oh, so now I know which kind of men you like: tall, dark-haired and... dead!
There was an episode in which Lafayette and his boyfriend are in some kind of danger and they need to leave their place in a rush. In front of their car’s trunk, the boyfriend looks at Lafayette in disbelief: instead of a small luggage like the one he has in his hand, Lafayette has two big suitcases.
Lafayette looks back at him and pronounce a quote that I have immediately made mine: Packing light and being me, don’t mix!
Oh, Lafayette, I’m going to miss you…
Zazie
Il 3 Giugno 2001, sul canale americano HBO, andava in onda la prima puntata di una nuova serie dal suggestivo titolo SIX FEET UNDER (Sei piedi sotto terra). Scritta da Alan Ball, lo sceneggiatore premio Oscar di American Beauty (1999), questa serie, anche se nessuno 15 anni fa poteva immaginarselo, sarebbe diventata la madre di tutte le serie televisive, sarebbe stata il punto di partenza di quell'onda immensa e inarrestabile che avrebbe travolto a breve le nostre vite. Poi sarebbero arrivate The Wire, Breaking Bad, Game of Thrones, Mad Men, ma allora, 15 anni fa, tutto questo era impensabile, tutto questo, semplicemente, non esisteva.
Rimasto sconvolto dal tragico decesso della sorella quando aveva solo 13 anni (lei ne compiva 22 quel giorno, e Ball l'ha vista morire davanti ai suoi occhi mentre erano in macchina), lo sceneggiatore ha fatto della morte un tema omnipresente nella sua opera. In Six Feet Under (che in misure americane indica la profondità alla quale viene calata una bara nella terra) la morte è la protagonista assoluta. Ogni singolo episodio inizia con un decesso, e i protagonisti della serie sono i membri della famiglia Fisher, che gestiscono un'impresa di pompe funebri a Los Angeles. C'è il padre (è lui il primo a morire nel primo episodio, ma continuerà ad essere visibile e a parlare agli altri Fisher), la madre, il figlio maggiore Nate, appena rientrato da Seattle dove ha cercato di creare un business alternativo senza riuscirci, il figlio di mezzo, Dave, che lavora nell'azienda di famiglia e da sempre è in conflitto con la propria omosessualità, e la figlia più piccola Claire, ribelle dal temperamento artistico:
Per cinque stagioni, dal 2001 al 2005, abbiamo seguito i destini di ogni Fisher e quello delle persone che a loro si legavano: fidanzati e fidanzate, mariti e mogli, figli, parenti vari, amici. Era come avere un'altra famiglia, così facile da amare perché così delirante, disfunzionale, geniale, disperante, complicata, a volta insopportabile ma la maggior parte del tempo totalmente irresistibile. Senza nemmeno rendercene conto, io e un folto gruppo di amici (e di gente sparsa in giro per il mondo), ci siamo messi a guardarli allo stesso momento, senza perderci un episodio, discutendo di ogni dettaglio, scambiandoci opinioni, creando un vero e proprio "movimento" di fans scatenati di Six Feet Under. Facebook e Twitter non c'erano ancora. Era tutto artigianale, un po' ingenuo, ma molto sentito, molto speciale (era la prima volta, che lo provavamo).
E' andato tutto bene fino a quando non sono arrivati gli ultimi tre episodi dell'ultima stagione. La fine, insomma. E anche se lo sapevamo, anche se non potevamo nasconderci che un giorno questa cosa sarebbe arrivata, nessuno di noi era pronto all'impatto emotivo devastante che stava per travolgerci. Nei miei ricordi, ho pianto ininterrottamente per giorni. La mattina arrivavo in ufficio con certi occhi gonfi che la gente pensava mi fosse capitata una disgrazia e, in un certo senso, mi era capitata per davvero. Perché Alan Ball, per metterci in ginocchio, aveva deciso (mi spiace, ma qui lo spoiler è nettamente superato a più di dieci anni dalla fine) di far morire Nate a tre puntate dalla fine, di dedicare il penultimo episodio al suo funerale, e infine, in una lunghissima, incredibile sequenza che rimarrà per sempre nel nostro immaginario collettivo, di farci vedere la morte di tutti i protagonisti della serie nell'ultima puntata. La loro morte "futura", per così dire. Insomma eravamo diventati all'improvviso tutti orfani. E non potevamo far altro che piangere e disperarci.
La prima volta che ho messo piede a Los Angeles, è stato nel 2008, ed ero lì per lavoro. Nel mio unico giorno libero, nonostante tutti mi dicessero di andare a vedere gli studios, io mi sono fatta portare da amici che avevano una macchina (io manco ho la patente) a vedere l'unico edificio che per me davvero contava in tutta la città: la casa al 2302 West 25th Street, la Fisher & Sons Funeral Home. Mi sono fatta fare questa servizio fotografico piantata lì davanti e ad un certo punto è arrivato un ragazzo con macchina fotografica in spalla. Ci ha fatto un cenno di saluto: Six Feet Under? - ha chiesto. Noi gli abbiamo fatto di sì con la testa. "Sono venuto apposta da Denver" - ha continuato. "Noi da Parigi", ho risposto, con aria di sfida. Ha fatto un gesto di resa con le mani, come a dire: avete vinto voi.
