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giovedì 16 aprile 2020
domenica 23 novembre 2014
Ciné-balade Truffaut
I read many times about these Ciné-Balades, Cinema Walks around Paris, but until last week I never had the chance to follow one. Of course, when I heard that the new ciné-balade was about François Truffaut (in the 9th and 18th arrondissement, where I live!), I immediately decided to participate.
So there I was, last Saturday, with a bunch of unknown but very nice people.
The meeting point with Juliette, our guide, was in a very truffautian endroit, the church of the Trinité, in Place de la Trinité:
In the fountain in front of the church, after a night spent outside, Antoine Doinel in Les 400 Coups famously washes his face:
The second stop-over was an unexpected one: the Hotel Langlois, at 63 Rue Saint Lazare.
The third place we visited was Place Saint Georges: Truffaut used the Theatre Saint Georges as location for the theatre where the jewish director Lucas Steiner hides himself during the Paris occupation in Le dernier Métro (1980):
The next stop-over was always related to Henri Langlois: when his family moved from Turkey to Paris, he lived in Rue Laferrière, above the Place Saint Georges, and it was in his apartment (quite famously in its bath tub) that he was piling up all the film reels he could find before the creation of the Cinémathèque:
Truffaut spent his (sad) childhood just a couple of streets above this one, at the 33 of Rue de Navarin:
Antoine Doinel, his alter ego in Les 400 Coups, lives very close by, at n° 4 of Place Gustave Toudouze:
The school of Antoine Doinel and François Truffaut was not far away, the Lycée Jacques Decour, in Avenue Trudaine:
Avenue Trudaine is also the street where, in Baisers Volés (1968), Doinel as private detective follows a woman and the woman immediately understands somebody is following her!
In Les 400 Coups, Antoine Doinel very often finds a shelter for the night at his best friend's place. I didn't know that the interiors of René's parents house were filmed in a big apartment at n° 10 of Rue de Douai!
The exteriors, though, were filmed in the private street Avenue Frochot, which was an homage to Truffaut's favorite French film-maker, Jean Renoir, who lived many years in this gorgeous street:
Always in Rue de Douai, but this time at n° 41, there was the apartment of Jacques Doniol-Valcroze, who was the founder of the Cahiers du Cinéma together with André Bazin. In this apartment Truffaut filmed, in 1955, his first short-movie, Une Visite. Truffaut was so unhappy about it, that notoriously destroyed every copy of his first serious attempt to cinema. Probably the most interesting thing to say about this short movie is that the cinematographer was a certain Jacques Rivette, while the editor was a certain Alain Resnais...
In the near Rue Mansart, there is the restaurant owned by Jeanne Moreau's father, La Cloche D'Or. The place is still open and still looks quite charming:
Paris is a city full of great and beautiful cinemas, but I think that at the time of Truffaut's childhood, there were really incredible salles de cinéma! The greatest one was the famous Gaumont Palace, considered the "biggest cinema in the world": its theater could contain 6000 people. Built in 1899, completely renovated in 1931, the cinema was sadly closed in 1973. Now at the same address of Rue Caulaincourt, you can find an awful Castorama and a miserable Hôtel Mercure... Modern time suck!
The walk took end in front of the Montmartre Cemetery, where Truffaut is buried.
It was time for Juliette to show us the last piece of movie with her i-pad and super cute sound system:
Before leaving, one of the participants, a curator at the Montmartre Cemetery, told us the most incredible story: one day, in his office, Jean-Pierre Léaud showed up asking if it would have been possible to have the grave near the one of Truffaut for himself. When he was told that wasn't feasible, Léaud insisted again and again and left his phone number, praying them to call him if things would have changed. The curator and his colleagues found out, a bit later, that the grave was actually available. They called Léaud's number but in vane: they never had an answer.
Long live Antoine Doinel!
I wish to thank Juliette of Ciné-Balade for being such a lovely guide.
Dear readers, if you happen to be in Paris in the next weeks, the Ciné-Balade Truffaut is still going on. Don't miss it!
lunedì 19 maggio 2014
Le Musée Imaginaire d'Henri Langlois
Per me è come un punto fermo, una stella che brilla e che indica il cammino, una certezza assoluta in un mondo che se ne va un po’ per conto suo. Anche solo pronunciarne il nome mi evoca tutto un universo parallelo che non saprei bene a cos’altro paragonare nella mia vita.
