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lunedì 18 aprile 2011

The New York Trilogy - Blue Valentine

A simple advice: please don’t go to see this movie on a first date or if your couple is going through a crisis (it’s a question of survival), but in all other cases, I strongly recommend you the vision of this picture, one of the best I have recently seen.
Blue Valentine is the pitiless dissection of a couple’s history, the one formed by Dean and Cindy. Young, married and having a lovely child called Frankie, they live in a small and ordinary American town. They’re both working class people, but Cindy studied to become a nurse and has a decent job, while Dean left high school and always had temporary jobs, and now survives painting houses. The movie doesn’t follow the events chronologically, so we see them in their present life and then, piece by piece, we get to know how they met, how they fell in love and how they fell out of love (François Ozon made a similar thing in his movie 5x2, but in that case he followed the love affair from the end to the beginning, while here the present and the past are mixing in an emotional roller coaster). Things inside the couple are not getting well, and this is pretty clear. Cindy looks fed up with Dean’s attitude towards life: he is drinking a lot and he doesn’t have any ambition in his professional life. Their attempts to revive their connection, both physical and spiritual, are failing miserably and the end of the affair is just around the corner.
Blue Valentine is a great and pitiless movie: it really kills you. You are torn apart by watching this couple slowly dying, especially when you witness the way they felt at the beginning. Their love looked grandiose and strong, and let you believe for a moment that they can both leave behind bleak families and bleak events and have a new, fresh start. Unfortunately, this movie looks pretty much like real life, and so the happy ending is quite difficult.
Derek Cianfrance, the filmmaker, has done a magnificent job: the description of the love affair is romantic without being cheesy, while the end of it is filmed in an extremely real but compassionate way.
This picture is so powerful, though, especially because of the unbelievably good performance of the two actors: Michelle Williams and Ryan Gosling. These two actors have a similar story: they both started to work for children and teenagers TV programs (Gosling for Disney Channel together with Britney Spears!, Williams for the series Dawson's Creek), then they switch to mainstream movies and now they are becoming icons of independent cinema (Williams notably for her role in Wendy and Lucie, Gosling for the one of a drug addict professor in Half Nelson). In this movie, they prove to be splendid actors. They look so natural, true, passionate, distraught, human: the audience is obliged to feel what they feel, to empathize with them. It is a painful but worth it process (I read  that the two actors spent a month living together before the shooting to really get into the characters).
Blue Valentine is a movie that gets under the skin and leaves you with an unsettling feeling about the hopelessness of human soul. 
Welcome to the club!

domenica 6 marzo 2011

Nel bel mezzo di un gelido inverno

Il Cinema è un paese per donne?    
Questa domanda mi sorge spontanea ogni volta che vedo un film diretto da una donna e mi rendo conto che lo vivo come se fosse un evento raro. Perché, in fondo, lo è: il numero di registi donne è nettamente inferiore a quello di registi uomini, e questo è un dato di fatto.  Tuttavia, e grazie al cielo, sempre più spesso ci sono donne interessanti dietro la macchina da presa, con cose importanti da dire, storie essenziali da raccontare, e uno stile tutto loro nel farlo. E’ soprattutto dal cinema indipendente americano che arrivano i nomi di ragazze da tenere d’occhio, secondo me. Negli ultimi anni mi è capitato di vedere dei film che mi hanno impressionato per i pochi mezzi e soldi a disposizione per farli e la forza espressiva ed emotiva capaci di suscitare. Tutto merito di ottime sceneggiature, personaggi credibili e commoventi (nel senso più nobile del termine), prove d’attori che lasciano il segno e una sensibilità speciale. Femminile? Si, bisogna dirlo, femminile. E con questo non voglio dire migliore rispetto a quella degli uomini, ma semplicemente diversa. Quella stessa storia, un uomo non la racconterebbe mai allo stesso modo. E il fatto che i protagonisti di questi film siano quasi sempre donne, aumenta di parecchio la sensazione.
Penso ad uno dei miei film preferiti di tutti i tempi: Me, and you and everyone we know di Miranda July (2005), a Wendy and Lucie di Kelly Reichardt (2008), a Frozen River di Courtney Hunt (2008) e al film che ho visto questa settimana: Winter’s bone (Un Gelido Inverno) di Debra Granik

