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giovedì 9 dicembre 2010

Le Quattro Volte

Com’è, come non è, ogni tanto mi ritrovo al Cinéma 1 del Centre Pompidou a vedere film italiani davvero speciali. Qualche mese fa era successo con La Bocca del Lupo di Pietro Marcello, martedì scorso è riaccaduto con Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino.
Oggetto filmico non meglio identificato,
Le Quattro Volte racconta quattro vite molto diverse tra loro ma tutte in qualche modo strettamente legate: la prima è quella di un vecchio contadino che porta al pascolo tutti i giorni le sue capre. Siamo tra le alte colline della Calabria, dove il tempo sembra essersi fermato. La vita del contadino è monotona, povera, e scandita da movimenti sempre uguali. Parecchio malandato in salute, il contadino beve ogni sera una strana pozione a basa di acqua e di polvere raccolta dal pavimento della chiesa del villaggio, che tuttavia non sarà in grado di guarirlo. Dopo la sua morte, il film inizia a seguire le avventure di una capretta appena nata che fa parte del gregge del pastore. La capretta è bianca, buffa e tenerissima, e il film la segue dall’istante della nascita (in una scena molto potente nella quale esce letteralmente dal corpo della madra davanti allo spettatore), ai suoi primi passi, ai tentativi maldestri di socializzazione, fino al momento in cui si perde dietro al gregge sulle colline. Sola e disperata, la capretta si mette a dormire sotto un grande albero, un gigantesco abete che diventerà il protagonista della terza storia. Maestoso e perfetto, viene scelto dagli abitanti di un villaggio per La festa dell’Albero, quindi viene tagliato, scorticato e issato nella piazza del paese, dove tutto intorno la gente balla, mangia e beve. Una volta terminati i festeggiamenti, l’albero è fatto a pezzi e portato via da alcuni uomini. E’ l’inizio della quarta ed ultima storia: con una tecnica antichissima, i legni vengono accatastati, fatti bruciare lentamente e poi trasformati in nero carbone.


Sorprendente e spiazzante, Le Quattro Volte è la dimostrazione che il cinema ha ancora infinite cose da dire in altrettanto infiniti modi. Film privo di dialoghi (le voci sono solo un brusio di sottofondo, le parole sono indistinte, alla maniera dei film di Jacques Tati) e pàrco di essere umani (il pastore, i carbonai, gli abitanti del villaggio), Le Quattro Volte esalta l’aspetto primitivo e fondamentale della natura del cinema, quello della pura forza delle immagini. Si può restare affascinati o meno, da questo mondo, ma non si può fare a meno di entrarci, non si può davvero restarne fuori. E’ un po’ come un ritorno alle origini. I cicli della vita: quella umana, animale, vegetale e minerale, riuniti in un unico luogo, sotto lo stesso cielo, che è quello della Calabria ma potrebbe essere quello di un qualsiasi altro villaggio nel mondo, il silenzio del passaggio sulla terra di questi elementi (persino di quello umano, privato della parola, e quindi allo stesso livello degli altri), la spiritualità (una forza animista, naturale, rurale, quasi anti-religiosa) che inevitabilmente irrompe sullo schermo e fa piazza pulita di tutto il resto. Quello di Frammartino è un cinema che parla alla parte migliore degli esseri umani, quella a cui sembra rivolgersi ancora con tanta fiducia (come lo invidio!) un grande regista italiano come Ermanno Olmi. Ma in queste quattro volte io ci ho visto, soprattutto, qualcosa che mi ha ricordato da vicinissimo il cinema di Andrei Tarkovskij. Lo stesso credere alla natura come luogo della realtà e del metafisico, gli stessi ritmi lenti, ossessivi, la stessa ricerca di spiritualità, pagana o religiosa che sia. Qualcosa che ci ricorda un'evidenza troppo spesso dimenticata: l'essere umano non è il solo a vivere su questa terra, ed è probabilmente quello che che ne capisce di meno.
Alla fine della proiezione, Frammartino (quarantenne milanese di origini calabresi, alla sua seconda prova di regista dopo il film Il Dono del 2003), ha gentilmente risposto alle domande del pubblico presente in sala. Io ne avevo una ma non ho avuto il coraggio di farla. Eppure mi dispiace, perché mi ci arrovello ancora adesso. Avrei tanto voluto chiedergli: ma la capretta, che fine ha fatto la capretta??!