Zazie davanti alla casa dei Fisher - LA, Febbraio 2008
A tutti quelli che ancora non hanno visto questa serie, io non posso far altro che consigliare caldamente di guardarla. Anche sapendo il finale, anche avendo letto tutto quello che è stato scritto in questi anni di discussioni sulle serie TV e sulla loro sempre più grande influenza ed importanza sulle nostre vite. Perché non esiste, un'altra serie così.
Ne sono state fatte di bellissime ed imperdibili, dopo, ci mancherebbe, ma i Fisher sono stati i precursori. Sul cofanetto della serie completa, ovviamente a forma di bara, campeggia la scritta: Everything. Everyone. Everywhere. Ends. Di eterno, si sa, c'è solo il nostro amore per Six Feet Under.
On Sunday night, while the rest of the nation where I live was looking at the first football match involving Les Bleus, I realized that Arté was showing Secret and Lies by Mike Leigh. I know this movie by heart: Leigh (my readers are well aware of this) is one of my favourite directors of all time and I consider Secrets and lies an absolute masterpiece.
I immediately wrote something on my Facebook page suggesting my French friends who were not interested in the World Cup to watch the movie, but I didn’t expect I would have watched it myself all over again for the 10th time. And I was even more surprised when, looking at my favourite scene, I started to cry… well, it would be more accurate to write I started sobbing.
Is this happening to you too? I mean: am I the only one who is capable of crying over and over again at a certain scene of a certain movie, no matter how many times I watched it?
Some movies touch a particular part of our soul, I guess, and there is nothing we could do about it. Usually people are ashamed to admit they cry in cinemas, but I am not. I proudly confess to weep very often watching a movie, and I decided to publicly confess Zazie's TOP 5 MOST EMOTIONAL MOVIES:
5 - My life without me by Isabel Coixet (2003)
I really love Isabel Coixet’s cinema and I think My life without me is an underestimated great movie of cinema history. Ann, a 23 years old wife and mother living in Vancouver, finds out to have an inoperable cancer. She decides not to tell her husband, her two young daughters and her mother, and she prefers to prepare them to the life “without her”. Of course, the subject would break anybody’s heart, but Coixet never takes advantage of its tearful potential. The film is simple, candid and full of life, and Sarah Polley is amazing in the role of Ann. It it almost impossible, though, not to weep every now and then. I personally did it - non stop - for the last 45 minutes of the movie.
4 – Au revoir les Enfants by Louis Malle (1987) Based on a real story that happened to Louis Malle when he was a young boy under the German occupation, this movie builds up, scene after scene, a degree of emotion difficult to handle. On the last scene, when the Gestapo embarks some students and the priest and you hear him saying: “Au revoir, les enfants!”, I defy any single human being not to burst into tears like a little baby. The most heart-breaking quote of cinema history.
3 - Secrets and Lies by Mike Leigh (1996) I have cried at every Leigh’s film, but this wins hands down. I guess I cry so much watching this movie partly because Leigh has a special way of showing people in their most fragile and human conditions, and partly because the actors play so amazingly well that I am shaken by their immense talent. In this scene, one of the most beautiful, compelling and moving of Leigh’s cinema (and of cinema tout court), Brenda Blethyn is able to pass from incredulity to bewilderment, from hilarity to desperation in a way that it’s simply impossible to forget. If you don’t cry watching her, your heart is made of stone, believe me:
2 - Breaking the Waves by Lars Von Trier (1996)
This film is present in almost all my TOP 5 movies of no matter what category, and I guess you have to get used to it, because it was one of those films having an incredible impact on my life. As I already had the chance to write in this blog: the death of Bess McNeil is one of the saddest moments I have to endure at cinema. Until today, it is just impossible for me not to drop a tear if I hear the first notes of Life on Mars by David Bowie.
1 - Everyone’s Waiting - Final Episode of Six Feet Under by Alan Ball (2005)
I know, this is not a movie I saw in a cinema. This is not even a movie, but I can’t deny that my most epic desperate moment in front of a screen was the final scene of the final episode of Six Feet Under. Friends who watched it before me had warned me about it but nothing could have prepared me for this emotional turmoil. We are talking about a series of almost 10 years ago, so I don’t think it will be a spoiler for anybody if I write that Alan Ball showed us the death of every single character in the story. Not a real surprise, since the main theme of this series actually is death, but after 5 seasons I was so attached to the Fisher family, that I started to cry at the first death and I stopped many hours after the last one. I cried so much that next day, arriving at the office, all my colleagues asked what tragedy had occurred to me.
On the side cover of Six feet Under's box set(having the shape of a grave, ça va sans dire!) you can read these words: Everything. Everyone. Everywhere. Ends.
