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giovedì 23 marzo 2017

Toivon Tuolla Puolen (The Other Side of Hope)


Era dal 2011 che aspettavo trepidante di veder ricomparire sullo schermo la scritta Sputnik Oy (è il nome della casa di produzione cinematografica del regista finlandese Aki Kaurismäki).
Perché Kaurismäki fa parte di quel piccolo gruppo di registi che per me significano una cosa sola: essere di nuovo a casa. 

E può essere la Spagna di Almodovar, l’Inghilterra di Mike Leigh, la New York di Woody Allen o la Finlandia di Aki, ma è sempre bello ritrovare questi luoghi a noi così familiari: un vero mondo parallelo che esiste nella nostra testa grazie al regista che l’ha creato. 
All'ultimo Festival di Berlino, il regista ha presentato Toivon Tuolla Puolen (The other side of hope), film per il quale ha vinto l'Orso d'Argento come miglior regista (ma in molti, lui compreso, speravano vincesse l'Orso d'Oro).
Comunque, in ogni caso: Welcome back to Kaurismäki Land!

Il regista finlandese Aki Kaurismäki
Khaled è un giovane profugo siriano che sbarca al porto di Helsinki nascosto in una nave-cargo, dopo aver affrontato un lungo e pericoloso viaggio.
Non conosce nessuno e non sa una parola di finlandese.
Una volta chiesto asilo politico alla Finlandia, aspetta una risposta in uno dei centri di accoglienza della città, e stringe amicizia con un profugo iracheno, Mazdak. Alla notizia del rifiuto della sua domanda, prima che i poliziotti vengano a prenderlo per rimpatriarlo, Khaled si dà alla fuga, e finisce a dormire vicino ai cassonetti della spazzatura di un ristorante, gestito da Wilkström. Quest’ultimo gli propone di lavorare per lui e Khaled entra a far parte con piacere del bizzarro gruppo di lavoratori: un cuoco, una cameriera e un improbabile portiere. Un giorno, Khaled riceve finalmente buone notizie della sorella, fuggita con lui da Aleppo e dalla quale era stato separato lungo il tragitto: sta bene e sta per arrivare anche lei a Helsinki.

E’ già la seconda volta che Kaurismäki affronta il problema dei profughi in Europa. 
Aveva fatto la stessa cosa nel suo penultimo film, Le Havre, dove a scappare era un ragazzino africano che si rifugiava in Francia.
E, come nel precedente film, riesce a parlare di un tema da cui molti registi stanno alla larga in maniera semplicissima ed efficace. A Kaurismäki, in generale, bastano pochissime parole per illuminare un’intera vita, un intero mondo. Fa parte della sua forza come regista.
In The other side of hope, il racconto scarno e preciso di Khaled alla funzionaria finlandese che si occupa del suo caso, basta ad evocare gli orrori della guerra senza ricorrere a grandi scene o a grandi performances di attori. Nei fim di Kaurisimaki, è già tanto se gli attori muovono la testa, quando parlano. Di solito si limitano a lanciare sguardi che possono significare varie cose a seconda dell’oggetto o della persona a cui sono rivolti. Aki è fatto così: ha un’economia di gesti e parole inversamente proporzionale al grado di umanità che riesce a infondere alle sue immagini. 


Le facce sono sempre quelle: il padrone del ristorante, il cuoco, e varie figure di contorno, sono tutti attori/attrici che hanno già lavorato nei suoi film. Laika (il cane del regista), presente in ogni sua pellicola, deve averci lasciati, ma niente paura: un nuovo cagnetto adorabile ne ha preso il posto. 
Tutto: macchine, case, oggetti, insegne, vestiti, sembrano provenire da un periodo che va dal 1955 al 1965 al massimo. Non esiste segno di modernità, nei film di Kaurismäki. Incredibilmente, in questo la gente usa i cellulari. Credo sia la prima volta che non si fa uso di vecchi apparecchi appesi alle pareti e con i numeri a disco.
La cattiveria e la bontà sono trattate alle stesso modo, come se il regista volesse dirci che noi esseri umani siamo fatti così: capaci di dare il meglio o il peggio a seconda delle circostanze. E poco conta la razza, la religione o la lingua. 

