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lunedì 21 novembre 2016

Dans Paris

Nonostante viva a Parigi da oltre 10 anni, continuo a rimanere impressionata dalle possibilità cinematografiche che questa città offre.
E non una volta ogni tanto, ma tutti i giorni.
Avendone il tempo, da lunedì a domenica, dal mattino fino a sera inoltrata, un appassionato di cinema potrebbe vedere anteprime di ogni tipo, incontrare registi, attori, seguire retrospettive (di autori contemporanei o del passato), partecipare a dibattiti, insomma vivere quotidianamente di film. 

Senza farsi mancare niente.
Avendo un lavoro ed una vita sociale piuttosto intensi, faccio quello che posso per riuscire ad approfittare di alcune di queste meraviglie, e di sicuro non c’è da rimanere mai delusi.

Un paio di settimane fa, ad esempio, il mitico cinema Mac Mahon (quello in cui Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo vanno a vedere un film in À bout de souffle, per intenderci), ha dato “carta bianca” ad Antoine Sire, scrittore e uomo di comunicazione, del quale è appena stato pubblicato un super libro: Hollywood, La Cité des Femmes, Histoires des Actrices de l’age d’or de Hollywood, 1933-1955. Un tomo di oltre 1200 pagine tutto dedicato a circa 100 attrici che hanno segnato, oltre che la storia del cinema, l’immaginario collettivo di uomini e donne dagli anni ’30 e fino ai giorni nostri:
 
I film scelti da Sire erano tutti bellissimi, ovviamente, dei super classici dell’epoca d’oro di Hollywood:
Ma uno in particolare mi ha subito fatto venire voglia di andare al cinema: Double Indemnity (La Fiamma del Peccato) di Billy Wilder (1944). Considerato il film noir per eccellenza, osannato da tutti i critici cinematografici e adorato da moltissimi registi (primo fra tutti Martin Scorsese), che non ha ancora smesso di influenzare e ispirare a più di 70 anni di distanza:
E se state pensando che volevo andarlo a vedere perché me l’ero sempre perso, beh, ovviamente vi state sbagliando: non solo l’ho già visto diverse volte, ma ho anche il DVD, di questo film, però non l’avevo mai visto al cinema, e questa mi sembrava una mancanza a cui rimediare quanto prima! 
Tanto più che la “séance” che avevo scelto era alle 14 di domenica. Ora, ditemi voi se esiste al mondo qualcosa di più bello dell'andare al cinema la mattina o nel primo pomeriggio di una domenica d'autunno (sempre escludendo l'improbabile alternativa di avere Michael Fassbender che vi gira per casa, ça va sans dire...)
Ambientato a Los Angeles, Double Indemnity racconta la storia di Walter Neff, un assicuratore di provata esperienza, e del suo incontro con la bellissima e pericolosissima Phyllis Deitrichson. Sposata ad un ricco imprenditore, la donna ha intenzione di sbarazzarsi del marito ed intascare i soldi di una polizza sulla vita per stipulare la quale, ovviamente, ha bisogno dell’aiuto di Neff. L’uomo, avendo perso la testa per lei, accetta di aiutarla. Insieme organizzano nei minimi dettagli l’assassinio del marito, dopo avergli fatto firmare con un sotterfugio la famosa polizza (la Double Indemnity del titolo), facendolo passare per un incidente. Ma un collega di Neff, dal fiuto infallibile, capisce cosa c’è sotto e comincia a dare la caccia agli amanti assassini. 
Non si fa molta fatica a credere che questo sia considerato il film noir perfetto.
Ogni elemento di quest’opera sembra gridare al capolavoro: la regia è di Billy Wilder, la sceneggiatura di Wilder e Raymond Chandler (!), basata su un romanzo di James M. Cain (l’autore di Mildred Pierce e Il postino suona sempre due volte, per dire!), i costumi (i vestiti di Phyllis resusciterebbero i morti) sono di quel genio di Edith Head, e il cast è assolutamente favoloso: Barbara Stanwyck nel ruolo della femme fatale sprigiona un fascino mostruoso senza quasi battere ciglio, Fred MacMurray è impeccabile nell’incarnare questo’uomo e il suo percorso di perdizione, e Edward G. Robinson spacca nel ruolo di burbero e finto cinico dal cuore tenero.
E infine, ammettiamolo: il bianco e nero dei film degli anni ’40 e ’50 è di una bellezza così sconvolgente che persino la storia più insulsa risulterebbe una strabiliante meraviglia (in questo caso, tra l'altro, di insulso non c'è proprio niente!)
:


Prima della proiezione, Sire ha intrattenuto il pubblico del Mac Mahon con una appassionatissima introduzione (la cui lunghezza ha visibilmente preoccupato il gestore del cinema), nella quale ha raccontato diversi anedotti. Ad esempio il fatto che Barbara Stanwyck, una mora naturale, avesse dovuto indossare una parrucchia bionda per volere del regista o, ancora, dei sotterfugi che Wilder e Chandler avevano utilizzato per evitare di incorrere nella censura del codice Hays. In particolare, l’uso dei flashbacks aveva permesso di poter filmare delle scene vagamente sensuali o comunque allusive (lei che si aggiusta la camicetta, lui che si accende con evidente piacere una sigaretta post-coito), ma è stato soprattutto nei dialoghi che i due autori si sono scatenati, dando vita ad alcuni dei più brillanti duetti ricchi di doppi sensi della storia del cinema (rimasto storico quello del limite di velocità).