They were clearly underestimating my tears.
Ho sempre avuto una grande passione per i film che parlano della morte.
Lo so, la frase può risultare particolarmente macabra, ma non lo è. Così come, in realtà, non sono macabri i film che trattano questo tema. Anzi, per quanto possa sembrare strano, spesso sono film traboccanti di vita. La morte mi fa paura, certo, ma questo non mi impedisce di volerla conoscere più da vicino, nei limiti del possibile. Non a caso, la mia serie TV preferita di tutti i tempi è Six Feet Under di Alan Ball, che come molti di voi sapranno è la storia di una famiglia che gestisce una funeral home a Los Angeles. La morte è molto, molto presente. Perché queste persone, con la morte, ci campano: ogni puntata inizia con un morto, ci sono cadaveri che vengono preparati per le veglie, e cari estinti che parlano con i loro parenti. Ma tutto questo non impedisce alla serie di essere travolgente e pulsante di vita
Ho sempre trovato molto inadeguato il rapporto del mondo occidentale con la morte, e considerato i popoli orientali mille anni avanti rispetto a noi nella gestione del gran finale. Qualche settimana fa ho visto in DVD un film giapponese che ha confermato le mie convinzioni (sia sull’ottima qualità delle opere che parlano di morte che sulla superiorità degli orientali nel trattare questo tema). Si tratta di Okuribito di Youjirou Takita, vincitore quest’anno dell’Oscar per il miglior film straniero. Il titolo significa, letteralmente, colui che accompagna.
E’ la storia di un giovane violoncellista, Daigo, che si ritrova da un giorno all’altro senza lavoro (l’orchestra per cui suona chiude improvvisamente) e decide di ritornare a vivere nella sua cittadina d’origine, insieme alla moglie, in cerca di fortuna. In questo posto un po’ sperduto del Tohoku, per la verità, il lavoro scarseggia e, dopo molti infruttuosi tentativi, Daigo finisce per accettare un posto in un’agenzia di pompe funebri. Ma non una qualsiasi. Si tratta infatti di un’agenzia che pratica il Nokanshi, un’antica tecnica secondo la quale il corpo del morto viene letteralmente “preparato” davanti ai parenti. All’inizio perplesso e quasi disgustato, Daigo a poco poco finisce con l’appassionarsi al suo lavoro, soprattutto grazie agli insegnamenti di Sasaki-san, il suo capo, un signore taciturno e discreto, che con la sua gentilezza e la sua compostezza riesce a conquistare ogni famiglia (l’attore che interpreta questo ruolo è il grandissimo Tsutomu Yamazaki, che forse qualcuno di voi ricorderà in Tampopo di Juzo Itami). Daigo dovrà affrontare non pochi problemi per far accettare agli altri (sua moglie per prima) lo strano lavoro che ha scelto, ma in un modo o nell’altro tutti dovranno arrendersi all’evidenza: a Daigo lavorare con i morti... piace da morire!
Questo film è una vera delizia (unico neo, forse, il finale leggermente mieloso), ed è un condensato di tutto quello che amo sfrenatamente del Giappone e dei Giapponesi: la discrezione, la compostezza, l’eleganza nei gesti, la parsimonia nelle parole, la delicatezza nei propositi, l’amore per la bellezza (che si traduce in ogni cosa, persino nelle tazze in cui bevono il té), l’ironia sottile, l’understatement un po’ naïf, e la dignità come valore assoluto. Non so se state pensando ad un paese e un popolo che sono esattamente l’opposto...
Il modo in cui i cadaveri vengono lavati, vestiti e truccati di fronte ai parenti contriti dal dolore, è un momento di umanità cosi alta che si fa quasi fatica a guardare. Inevitabile pensare che in Occidente una cosa del genere sarebbe impossibile. La prima volta che Daigo affronta da solo la prova del Nokanshi, si trova in una situazione che ne è l’esempio perfetto: mentre sta lavando il corpo di una ragazza, si rende conto che c’è “qualcosa” che non dovrebbe esserci. Preso alla sprovvista, mantiene la calma ma riesce a catturare discretamente l’attenzione di Sasaki-san, che sta supervisionando, e a sussurrargli all’orecchio le parole “ha quella cosa...”. Il capo, con altrettanta discrezione, prende il suo posto, finisce il lavoro e poi, rivolgendosi con estrema gentilezza ai parenti, domanda: gli occhi, di che colore li volete truccare?
Da cui risulta evidente che è molto, ma molto meglio morire da trans in Giappone, che non nel nostro paese.
Ne approfitto per ringraziare pubblicamente il mio amico Giorgio Amitrano (il miglior traduttore di letteratura giapponese che abbiamo in Italia), al quale devo la visione di questo film (e di tanti altri che un intero post non riuscirebbe ad esaurire): arigatou gozaimasu, sensei!
n.b. Ho scelto di farvi vedere il trailer giapponese perché è molto più bello di quello "confezionato" per gli occidentali. Se volete, su You Tube trovate quello sottotitolato.