Ovviamente, ho imparato ad amarla grazie a Truffaut e i suoi amici, gente che, ammassata nelle prime file e più spesso per terra sotto lo schermo, era capace di vedersi anche 4 film di fila.
Tutti questi matti che passavano la loro vita nei dintorni dello schermo buio, avevano trovato casa, alla Cinémathèque, e avevano anche trovato un padre "spirituale", un signore grasso dall’aria simpatica che adorava il cinema quanto loro e che quel luogo lo aveva creato dal nulla: Henri Langlois.
Nel centinario della sua nascita, la Cinémathèque gli dedica, giustamente, una bella mostra (la potrete vedere fino al 3 Agosto!), in cui si ripercorre la vicenda umana e professionale di questo cinéphile scatenato.
Nato nel 1914 a Smirne, in Turchia, e rientrato a Parigi con la famiglia nel 1922, Langlois si appassiona alla settima arte sin da giovanissimo. Per protestare contro il padre che gli vuol far fare a tutti i costi degli studi di diritto, il ragazzo consegna pagina bianca all’esame finale delle superiori, e se ne va al cinema come se niente fosse. Giusto per dirvi il tipo. Quasi subito capisce di avere una missione, che poi è quella di cercare e conservare le copie dei vecchi film che rischiano di sparire per sempre dagli schermi. Insieme all’amico Georges Franju, nel 1936, dà vita alla Cinémathèque, che negli anni cambierà diverse sedi e si ingrandirà sempre di più. Langlois, oltre che bobine di film, si mette anche a collezionare cineprese, poster, e altri oggetti. Questi costituiranno la base per la creazione di un piccolo museo al quale contribuiranno diversi registi.
Famosa, ad esempio, è rimasta la donazione di Hitchcock. Un giorno del 1960 un impiegato della Cinémathèque ha aperto un pacco appena arrivato dall’America e con sua grande sorpresa (ed orrore) ci ha trovato dentro un teschio. Pochi giorni dopo, Langlois riceve una lettera da parte di Hitchcock: "Spero che le sia piaciuto il mio regalo". Era il teschio della madre di Anthony Perkins in Psycho:
Il destino di Langlois si intreccia a quello dei giovani regista della Nouvelle Vague soprattutto nella sede “storica” del Palais de Chaillot. Quando nel Febbraio 1968 l’allora Ministro della Cultura André Malraux decide di sospendere Langlois dalla sua funzione di direttore della Cinémathèque accusandolo di poca accortezza nella gestione, Truffaut & Co., compatti, si schierano a favore di Langlois e iniziano una campagna per sostenerlo. Tutti i registi del mondo sono con loro: Chaplin, Hitchcock, Kubrick, Welles, Buñuel e molti altri scrivono in suo favore, mentre davanti ai cancelli chiusi della Cinémathèque, migliaia di persone manifestano in favore di Langlois:
Truffaut, che in quel periodo sta girando Baisers Volés, la mattina va sul set e il pomeriggio a manifestare. E finirà con il dedicare il film proprio a lui. Guardate qua:
Dopo poco tempo Malraux, sconfitto, dovrà accettare di far reintegrare Langlois nella sua funzione. Il cinema ha trionfato. “L’Affaire Langlois”, è concluso!
![]() |
| Truffaut, Léaud e Langlois |
Accorrete numerosi, gente!
domenica 16 gennaio 2011
Deux de la Vague

Tanti anni fa, la vostra Zazie ha seguito un corso di storia del cinema francese al Centre Galliera di Genova.
Era un corso molto interessante, tenuto da una simpatica maestra. Arrivata alla lezione sulla Nouvelle Vague, la maestra mi ha guardato e ha detto: "Ecco, questa la fai tu. Io non me la sento, con te in classe".