C’è posto per tutto e per tutti, nel mondo di Kaurismäki, e ci sono sempre le cose che ama: i tanghi finlandesi, il rock’n’roll americano suonato da qualche cantante improbabile, il Giappone (il sushi con l'aringa affumicata è da urlo!), le bottiglie di porto, e il mitico humor finlandese (mi sono innamorata della Finlandia, ma se conosci un sistema per fuggire da qua, fammelo sapere!).

Girato su pellicola in 35 mm, benedetto dai rossi e dai blu accesi della magnifica fotografia di Timo Salminen, The other side of hope, è l'ennesimo piccolo capolavoro di quel pazzo scatenato di Kaursimäki (narra la leggenda che al Festival di Cannes 2002, passando davanti a David Lynch, presidente di giuria, che gli aveva appena assegnato il Grand Prix per "L'uomo senza passato", Kaurismäki lo abbia guardato fisso e gli abbia chiesto: Who are you?).
Finché c'è Kaurismäki, c'è speranza.

domenica 21 aprile 2013

Les objets-cinéma

Sacha Guitry, vecchio e malato, ma alla tavola di montaggio!
Penso al cinema così tante ore al giorno, che diventa un po' vero quello che raccontava Truffaut.
Un giorno aveva dato un passaggio in macchina ad un ragazzo tedesco: gli aveva parlato di Lubitsch, lui non sapeva chi fosse. Aveva tentato con Ophüls, mai sentito nominare. "L'ho fatto scendere a Nizza dicendo che ero arrivato", ha confessato il regista.
Ecco, non solo anch'io faccio sempre più fatica ad interessarmi alle persone che non si interessano di cinema, ma con mio grande stupore persino gli oggetti di uso quotidiano iniziano ad avere una preoccupante connessione con la mia arte preferita.
Certo, gli amici contribuiscono non poco a spingermi nel baratro.
Sapendo della mia passione, ogni scusa è buona per regalarmi qualcosa che abbia a che fare con i film. E non è che io mi lamenti, anzi. E' così che in questi ultimi tempi ho recuperato degli oggetti-cinema davvero singolari (e bellissimi). Ad esempio, è grazie ai miei amici Arco e Francesca che posseggo questa meravigliosa bottiglia di vino che arriva pari pari dal set di Le Havre di Aki Kaurismäki:
E' invece grazie a Denis che ogni pomeriggio posso bere il té nella mia tazza preferita, squisitamente dedicata a Woody Allen:
Se invece non so che fare per cena, posso sempre ispirarmi ad una ricetta che hanno cucinato in una serie TV che adoro, Mad Men (e per questo devo ringraziare Elisabetta): 
E che dire dei momenti liberi che posso passare a colorare uno dei miei attori preferiti, Ryan Gosling? (regalo geniale di Laura!):
Se poi devo pensare alla cura del corpo, non crederete che possa affidarmi ad un prodotto qualsiasi, vero? L'unico olio che la mia pelle può sopportare è, manco a dirlo, À bout de souffle, della meravigliosa marca Australiana Aesop. E questo, me lo sono regalato da sola! 
Insomma cinema, sempre e comunque...

mercoledì 21 marzo 2012

Terraferma

Qualche sera fa, grazie à l’amie d’un ami (come nei film di Rohmer), ho potuto assistere all’anteprima parigina dell’ultimo film di Crialese, Terraferma, al Cinéma des Cinéastes.
La cosa interessante è che Crialese stesso (insieme agli attori principali Donatella Finocchiaro e Filippo Pucillo) era presente in sala, e alla fine del film ha risposto alle domande di Jean-Jacques Beineix (il regista, per intenderci, di Diva e 37°2 le Matin/Betty Blue) e del pubblico. 

