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venerdì 10 luglio 2020

Ritorno al cinema


Ho scoperto di essere estremamente prevedibile, durante il lockdown.
Continuavano a piacermi le stesse cose che mi piacevano prima che tutto chiudesse.
Continuavo a pensare a quanto sarebbe stato difficile non vedere la mia famiglia e i miei amici, a non fare la valigia per andare da qualche parte nel mondo, a non girellare tra i banchi delle brocantes nelle strade parigine, e a non sedermi in una sala buia davanti ad uno schermo gigante. 

Ho soprattutto continuato a pensare che la vita nei film è sempre meglio di quella reale. Non avevo certo bisogno di un confinamento per esserne certa, ma tant’è. 
Per cui, in maniera del tutto prevedibile, lunedì 22 Giugno ero davanti al mio cinema preferito di Parigi che riapriva quel giorno le sue porte:
Il Cinéma des Cinéastes è un cinema indipendente a due passi da Place Clichy. Mi piace perché ha una programmazione geniale, perché la sala più grande è una delle più belle che ci siano in città, e perché al primo piano c’è un bistrot carino e davvero perfetto per quando vuoi bere o mangiare prima o dopo un film. 
Non eravamo in tanti, quel giorno, al massimo una ventina: c’eravamo io e la mia amica Giulia e altre persone che, come noi, avevano sofferto di questa mancanza più di quanto fossero disposti ad ammettere. Io per la verità lo avrei ammesso senza problemi.
Un’ossessione è un’ossessione, c’è poco da fare.
Ci guardavamo sorridendo con l’aria di quelli che fanno parte di una setta segreta la cui parola d’ordine sarebbe ovviamente Fidelio (persino per me che trovo Kubrick un po’ troppo freddino).
La cosa davvero speciale è che il gestore del cinema insieme ad alcuni rappresentanti dell’ARP (la Société civile des Auteurs Réalisateurs Producteurs) sono venuti a darci il benvenuto.
Hanno esordito dicendo: Siamo felici di vedervi, ci siete mancati!
Dalla sala si è levato un coro: Anche voi!!!
Proprio mentre stavano parlando, si è aperta la porta ed è entrata una signora dall’aria particolarmente felice. Ha guardato noi, ha guardato loro, e poi si è messa a dire a gran voce: Scusate se vi interrompo ma… ma quanto è bello essere di nuovo al cinema??!
Vabbé, era da non credere, sembrava proprio la scena di un film.
Noi siamo tutti scoppiati a ridere ed è partito l’applauso.
Insomma eravamo proprio felici (io mi sono anche un po’ commossa).
E poi la sala è diventata buia e ho ritrovato intatta quella sensazione che mi assale sempre ad ogni visione, in quell’istante preciso che non è più oscurità ma non è ancora cinema: la sospensione di possibile meraviglia, la rapida attesa di un altrove forse straordinario in cui si sta per entrare.
Da quando hanno riaperto i cinema, ammettiamolo, la programmazione non è un granché.
Tutti stanno aspettando l’autunno per far uscire i film “importanti”. Nel frattempo, hanno fatto riuscire tanti film che erano fuori al momento del lockdown, cosa che non mi ha aiutata perché io al cinema ci sono andata fino al giorno prima che chiudessero e quindi avevo già visto quasi tutto quello che mi interessava.
Comunque sia, sono molto felice dei primi film che ho già visto in questo periodo. 

Ho iniziato con un bellissimo film tedesco, opera prima della regista Nora Fingscheidt: System Crasher (titolo francese Benni). Film su una ragazzina di quasi 10 anni, Benni (appunto), che passa il tempo a farsi buttare fuori dai centri d’accoglienza perché troppo ribelle, troppo violenta, troppo intrattabile. Una magnifica figura di “ragazza selvaggia” tanto irritante quanto adorabile in cui i suoi educatori, di solito piuttosto bistrattati in questo genere di film, sono invece descritti con un’umanità e un’abnegazione esemplari e commoventi. La giovanissima attrice protagonista, Helena Zengel, poi, è di una bravura impressionante.

Il secondo film del post-confinement è stato una certezza, perché amo il lavoro di questo regista da tantissimi anni e so di andare sul sicuro, con lui. Si tratta dell’argentino Marco Berger, e del suo Un Rubio (Un Biondo, titolo francese Le Colocataire), una storia d’amore tra due ragazzi che condividono lo stesso appartamento e che vivono la loro sessualità in segreto. Quello che adoro dei film di Berger è che sono film semplicissimi, fatti di pochissimi elementi, pochi dialoghi, pochi gesti, pochi luoghi, con i quali però riesce ad ottenere la massima resa. Nel senso che questa essenzialità crea un’attenzione irresistibile, una tensione palpabile, e ogni movimento, ogni parola, diventano importanti. E poi pochi sono in grado come lui di rendere sullo schermo il desiderio nascosto, l’attrazione nascente, e il profilarsi di un sentimento che spesso deve essere non rivelato perché impossibile o troppo complicato da vivere.
Berger ha una sensibilità unica che è un vero piacere ritrovare sempre intatta sullo schermo.