Il giorno dopo aver visto il film, ho fatto una scoperta piuttosto buffa: Antoine Sire, da piccolo, è stato un attore. Solo di un film, ma che film! A 5 anni, ha infatti interpretato il figlio di Jean-Louis Trintignant in Un Homme et une femme di Claude Lelouch. Era il 1966: 
A proposito, la pellicola è appena stata restaurata in occasione del suo 50° anniversario ed ora la potete vedere, manco a dirlo... nei cinema di Parigi!



martedì 23 ottobre 2012

Tutte le strade portano a Parigi

Vi sarà successo, immagino, che un bel giorno una cosa che avevate sognato tutta la vita sia diventata realtà. Ecco, a me è capitato il giorno in cui mi sono trasferita a Parigi.
Nel mio personalissimo immaginario, questa città era la mia città, perché tutte le strade, qui, portano al cinema. Al cinema che mi piace, al cinema che quando ci penso (mi basta una sola inquadratura, un solo fotogramma), il cuore invia un messaggio di benessere e felicità assoluta a tutto il resto del corpo. Da quando sto qui, non passa giorno senza che mi capiti di pensare: ma ci vivo veramente, in questa città? Intendo dire: un posto dove se mi gira prendo un metrò e in 10 minuti sono sugli Champs Elysées e posso mettermi ad urlare a squarciagola: New York Herald Tribune??!!!
Ebbene sì, è vero, è reale! 
In questi anni ho accumulato una quantità ridicola di libri sui luoghi di Parigi in cui sono stati girati dei film, e ogni tanto mi diverto a fare dei pellegrinaggi “a tema”, ma una cosa davvero carina che mi succede ultimamente, è che riconosco i posti guardando un film. E non perché li ho visti in un libro, li ho proprio visti con i miei occhi! 
Questo fine settimana, ad esempio, colta da tristezza autunnale, ho rivisto due classici del cinema francese. Molto (ma molto, eh!) diversi tra loro per temi e stile, ma entrambi super famosi e indispensabili: Belle de Jour di Luis Buñuel (1967) e Un homme et un femme di Claude Lelouch (1966).
E mentre ero lì che ammiravo i vestitini Yves Saint Laurent sfoggiati da Catherine Deneuve (a proposito: auguri alla Deneuve che proprio ieri ha compiuto 69 anni!), ecco che, quando entra nel palazzo dove va tutti i pomeriggi dalle 14 alle 17 a prostituirsi, mi sembra di cogliere nel luogo un’aria vagamente familiare. Ma certo, è la corte in cui abita il mio amico Denis nel 13° arrondissement! Capite? Ho amici che abitano dove lavorava Belle de Jour

Rivedendo il film di Lelouche, invece, mi sono resa conto che Anouk Aimée abitava a Montmartre, al 14 di Rue Lamarck, praticamente dietro casa mia. Una mia vicina, insomma. 
Ebbene sì, continua la mia grande passione per i film degli anni ’70 (vi ricordate la mia recensione dei 3 Giorni del Condor?). Ho scoperto di avere questa nostalgia mista a struggimento per un modo di essere e di vivere che oggi mi sembra completamente perduto. La tenerezza, ad esempio, di sentir dire ad Anouk Aimée il suo numero di telefono: Montmartre 15-40! O cose come i telegrammi, la posta pneumatica (una mia ossessione!), i vecchi autobus parigini con la parte posteriore tutta aperta. Per non parlare della reazione di Jean-Louis Trintignant alla lettura del telegramma di Anouk Aimée, in cui lei gli ha appena scritto: "Je vous aime". Parte immediatamente da Montecarlo e si fa 5.000 km in macchina di notte per poter essere la mattina presto in Rue Lamarck! (uomini come Jean-Louis Trintignant, se siete lì fuori da qualche parte battete un colpo! Anche due, che a furia di aspettare siamo pure diventate un po’ sorde). E quel monologo bellissimo che gli parte nella testa ad un certo punto del tragitto sul fatto che lei sia una donna notevole per aver avuto il coraggio di scrivergli quelle parole. O la mitica scena in cui al ristorante, dopo aver ordinato la cena, richiama il camiere e gli chiede: "Garçon, avete delle camere?" Non ci posso quasi credere che sono qui che mi sdilinquisco su un film di Lelouche, ma tant’è. 
Immagino che la colpa sia sempre di quel sogno iniziale, quello di vivere a Parigi. 
E del fatto che tutti i giorni, sul treno locale che dal mio paesello natìo mi portava a scuola a Pavia, mi fermavo a guardare il poster che un genio incompreso aveva piazzato nella sala d’aspetto della stazione di Villamaggiore. Un dipinto di Bernard Buffet del 1963 (a tinte piuttosto cupe ed invernali, per altro): il retro della cattedrale di Notre-Dame, la Senna, un ponte. Ma tanto bastava per lasciarsi trasportare lontano.
All’epoca, per poter credere di andare a vivere a Parigi, un giorno, bisognava avere davvero una fervida immaginazione. Ma quella, per fortuna, non mi è mai mancata.




E una piccola sorpresa finale: Deauville Sans Trintignant di Vincent Delerm
(con tanto di dialogo citato da Zazie nel post!)
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