Avevo molto amato i precedenti film di questo regista siciliano, Respiro e Nuovo Mondo (soprattutto quest’ultimo, per la verità), ed ero davvero curiosa di vedere Terraferma, perché avevo sentito pareri piuttosto discordanti sul film.
Terraferma affronta il non facile tema dell’immigrazione clandestina in Italia e in particolare dello sbarco di centinaia di africani in fuga dalla Libia e paesi limitrofi sull’isola di Lampedusa. Tema, purtroppo, che continua ad essere di grande attualità in Italia. Luogo prediletto dal regista (già Respiro era ambientato qui), l’isola e la sua bellezza selvaggia hanno un ruolo da protagonista, anche se al centro della storia c’è una famiglia: il nonno Ernesto, vecchio pescatore, suo nipote Filippo, sua nuora Giulietta (madre di Filippo e vedova di uno dei figli di Ernesto, morto in mare), e suo figlio Nino. Per arrivare a fine mese, la famiglia fa quello che può: Ernesto, aiutato da Filippo, esce in barca a pescare, Nino gestisce con la moglie un chiosco su una spiaggia e Giulietta affitta la casa ai turisti (andando a vivere con il figlio in un garage reso più o meno abitabile). Un giorno, mentre sono in mare, Ernesto e Filippo salvano alcuni africani scappati da un barcone. Tra di loro, c’è una donna incinta accompagnata da un altro figlio piccolo. La decisione, da parte di Ernesto, di nasconderla e di aiutarla, obbligherà tutta la famiglia ad affrontare, loro malgrado, il dramma dei profughi.
Con un tema come questo, scadere nel patetico, dire delle banalità, scivolare nella docu-fiction da isola dei non-famosi, è veramente un attimo. E infatti un po' temevo. Invece niente di tutto questo, anzi. Forse perché, nella sua storia, Crialese riesce a dare il giusto spazio e la giusta voce a tutti. Fa capire le ragioni e la filosofia di vita dei vecchi pescatori (parecchio buon senso, poche parole e tanti fatti), la spregiudicatezza che viene dal bisogno delle nuove generazioni (perfettamente incarnata da Nino), il desiderio di una vita migliore per lei e il figlio di Giulietta e la disperazione e il coraggio di una donna che affronta l’inaffrontabile per abbandonare una terra di povertà e desolazione e raggiungerne una che sembra (almeno sulla carta) un sogno. Ognuno ha pari dignità e pari umanità, in questo film, ognuno incarna una buona ragione per la quale lottare, disperarsi e compiere errori. La regia di Crialese è potentissima. Dà spazio ai volti, che sono così forti ed espressivi da non avere quasi bisogno di parole, dà spazio alla natura, al mare, ed è capace di mischiare le carte in tavola in maniera impressionante, come nella scena del barcone carico di turisti che ballano e bevono in un desiderio quasi ridicolo di divertimento ad ogni costo che al momento di buttarsi in acqua ricordano tanto da vicino i disperati che si buttano dai barconi per cercare di raggiungere la riva e la salvezza. 
Il cast si dimostra all’altezza della situazione. Donatella Finocchiaro è una donna del sud forte e sensuale, come la Loren nei suoi tempi migliori (le basta stare seduta su una sedia a fissare il sole con un abitino a fiori per dare dei punti alle modelle delle campagne pubblicitarie di Dolce&Gabbana), Filippo Pucillo (l’Antoine Doinel di Crialese, gli fa fare film da quando ha 9 anni) è talmente naturale e vero che con uno sguardo alla macchina da presa è capace di sconvolgere anche l'animo più insensibile, e la giovane attrice africana Timnit T. (che ha vissuto sulla sua pelle la storia che qui si racconta) è di rara e profonda dignità.
Il dibattito seguito al film è stato lungo e appassionante. Il regista, che ha sfoggiato a sorpresa un ottimo francese, ha parlato con piacere dell'esperienza di girare il film sull'isola di Lampedusa, dove la troupe ha passato diversi mesi, degli inizi difficili della sua carriera (è stato un emigrante "clandestino" a New York), dei temi che gli sono cari, del suo amore per la Francia, a cui deve praticamente il fatto di poter continuare a fare il regista (è stato grazie al successo di Respiro qui che sono arrivati i soldi per girare le altre sue pellicole) e infine della deprimente situazione del cinema italiano. 
Dopo il dibattito, nell'atrio del cinema avevano allestito un piccolo buffet italiano con tanto di Prosecco. E' stato lì che ho avuto modo di scambiare qualche parola con Donatella Finocchiaro, che da vicino, se possibile, è ancora più bella che sullo schermo, oltre ad essere una persona piacevolissima. Un'attrice bella, brava e simpatica. Si può forse chiedere di più?
Zazie e Donatella Finocchiaro - Photo by Jacques Koubi
Terraferma mi ha fatto pensare, anche se con uno stile completamente diverso, a Le Havre di Kaurismaki. Ho davvero apprezzato il fatto che questi due registi non abbiano avuto paura di affrontare di petto, ciascuno a suo modo, un soggetto dal quale la maggior parte dei loro colleghi sarebbe scappato a gambe levate. Il coraggio, alla fine, dovrebbe sempre essere premiato. 
Al cinema, come sulla terraferma. 