Grazie a Marianna, Jordi, Manù e Nandina che, nonostante una gelida, ventosa e piovosa serata parigina, non hanno fatto una piega nemmeno di fronte ad un film muto con caprette. Grandi!

domenica 20 giugno 2010

Army of Shadows






Sometimes it is a tough job, to be a cinéphile.
For the 70th anniversary of the famous "Appel du 18 Juin 1940" made by Charles De Gaulle at the BBC radio, last Friday the Centre Pompidou organized an event en plein air: the vision of the movie L'Armée des Ombres (Army of Shadows/L'Armata degli eroi) by Jean-Pierre Melville. The idea was great: to put a gigantic screen on the main façade of the building and let the people gather on the plateau Beabourg, finding a seat wherever they want. What the nice guys from the museum didn't think about, was the Parisian weather. I know, tomorrow it is Summertime, but on Friday in Paris there were 15 C°, plus a cold wind was blowing and, hey, a stone pavement is not exactly the most comfortable cinema seat ever tested.
I told a lot of friends about this amazing event, I even posted a link on my FB page to invite people to come, but in the end there were just a couple of friends who actually came (thanks Gradiva! Thanks Jordi!).
To be a real cinéphile, is not for everybody. I have to say that, in this case, the border between cinema freakness and complete craziness was very subtle. Not only we had to fight against adverse atmospheric conditions, but we had to deal with real crazy people and various drunks who took advantage of the big screen to share their thoughts and ideas with us. No thanks, maybe another time. A couple of pathetic "street artists" started a performance in the middle of the movie... what kind of mental illness they had? We were watching a Melville movie, no way our eyes could be caught by other scenes.
I had seen this film before, many years ago, and watching it again was an incredible experience. I am no surprised to read that this is considered a masterpiece of cinema history. And THE movie about French Resistance during the Second World War and the Nazi occupation of France.
Based upon the novel of Joseph Kessel, the movie follows the adventures/misadventures of a group of French resistance fighters: their tough day by day life, ruled by the fear of being captured and tortured by the Nazis. Fear that very often becomes a cruel reality: and sometimes they are able to escape, sometimes they die in prison in terrible circumstances.
This movie is so rigourous, dense, moderne. Every scene is right and necessary. Melville (who was a resistance fighter in his youth) took off all the useless things, getting to the core of the narration, so that the audience feel the fear of these men, suffer with them and want to fight with them. It is easy to do such a great job, I have to say, when you can count on such an outstanding cast: Lino Ventura, Paul Meurisse, Jean-Pierre Cassel, Serge Reggiani and Simone Signoret. Ventura's performance, in particular, should be studied in every cinema class. He is simply perfect: so dignified and human. There is this magnificent scene: he is in London during a mission and he enters by chance into a jazz club. The way he is looking at the boys and girls dancing and having fun, unaware of the bombs falling on to the city, the way he stands uneasily at the entrance, knowing he will never belong to a place like that or people like that.
It is unforgettable.

I don't know how I managed to arrive at the end of the screening without starting a freezing process, but I did. I was so taken by the images, that I actually forgot about the cold, the crazy men, the drunks. I was looking at the people seated all around the plateau Beaubourg, in the dark, and I thought that we were an army of shadows too.
We didn't have to fight in a war, it is true, but I hope that, up in the heaven of great film-makers, Melville was looking at us, feeling proud.

giovedì 25 marzo 2010

La Bocca del Lupo

Ci sono giorni in cui succedono cose strane, impreviste.
Giorni in cui ricevi la semplice mail di un amico che ti propone di andare con lui e la sua ragazza a vedere un film Italiano che proiettano al Centre Pompidou e tu rispondi sì perché ne hai sentito parlare, perché l'orario è comodo e perché sai che il fim è ambientato a Genova (città nella quale hai vissuto per tanti anni).
E' quello che è successo a me ieri sera, ed è così che mi sono imbattuta in uno dei film più incredibili che abbia mai visto, La Bocca del Lupo (http://www.mymovies.it/laboccadellupo/) di Pietro Marcello.

Vincitore del 27° Festival del Cinema di Torino, presentato all'ultima rassegna Berlinese, il fim di questo giovane regista casertano (Marcello ha solo 30 anni), dimostra ancora una volta e se ce ne fosse bisogno che la creazione di un'opera d'arte non ha nulla a che vedere con i soldi, con un cast di attori stellari e con il sempre più frequente "potevamo stupirvi con effetti multicolori".
Per fare un bellissimo film ci vogliono idee originali, ci vogliono le palle di credere a quelle idee e di non scendere a stupidi compromessi, ci vuole una visione unica del mondo, e il saperla trasformare in immagini, possibilmente con un certo stile.
Alla Bocca del Lupo, non fa difetto nessuno di questi elementi.
Un film che in uno dei periodi storici più cupi, squallidi e ordinari della storia del nostro paese, ci dimostra che la speranza è sempre l'ultima a morire, che i talenti ci sono, eccome se ci sono, le cose da dire pure, in abbondanza, e che i miracoli avvengono ogni giorno, solo che non tutti sono capaci di vederli.
Pietro Marcello (ma chi è? dove è stato fino ad oggi? perché mi sono accorta solo adesso di questo regista, che pare abbia già fatto un altro piccolo film altrettanto bello ed originale di questo?) i miracoli li fa vedere pure a noi.