Dall’Argentina sono passata a Brooklyn con il film Lingua Franca (titolo francese: Brooklyn Secret) di Isabel Sandoval, storia di una trans filippina (senza documenti in regola) nell’America di Trump.
Scritto, diretto, interpretato e montato dalla Sandoval, il film non è autobiografico ma la regista si è ispirata a quanto personalmente vissuto dopo la sua trasformazione da uomo a donna (avvenuta alla fine del suo secondo film, Lingua Franca è la sua terza opera). Film non perfetto ma di grande carica emotiva, non lascia mai indifferenti e fa capire molto bene l’angoscia di chi vive in situazioni precarie nell’era Trump.

Infine, sono stata ad un’anteprima dell’ultimo film di François Ozon: Eté ’85 (Estate 85), storia d’amore con tragedia tra due ragazzi nell’estate, appunto, del 1985. Mah… che volete che vi dica? Ozon è un regista che amo un film sì e uno no, ma è raro che lo trovi straordinario. Questa era la volta del film no. Purtroppo ho detestato dal primo momento l’atmosfera del film ma soprattutto la faccia e il modo di recitare di uno dei due attori, Benjamin Voisin (nuovo idolo delle folle qui in Francia). A parte un paio di momenti carini e la faccia di Valeria Bruni Tedeschi davanti al nudo di un fanciullo, un film che ho dimenticato nel giro di due minuti. E no, non è mai un bel segno. Ma non importa, l’importante è essere tornati al cinema.
L’importante è essere rinati.





domenica 27 settembre 2015

Les Deux Amis

Più invecchio e più i film “carini” mi danno addosso. 
Quei film che non si può dire che siano brutti ma nemmeno che siano belli. Quei film che ti domandi perché mai un regista si dovrebbe sbattere per anni (perché fare cinema prende un sacco di tempo) per raccontare una storia così, una storia che in fin dei conti ti dimenticherai nei tre minuti netti che ci metterai a coprire la distanza tra la sedia su cui stai seduto e la porta di uscita del cinema.
Il più delle volte si tratta di cose già viste mille volte. 
Inquadrature che le vedi arrivare da lontano, con una minima quota di film in memoria. 
E non importa che ci siano poi delle cose interessanti, che gli attori siano bravi, o bravini, e che a volte si ride anche (perché commuoversi, no, quello mai, perché in film così l’emozione vera non esiste).
Ora, se sei un regista al tuo primo film, a me questa cosa sembra ancora più grave.
Perché uno nel primo film vuole buttare dentro tutto, sbranare, fare errori, sporcarsi: chissà se lo fa, infatti, il secondo film.
Forse il problema è che qui il regista sa di poterlo fare di sicuro, un altro film.
E lo sa perché di nome fa Louis e di cognome Garrel.

Attore bravo ma non eccelso, Garrel ha fatto fino ad ora una buona carriera, un po’ grazie ai film del padre Philippe, un po’ grazie a quelli di Valeria Bruni Tedeschi (che è stata sua compagna per diversi anni), ma soprattutto grazie a quelli di Christophe Honoré.
Dopo tre cortometraggi (ne ho visto solo uno e devo dire che non era male: Le Petit Tailleur), ha ora diretto il suo primo lungo, Les Deux Amis, presentato in una sezione collaterale all’ultimo Festival di Cannes e ora approdato sugli schermi parigini.
Scritto da lui e da Honoré, il film ha per protagonisti due amici: Abel e Vincent. Entrambi 30enni che lo sa il Signore come si mantengono, passano le loro giornate a cazzeggiare. Vincent un giorno si innamora di una ragazza che serve bibite e panini in un chioschetto della Gare du Nord. Disperato perché la ragazza, dopo un primo approccio positivo, non lo vuole più vedere, chiede consiglio all’amico, evidentemente più sgamato in fatto di donne e pure di cose del mondo in generale. Per convincere Mona a restare con Vincent, alla fine i tre si ritroveranno a passare del tempo tutti insieme. La ragazza nasconde un segreto che loro scopriranno solo alla fine del film (lo spettatore no, lo sa subito: Mona è in libertà vigilata e la sera deve rientrare in prigione, quindi sta facendo cazzate su cazzate a restare in giro con loro). Ovviamente: le cose si complicano, a Mona piace l'uomo sbagliato, l’equilibrio dello strano trio vacilla, l’amicizia tra i due uomini pure.