lunedì 20 febbraio 2012

Zazie D'Or 2011

As usual... forget about Oscars, Baftas, Golden Globes, Golden Lions, Golden Palms, Golden Bears, Césars, or any other Cinema award you can think of. The most prestigious and most exclusive one, the ZAZIE D'OR, strikes back, ready to let you know what was the very BEST of Cinema in 2011! Ladies and Gentlemen, the winners are...


The Zazie D'Or for BEST PICTURE 2011 goes to
ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA by Nuri Bilge Ceylan (Turkey)
This is not just a movie, this is a metaphysical experience. Ceylan drags us into a journey through the Anatolian landscape at night to let us realize at the end of it that we have made a trip into the deepest part of our souls. Without bothering God, Job's invectives, dinosaurs, and the earth seen from the moon, he talks about the beauty, the mystery and the pain of our existences in a way impossible to forget. A Masterpiece. A real one.

The SPECIAL ZAZIE D'OR 2011 goes ex-aequo to
A SEPARATION by Asghar Farhadi (Iran)
The struggles of this couple in modern Iran is one of the most intelligent and subtle tales ever seen on screen . You suddenly understand more about this country and its religious issues than if you have read tons of books about it. Dialogues are amazing, actors to die for, this is just unmissable.

and to
SHAME by Steve McQueen (US/UK)
The descent to hell of a sex addict in a cold and alienating New York brings back the golden couple of contemporary cinema: British film-maker Steve McQueen and his partner in crime Michael Fassbender prove, after their outstanding film debut Hunger, to be here to stay. Lucky us!

The Zazie D'Or for BEST DIRECTOR 2011 goes to
NICOLAS WINDING REFN for DRIVE (US)
This film-maker elevate the simple act of driving to the rank of sublime art. First time in my life that I thought it was pity not to have a driving licence. Mesmerizing! (and Ryan Gosling does the rest)

The Zazie D'Or for BEST ACTRESS 2011 goes to
ZOE HERAN for TOMBOY by Céline Sciamma (France)
This incredibly young actress (12 years old) playing a girl pretending to be a boy is not only credible but absolutely PERFECT in the role. Her talent let me speechless. Chapeau! 

The Zazie D'Or for BEST ACTOR 2011 goes to
MICHAEL FASSBENDER for SHAME by Steve McQueen (US/UK)
The best performance of the year by far. And if you can't see it, you're blind.

The Zazie D'Or for BEST SCREENPLAY goes to
AKI  KAURISMÄKI for LE HAVRE (France/Finland) 
&
The Zazie D'Or for BEST CINEMATOGRAPHY goes to
TIMO SALMINEN for LE HAVRE by Aki Kaurismäki (France/Finland)
Finnish genius Aki Kaurismäki delivers a movie about immigration and solidarity in his own particular, irrisistible style. It is helped in doing so by long-life collaborator Timo Salminen, the maestro of the kaurismäkian light. The world like it should be...   

