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martedì 24 gennaio 2012

It's a Shame!

Everybody knows that the Oscars are the most important cinema awards in the world.
This doesn't mean, of course, that they are the best. 
Actually, they are not. 
Still, for people involved in cinema, to win an Oscar means a lot, and very often it means to have a career, if not a life, changed.
Everybody knows as well, or at least my loyal readers, how much I love Michael Fassbender. Stupidly enough, especially after his nomination to the Golden Globes, I thought he would have had an Oscar nomination for his incredible performance in Shame by Steve McQueen. He didn't, and I think it is a real shame! 
Sadly enough, it wasn't my only deception: I think it is a pity not to have nominated Tilda Swinton for her amazing role in We need to talk about Kevin by Lynne Ramsay, or Albert Brooks for his great role in Drive by Nicholas Winding Refn (I mean, why Drive is not present at all???) and I am also shocked to hear that Once upon a time in Anatolia by Nuri Bilge Ceylan is not among the 5 nominations for the Best Foreign Film. 
Let's cheer up, though, because there are reasons to be happy: the success of The Artist by Michel Hazanavicius, a movie I really loved, the two nominations for the Iranian masterpiece A separation by Asghar Farhadi and the unexpected nomination for Margin Call by J. C. Chandor in the category of Best Original Screenplay.
The missed nomination to Fassbender, reminded me of something that happened back in 1988. That year, the Academy forgot to nominate an actor who deserved that award more than anybody else: Jeremy Irons, for his double role in Dead Ringers by David Cronenberg.
A couple of years afterwards, Irons was nominated and won the Oscar for Reversal of Fortune by Barbet Schroeder. During his acceptance speech, he pronounced the following statement: "Thank you also, and some of you may understand why, David Cronenberg!" The audience started clapping. That Oscar, as a matter of fact, was more for the Cronenberg movie than for the one he was receiving the award for.
I am pretty sure that one day, in years to come, Michael Fassbender will make the same kind of speech, and he will pronounce the famous statement: "Thank you, Steve McQueen!"
We will all understand why.

domenica 30 ottobre 2011

The Artist

Siete di quelli che non hanno più fiducia nel cinema? 
Di quelli che pensano che ormai a Hollywood si facciano solo film in 3D pieni di effetti speciali, morti ammazzati, dialoghi privi di spessore e attori capaci soprattutto di mostrare bicipiti e sorriso smagliante? 
Se appartenete a questa categoria, allora ecco qua il film che fa per voi. Il film nato per smentire le vostre certezze, il film creato per dimostrarvi che, nell'anno di grazia 2011, il cinema è ancora capace di osare l'inosabile, di stupire, di farci sognare, ridere, piangere, e credere, anche solo per due minuti due, signoriesignore, che il mondo è un posto meraviglioso. Come? Semplice, con un film muto (!) e in bianco e nero (!): The Artist.
Girato a Hollywood (e sognato da anni) dal regista francese Michel Hazanavicius, questo film ha visto la luce grazie al coraggio e alla lungimiranza di un giovane produttore, Thomas Langmann (che non è nuovo ad operazioni arrischiate, basti pensare che c'era sempre lui dietro le quattro ore di biografia del criminale francese Mesrine). Presentato in competizione all'ultimo Festival di Cannes, il film ha ricevuto il premio (meritatissimo!) per la miglior interpretazione maschile, assegnato a Jean Dujardin. L'attore e il regista sono alla loro terza collaborazione. In Francia, hanno sbancato il botteghino e ricevuto elogi dalla critica per i loro film OSS 117, Le Caire Nid d'Espions e OSS 117, Rio ne répond plus, che sono in pratica una ridicolizzazione dei film di James Bond, con ambientazioni rigorosamente '60s. Film deliziosi e leggeri, che suonano ora come un bel preludio al loro ultimo lavoro. Del quale fa anche parte Bérénice Béjo, compagna del regista nella vita reale, e già protagonista con Dujardin del primo OSS.  
The Artist racconta la parabola discendente di George Valentin, star del cinema muto alla fine degli anni '20, incapace di rendersi conto che l'avvento del cinema sonoro gli distruggerà prima la carriera e poi la vita. A differenza di Peppy Miller, una ragazza che passa da semplice comparsa nei film di Valentin a star del cinema parlato nel giro di pochissimo tempo. Tra i due scatta subito una forte attrazione, ma Valentin è sposato e i due non possono coronare il loro sogno d'amore. Soltanto quando l'attore, in miseria, verrà abbandonato da tutti (moglie compresa), Peppy potrà andare in suo soccorso e offrirgli una seconda occasione di vita.
The Artist, lo confesso, mi è piaciuto da morire fin dai titoli di testa, in perfetto stile RKO. Il regista non può capire quanto lo ammiri per il coraggio che ha avuto: l'idea che qualcuno faccia un film muto nel 2011 è semplicemente meravigliosa (mi ricordo un solo altro esempio negli ultimi anni, ed è quello di Juha di Aki Kaurismaki, ma in tutt'altro stile). E la cosa ancora più incredibile è che il pubblico lo segua: il film in Francia, sappiatelo, è già campione d'incassi. La verità è che ci si dimentica dopo un minuto che è iniziato, che questo film è senza dialoghi. Perché si rimane immediatamente catturati dalla storia, dalla bellezza delle scene, della luce, della musica, e dalla bravura degli attori (Jean Dujardin è magnifico: ha la classe, il carisma e il portamento di un moderno Clarke Gable). The Artist è amore per la magia del cinema (e del cinema toutcort) che trasuda da tutti i pori dello schermo, è un omaggio sentimentale (sincero e disarmante) a Hollywood e ad universo lontano che racchiude in sé gli elementi essenziali del nostro immaginario collettivo. E' come se, guardando The Artist, ritrovassimo l'innocenza perduta, e ci rendessimo conto di quanto ci fosse mancata. Per me, il momento più bello, è senza dubbio quello dell'innamoramento tra George e Peppy: i due stanno girando la scena di un ballo, dove si devono incrociare, ballare allacciati per pochi istanti e poi separarsi. Ma la scena deve essere ripetuta continuamente, perché c'è sempre qualcosa che non va: i due ridono, sbagliano i tempi, rimangono abbracciati troppo a lungo. Insomma l'amore racchiuso in quattro, semplicissime scene. Alla fine del film, il pubblico (sala stracolma di uno dei più grandi cinema di Parigi) è scoppiato in uno spontaneo, fragoroso applauso. Come se fossimo a Hollywood nel 1927, e non al Gaumont Opéra nel 2011.
Tutto sembrava possibile, persino mettersi a baciare qualcuno sotto la pioggia all'uscita del film, pretendendo di essere ancora in un mondo perfetto: silenzioso, e in bianco e nero.


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