La Granik (nata nel 1963), è una regista indipendente che dopo una serie di premi vinti al Sundance con alcuni corti e con il suo primo lungometraggio (Down to the bone), con questa nuova opera ha ottenuto la consacrazione definitiva, ottendendo un meritato successo mainstream (il film è stato anche candidato a ben 4 premi Oscar). 
Winter’s Bone racconta la storia di Ree, una 17enne che vive in uno squallido paesino sperduto tra i monti Ozarks del Missouri, in una casa fatiscente che condivide con la madre malata (è praticamente ridotta un vegetale) e i fratellini Sonny, 12 anni, e Ashlee, 6 anni. Ree scopre che il padre (in galera per l’attività più in voga della zona: la produzione della droga sintetica crystal meth), ha ipotecato la casa per pagarsi la cauzione ed uscire. Se non si presenterà davanti ai giudici, la famiglia perderà tutto. Il rischio per Ree è troppo alto, quindi la giovane parte alla ricerca del padre, scontrandosi con una realtà sempre più dura. E’ chiaro fin da subito che lui abbia fatto una brutta fine, ma altrettanto chiaro che nessuno voglia minimamente aiutarla a scoprire quello che gli è successo. Più il destino si accanisce su Ree, più lei sembra decisa a venire a capo della questione. Alla fine, grazie al maldestro aiuto di Teardrop, il fratello di suo padre, e all’ultimo barlume di umanità rimasto ad un gruppo di donne della zona, Ree sembra finalmente intravedere un po' di speranza per il futuro.   
Film durissimo, cupo e desolante, Winter's bone si può definire come una sorta di neo-realismo all'americana: ai limiti del documentario, ma con la marcia in più della pura finzione, il film è una discesa all'inferno che sembra una fiaba gotica (compresa di vago lieto fine). Ci sono momenti insostenibili, momenti potentissimi e momenti con qualcosa di speciale che ti resta dentro. Il dialogo di Ree con il militare passato alla sua scuola per reclutare potenziali soldati, ad esempio, per me è indimenticabile. La pellicola è illuminata senza sosta dal volto di Jennifer Lawrence, una giovane attrice (nella realtà ha 21 anni) che qui dimostra un talento straordinario. Di una bellezza disarmante, anche senza trucco, sporca e infagottata in abiti invernali, la Lawrence si carica tutto il film sulle spalle. Sicura, testarda, e senza paura, pur di assicurare una casa alla madre e ai fratelli, affronta l'inaffrontabile con una forza e una dignità da Magnani americana. Nel film non c'è quasi mai una tregua alla miseria umana che le tocca sopportare. Solo la presenza di un'amica a confortarla e darle una mano, altrimenti è sola, ma tutt'altro che vittima della situazione. L'altro personaggio notevolissimo che il film mette in scena è quello dello zio di Ree, Teardrop (interpretato da uno dei migliori attori americani in circolazione, John Hawkes, già protagonista maschile di Me, and you and everyone we know e della serie HBO Deadwood): dropout magrissimo e dallo sguardo folle, dapprima riluttante ad aiutare la nipote, fa uscire a poco a poco (e molto alla sua maniera, diciamo) tutta la sua umanità e il suo coraggio.
Si esce dal film incapaci di lamentarsi di nulla: del freddo, della stanchezza, della noia di una qualsiasi giornata di lavoro. Ci si sente piccoli, inutili e un po' miserabili in confronto a quello che Ree ha dovuto sopportare ed affrontare.
Girls power. Sì, quello vero.
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