Ora, ditemi voi se questa storia, già solo io a scriverla e voi a leggerla, non vi sembra il più grande déjà-vu della storia del cinema. Ed è proprio questo, il problema: che ti immagini tutto, e che tutto si svolge esattamente come avevi immaginato. Senza sorprese, senza un briciolo di profondità sui personaggi, sulle loro vite, sulle loro ragioni. E il tocco, il tono che vorrebbe essere leggero, a me sembra solo superficiale. E non basta, vorrei dire al nostro caro Louis, mettere una citazione da Jules & Jim per salvarsi dal confronto: "Abel, questa no, Abel!"
Eh, appunto, questa proprio no, non ci voleva, Louis. E non basta mettere al centro di un caffé deserto una donna che balla (per quanto bella, sensuale e carismatica come Golshifteh Farahani) per ricreare la magia di Bande à Part, né fare un omaggio al babbo tuo facendo partecipare come comparse i tre protagonisti ad un film sul Maggio ’68 che sembra proprio essere Les Amants Reguliers (con un triplo carpiato, per altro, dato che il protagonista di quel film eri tu).
E non basta nemmeno farsi aiutare da Honoré a scrivere un film che sembra la brutta copia di un film di Honoré (che stia attento pure lui, che dopo quella stronzata galattica di Métamorphoses e la sceneggiatura di questo film ne ha parecchie, di cose da farsi perdonare) o dare la parte dell’amico a Vincent Macaigne, sapendo che si tratta di un bravo attore (sì, che però fa SEMPRE la parte dello svampitone simpatico e pacione e magari anche cambiare registro gli farebbe bene).
Tu, certo, niente da dire, Louis, con quella meravigliosa gueule de cinéma puoi stare sullo schermo all’infinito e noi non ci lamenteremmo mai, però pure tu uno sforzino per ampliare la tua palette di recitazione lo potresti fare.  

Louis Garrel nella scena finale di Les Amours Imaginaires di X. Dolan
Ma soprattutto, ed è questo che non ti perdono, non puoi pensare di fare un film à la Xavier Dolan. Perché lo so che non lo ammetteresti nemmento sotto tortura, ma era quello che stavi carcando disperatamente di fare. Senza riuscirci.
Il talento di Dolan ce l’hanno in pochissimi e, soprattutto, sono in pochissimi a fare dei film come i suoi, dove senti che quello che ha da dire o lo dice o muore, e per arrivarci non ha paura di niente: né di far scorrere fiumi di pellicola, né di essere sopra le righe, né di esagerare, né di buttarci sopra un quintale di trippe.
Che tu, evidentemente, non hai.
Ma provaci ancora, Louis, magari sarà proprio il secondo film a rivelare che un'anima, in fondo, ce l'hai anche tu.


martedì 30 aprile 2013

Top of the Lake

Vorrei che molte più donne facessero cinema.
Vorrei che ai festival cinematografici in giro per il mondo la presenza in concorso di un film di una regista donna rappresentasse una normalità e non un’eccezione. L’anno scorso a Cannes non ce n’era manco uno, quest’anno... uno (dell'Italo-Francese Valeria Bruni Tedeschi). Davvero un po’ pochino, no?
Eppure, e l’ho già scritto diverse volte in questo blog, di donne che fanno cinema e lo fanno benissimo ce ne sono. Eccome. Ad esempio, c’è una regista che amo in maniera viscerale che una volta ha persino vinto la Palma d’Oro, al Festival di Cannes (era il lontano 1993): il suo nome è Jane Campion