The Zazie D'or for BEST ORIGINAL SOUNDTRACK goes to
ALEX BEAUPAIN for LES BIEN AIMES by Christophe Honoré (France)
French director Christophe Honoré and his alter-ego musician Alex Beaupain definitively are the Jacques Demy/Michel Legrand of modern era. Every single song is a little jewel and all the actors are amazing singers (Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Louis Garrel!). Special mention to the song inspired by Morrissey!

The Zazie D'Or for BEST DOCUMENTARY 2011 goes to
RITALS by Sophie and Anna-Lisa Chiarello (Italy/France)
The story of four Italian brothers emigrating from Southern Italy to France becomes the epic, moving story of a family and its own legacy. What does it mean to belong to a country? What is the price you pay for leaving your own terra and the people you love to go looking for a better life in another place? This beautiful, powerful documentary tries to answer to these questions and so much more... Bravissime Sorelle Chiarello!!!

The JEREMY IRONS PRIZE (Man of my life Award) for 2011 goes to 
MICHAEL  FASSBENDER (German/Irish Actor)
Che ve lo dico a fare???!!!
Michael, as you know, the only way to receive this award is to knock at my door. 
I am a bit worried because the prizes are piling up at my place: I already have here for you the Man of my life Award 2009, now the 2011, not to mention the Zazie D'Or  for Best Actor 2011. I mean, you really should stop by. The sooner, the better, my dear...

A special thanks to Sergio "Saccingo" Tanara, the creator of the Zazie D'Or drawing!

venerdì 16 dicembre 2011

Le Havre

Mi basta un semplice dettaglio.
Una sola frase, un solo volto, una sola inquadratura, e vi saprò riconoscere con assoluta certezza un film a caso del regista Finlandese Aki Kaurismäki. 
Kaurismäki io lo amo in maniera totale, non solo per quello che gira e come lo gira, ma anche per le interviste che rilascia, per il festival di cinema che organizza ogni anno a metà Giugno in Lapponia, per la sua cinefilia spinta e senza confini, per il suo essere volutamente vintage e completamente al di fuori della società contemporanea (dei suoi credo, dei suoi ritmi e delle sue inutili cazzate). Lui è uno di quei meravigliosi registi che nel corso di una carriera hanno creato un vero e proprio universo parallelo, una famiglia cinematografica circoscritta e fedele, un'oasi di pace e felicità a cui potersi rivolgere in caso di bisogno. 
Che i suoi film siano ambientati a Helskinki, Londra, Parigi o Le Havre, poco importa. Tutte le città sono uguali, tutte le case sono identiche, in Kaurismäki Land. Il sole splende appena. Di solito fuori è buio, piove e fa freddo. Tutti sono poveri, con rarissime eccezioni (e se sono ricchi, allora sono cattivi). Nessuno corre. La gente cammina lenta, e parla (quando lo fa) altrettanto lentamente. Nessuno ha il cellulare. I telefoni hanno ancora le tastiere a disco. I mobili, i vasi, gli orologi, i vestiti, sono anni '50. Le macchine, delle vecchie trabant di origine russa con porta-termos incorporato. I taxi hanno le tendine di pizzo sul vetro in fondo. Si fuma e si beve molto, questo sì. Ci sono sempre bar con un vecchio bancone di zinco, un jukebox, e delle facce da galera (che poi si rivelano buonissime) appoggiate al suddetto. La musica è puro rock & roll. I musicisti hanno capelli lunghi con bananone sulla fronte, scarpe a punta, look che neanche Elvis nei giorni peggiori. E se non è rock, allora è un tango finlandese o un improbabile pezzo melodico giapponese. Sempre ascoltati attraverso una vecchia radio o uno stereo, s'intende. Gli amici sono veri amici che non si tradiranno mai, pronti a qualsiasi cosa gli uni per gli altri. Gli amori sono totali, iniziano con un semplice sguardo e durano tutta la vita. Il sesso non esiste, non è contemplato. I baci sono rari e castissimi. Anche di violenza ce n'è poca. Ogni tanto la gente viene picchiata, ma sembra un po' una scena da ridolini. I personaggi hanno una dignità, una gentilezza, un'ironia, da lasciare incantati. Non piangono mai, e se provano un dolore insensato, si limitano a guardare nel vuoto con aria perduta. Gli attori, è ovvio, sono sempre gli stessi: come la mitica Kati Outinen, attrice eccezionale e protagonista assoluta della filmografia kaurismakiana. E quando gli attori non ci sono più (come nel caso del suo alter ego, il compianto e mai dimenticato Matti Pellonpää), allora lui li fa vedere da bambini in una foto, e li trasforma nei figli perduti della coppia protagonista di un film, oppure fa appendere il loro dagherrotipo a una parete del Moskova Baari (un bar di Helsinki proprietà dei fratelli Kaurismäki, dove leggenda narra che accanto al bancone stia appeso un cartello: Facciamo credito solo a Lenin, gli altri devono pagare in contanti).
Da buon fanatico della Nouvelle Vague, il regista è stato anche capace di ridare vita ad una leggenda come quella di Jean-Pierre Léaud, al quale Kaurismäki ha affidato, dopo 15 anni di inattività e silenzio seguiti alla morte di Truffaut, il ruolo da protagonista in Ho affittato un killer (1990). Nei suoi film si ritrovano spesso, del resto, artisti francesi che lui ha amato, come Serge Reggiani e, proprio in Le Havre, il regista Pierre Etaix. Altra presenza fondamentale e costante: Laika, la sua cagnetta. In questo mondo sopra le righe, anche i titoli delle sue opere sono spesso molto buffi: Total Balalaika Show, Calamari Union, I Leningrad Cowboys incontrano Mosé, Amleto si mette in affari, Tieni il tuo foulard, Tatjana. Non sono adorabili? 