La Bocca del Lupo è un oggetto-film molto particolare, voluto (udite! udite!) dalla Fondazione San Marcellino - gesuiti di Genova (Santi Subito!) per documentare la loro attività di aiuto agli emarginati della città.
Opera brevissima, dura soltanto 70 minuti, è un impasto bizzarro di documentario-fiction-immagini di repertorio-immagini rubate a vecchi film-momenti verità.
All'inizio si fa fatica a capire cosa stia succedendo. C'è una voce off che legge i versi di una poesia di Franco Fortini (e già è miracoloso che 1-la voce off 2-una poesia letta ad alta voce non creino quell'effetto da Tonino Guerra ultima maniera che ti fa cascare le braccia al secondo verso), ci sono immagini di repertorio dei primi del 900 con la gente che fa i tuffi in un posto che potrebbe essere una cittadina qualsiasi della Riviera di Levante e una nave enorme che salpa per chissà dove, ci sono scene di poveri derelitti che vivono vicino a degli scogli, e poi a poco a poco si fanno strada le voci di due uomini. Una ha un forte accento siciliano, è Enzo, e l'altra è la voce di un uomo che sembra quella di una donna, è Mary. Sono loro, per la verità, i veri protagonisti della storia, ma il film te lo fa capire gradualmente, introducendo nel frattempo altri elementi, altri gesti, e un'altra protagonista assoluta, Genova.
Il regista ci mostra la parte di città più martoriata, oscura e vera, quella del Centro Storico, di Sottoripa, di via Pré, dei vicoli infestati dai topi, abitati dalle trans, tempestati di bar di infima categoria e gente perduta. Eppure c'è qualcosa, nel suo modo di farcelo vedere, che riesce a trasformare il sordido in elemento talmente umano da risultare spiazzante. Così è la scena delle trans che parlano per strada in un pomeriggio qualsiasi e prendono un po' in giro un vecchietto che si diverte come un matto a stare con loro, così è la scena del Frisco Bar, dove un improbabile gruppo di loosers si trasfigura ballando sulle note dell'Eau à la bouche di Serge Gainsbourg (con il barista che un attimo prima sembrava catatonico e un attimo dopo balla a ritmo manco fosse Fred Astaire in un film di Vincent Minnelli).
Poi, all'improvviso, come una specie di puzzle che si compone pezzo per pezzo, tutto si fa più chiaro: Enzo è un uomo che ha passato quasi tutta la sua vita in carcere (è quella, la bocca del lupo che dà il titolo al film), ma che in carcere ha anche conosciuto l'amore della sua vita, Mary, un transessuale. Dal loro primo incontro in prigione una ventina di anni prima (lei gli ha cucito dei pantaloni in cambio di un pacchetto di sigarette), non si sono lasciati più. Mary, che grazie a lui è riuscita a smettere di drogarsi, lo ha aspettato pazientemente nei periodi in cui lui era dentro, non hanno mai smesso di inviarsi lettere d'amore (di cui possiamo sentire alcuni stralci durante il film), e poi hanno cercato di realizzare insieme il loro sogno, quello di una casetta in campagna dove passare il tempo con i loro cani, coltivando un pezzetto di terra.
E' solo alla fine del film che riusciamo a vederli uno accanto all'altro, ed è praticamente la prima volta che possiamo guardare il volto di Mary.
E' questo il momento più alto di tutta la pellicola: di fronte alla telecamera, Enzo e Mary raccontano la loro storia, il loro amore, ed è una cosa impressionante vedere quest'uomo siciliano, vero uomo del sud di quelli di una volta, parlare con orgoglio di come abbia protetto in carcere il suo amore transessuale, di quanto abbia lottato perché fosse rispettata e ben trattata. Mary lo guarda come se di fianco avesse Johnny Depp, perdutamente innamorata. E' commovente il suo sguardo ed è commovente il fatto che, quasi impercettibilmente, dopo che per tutto il film ha parlato di se stessa al maschile, passi al femminile con grande naturalezza, come se si stesse finalmente lasciando andare, raccontando del suo grande amore.

Quando Enzo e Mary finiscono di parlare, e lo schermo viene invaso dalle immagini di una Genova che non esiste più e i versi di Franco Fortini ritornano come una litania, ho avuto la sensazione che tutti, nel cinema, stessero per mettersi a piangere. E' invece partito un grande applauso. In cinque anni che vivo a Parigi, non mi era mai capitata una cosa del genere.
Sarà pure stato un film della rassegna Le Cinéma du Réel.
A me, è sembrato un sogno.



Un grazie speciale a Marco e Adriana per avermi proposto di vedere questo film insieme a loro. A buon rendere, ragazzi!
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