Neo-zelandese di nascita e australiana d’adozione, la Campion ha sempre fatto un cinema personalissimo e speciale, quasi sempre incentrato su figure femminili, tutt'altro che stereotipate, e spesso piuttosto disturbate. Le donne dei suoi film, è questa la cosa bella, sono donne estremamente vere. Sono stracariche di difetti, per dirne una. Fisici e mentali. Hanno corpi non perfetti, a volta decisamente grassi, sformati dalle nascite, usurati dalla vita quotidiana. E anche le teste non sono da meno: tormentate, piene di contraddizioni, di preoccupazioni, di desideri inespressi. Le sue donne possono creare addirittura fastidio: chi non ha avuto voglia di voltarsi dall’altra parte di fronte all’insopportabile disagio della grassa e antisociale Sweetie? O di innervosirsi di fronte all’ostinazione di Ada in The Piano? O di sentirsi male di fronte all’ipersensibilità confinante con la follia di Janet Frame in An Angel at my Table? Eppure è proprio racchiusa lì tutta la natura speciale e indispensabile dei film della Campion. Senza contare che si tratta di una regista dall’incredibile bravura stilistica. Alcune immagini dei suoi film sono di una bellezza fulminante, indimenticabile. Penso al pianoforte piantato in mezzo all’oceano e suonato da una donna che sembra stare chiusa in un mondo tutto suo al centro di quell’immenso spazio aperto, in The Piano. Penso al calore delle strade e al desiderio che sfianca i corpi, filmati come se fossero in un prisma ottico, in uno dei film più erotici e sensuali della storia del cinema, il sottovalutatissimo In the cut. Jane Campion racconta la difficoltà di essere una donna in un mondo concepito e governato dagli uomini, e dove, nel momento in cui le donne si scostano dai canoni abituali di bellezza e pensiero, il rischio di venire schiacciate, derise o messe da parte è altissimo. 
Il suo ultimo lavoro non è un film ma una serie TV. Si intitola Top of the Lake, ho appena finito di guardarla e, come per tutte le cose che mi piacciono tanto, il ricordo di questi sette episodi si è attaccato alla mia corteccia cerebrale e non vuole più andarsene.
Siamo in una piccola comunità alle pendici di un lago, appena fuori Queenstown, emisfero sud della Nuova Zelanda. Una ragazzina di 12 anni, Tui, figlia di uomo violento e potente che detta legge nella zona, viena trovata mentre si butta nelle acque gelide del lago. Si scopre che è incinta e, per trattare un caso così delicato, la polizia locale chiede aiuto ad una detective specializzata in casi di violenza sui minori, Robin Griffin. Originaria della zona, Robin vive a Sydney ma in quel momento è in città per accudire la madre gravemente ammalata. La detective inizia ad occuparsi del caso, ma quando Tui scompare, tutto si complica. E Robin dovrà affrontare traumi del passato e dolori del presente. 
C’è del marcio, e pure parecchio, in Nuova Zelanda...
Johnno Mitcham (Thomas M. Wright), Robin Griffin (Elisabeth Moss)
E' impressionante come gli spazi aperti di Top of the lake: il grande lago, le montagne intorno, l'immensa foresta, la sconfinata tenuta chiamata "Paradiso", si facciano a poco a poco, puntata dopo puntata, sempre più piccoli. Sino a diventare soffocanti. Ciascuno di loro contiene una storia che può essere ricondotta ad un gesto di paura, di violenza, di dolore. Trovo che sia questa atmosfera opprimente a fare la differenza con altre serie di questo genere. Robin si perde in un labirinto senza fine, sino a quando non le rimane altro che guardare dritto negli occhi il suo passato e da lì trovare la forza per affrontare il presente. L'innocenza sembra essere perduta in partenza, da queste parti, e la vita particolarmente dura nei confronti delle donne: non viene risparmiato nessun abuso, verbale o fisico, alle protagoniste di Top of the lake, e poco importa che alcune siano solo quasi bambine. Ma tutto quello che non uccide, si sa, serve a rendere più forti, e la Campion su questo sembra decisa a rendere giustizia alle sue protagoniste.

Tui Mitcham (Jacqueline Joe)
Il cast, che ve lo dico a fare, è di primissimo ordine. Su tutto e tutti spicca l'attrice americana Elisabeth Moss (la mitica Peggy Olson di Mad Men): l’intensità con cui interpreta Robin è semplicemente grandiosa e in un paio di scene è proprio da togliere il fiato. L'attore scozzese Peter Mullan, nella parte dello sporco, brutto, cattivo e fuori di testa Matt Mitcham, si conferma ancora una volta di una bravura eccelsa. Il fascino magnetico di Holly Hunter, nel ruolo della guru senza tanti peli sulla lingua GJ, invade ogni episodio, anche quando la si vede pochissimo. E tutti i comprimari sono eccellenti.
Robin Griffin (Elisabeth Moss), Al Parker (David Wenham)
Matt Mitcham (Peter Mullan), Robin Griffin (Elisabeth Moss)
GJ (Holly Hunter)
Di fronte ad una Robin completamente distrutta dagli eventi, GJ le consiglia di sdraiarsi e dormire, aggiungendo: "There is no match for the tremendous intelligence of the body" (non c'è nulla di paragonabile alla straordinaria intelligenza del corpo).
E pure quella della Campion, diciamocelo, ha ben pochi rivali.


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