Le Havre è la continuazione a colori, 20 anni dopo, di Vita da Bohème, un film in bianco e nero che Kaurismäki aveva girato a Parigi. Il tempo è passato ma i protagonisi sono rimasti esattamente gli stessi, e vivono poveri ma dignitosi in un quartieraccio della città portuale. Quando Marcel Marx (omaggio a chi, questo nome? Groucho? Karl? Entrambi?), che si guadagna da vivere come lustrascarpe (!!?) incontra per caso un piccolo clandestino africano, non ha un attimo di esitazione ad accoglierlo in casa, nutrirlo e cercare di aiutarlo a realizzare il suo sogno, quello di raggiungere la madre che vive in Inghilterra. Nonostante una moglie, Arletty (a proposito di omaggi...), all'ospedale e in fin di vita, e un poliziotto esistenzialista che gli sta alle calcagna, Marcel si farà in quattro per trovare i soldi che riusciranno a regalare a Idrissa un passaggio su un'imbarcazione che fa Le Havre-Londra.  Grazie al denaro raccolto con un concerto benefico di Litte Bob (ma dov'è andato a recuperarlo Aki questo Roberto Piazza, improbabilissimo Little Tony ante litteram??!), il sogno può diventare realtà, ma non sarà l'unica sorpresa in serbo per i protagonisti del film.
Con il consueto stile: essenziale, ironico ed efficace, inquadrature semplicissime ma di una bellezza sconcertante (ah, quel genio di Timo Salminen, il direttore della fotografia di TUTTI i suoi film!), e dialoghi inverosimili, Kaurismäki sforna l'ennesimo capolavoro di grazia e lucidità. Su un tema, quello dell'immigrazione, da molti considerato troppo spinoso e difficile da affrontare. Ma Aki non ha paura di niente, ci mette dello humour finlandese (André Wilms che si spaccia per il fratello albino del padre di Idrissa), un tocco alla Frank Capra, un omaggio truffautiano (Léaud, again) e un messaggio chiaro su come risolvere il problema. Che sta tutto in una parola sola: solidarietà.
L'ho sempre pensato, io: se la gente fosse come nei film di Kaurismäki, questo mondo sarebbe il migliore dei mondi possibili.
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