La breve premessa per farvi capire cosa possa significare, per me, andare a vedere un documentario sul rapporto di amicizia (finito male) tra François Truffaut e Jean-Luc Godard, considerati i due esponenti di punta del movimento cinematografico che più di ogni altro ha rivoluzionato il modo di fare cinema, non solo in Francia ma nel mondo. Significa, più o meno, sentirsi a casa.
E' quello che mi è accaduto ieri all'Espace Saint Michel vedendo scorrere le immagini del documentario Deux de la Vague, di Emmanuel Laurent e Antoine De Baecque. Quest'ultimo è anche l'autore delle biografie più esaustive mai scritte su entrambi i registi (quella su Truffaut è uscita nel 1996, comunemente detta "La Bibbia" a casa mia, quella su Godard è uscita nel 2010). Insomma la vicenda è giustamente raccontata da uno che sapeva due o tre cose di loro, e si vede. Truffaut e Godard non potrebbero avere storie più diverse: il primo proviene da una famiglia povera (figlio non voluto e non amato) e interrompe gli studi giovanissimo, il secondo fa parte di un’agiata famiglia svizzera, e frequenta scuole prestigiose. Ad accomunarli, sarà la passione cinefila. Si incontrano negli anni ’40 in un cineclub fondato da Eric Rohmer nel Quartiere Latino, e trascorrono letteralmente tutte le loro giornate al cinema, o per meglio dire alla Cinémathèque gestita da Henri Langlois. Dalle sale oscure alla critica cinematografica il passo è breve: entrambi si ritrovano negli anni ’50 a far parte della redazione dei Cahiers du Cinéma, insieme al resto della banda dei “Giovani Turchi”: Chabrol, Rivette, Rohmer, Resnais ecc. Truffaut diventa famoso per i suoi attacchi virulenti contro il cinema francese dell’epoca. Si fa odiare talmente tanto che gli organizzatori del Festival di Cannes del 1958 gli impediscono l’ingresso alle proiezioni. L’anno successivo, tuttavia, Truffaut trova il modo di “vendicarsi”: al Festival di Cannes ci va, ma come regista. Les 400 Coups vince il premio per la miglior regia e il giovane Jean-Pierre Léaud, protagonista assoluto del film, viene letteralmente portato in trionfo. E’ il segnale di partenza: tutti i critici dei Cahiers si mettono dietro la macchina da presa e iniziano a sfornare i loro primi film. E’ anche la nascita ufficiale della Nouvelle Vague. Godard, che vuole passare al lungometraggio, chiede una mano a Truffaut sia per trovare una buona storia che per trovare un produttore. Truffaut gli passa un soggetto scritto poco tempo prima su un fatto di cronaca che lo aveva affascinato e poi, insieme a Chabrol, si fa garante per l’amico nei confronti del produttore De Beauregard. E’ così che vede la luce quel capolavoro intramontabile di A bout de Souffle. Da quel momento in poi, i due amici seguiranno con affetto le loro rispettive carriere, aiutandosi a vicenda nei momenti del bisogno. Nel 1967, Truffaut co-produce il film di Godard Deux ou trois choses que je sais d’elle, e contemporaneamente scrive un articolo per i Cahiers du Cinéma nel quale definisce Godard “il più grande regista del mondo”, ricoprendolo di elogi. Gli amici saranno di nuovo fianco a fianco l’anno successivo, per il cosiddetto Affaire Henri Langlois. L’allora Ministro della Cultura André Malraux decide di sollevare Langlois dal suo incarico di direttore della Cinémathèque e tutti i registi della Nouvelle Vague, praticamente cresciuti in quei locali, organizzano manifestazioni di protesta (vincendo la loro battaglia, perché Langlois riavrà il suo posto). Nel maggio 1968, eccoli al Festival di Cannes, dove decideranno insieme ad altri registi di dichiarare chiusa la rassegna in segno di solidarietà nei confronti di studenti e operai che manifestano ovunque in Francia. Ma è l’inizio della fine. Godard da questo punto in poi cambierà tutto: vita, amici, e persino il tipo di cinema che fa. La politica spazza via tutto il resto. Per Truffaut, la politica è quanto di più lontano ci possa essere dal suo mondo e, di sicuro, non ha nessuna voglia di cambiare il tipo di storie che ama raccontare al cinema. La frattura si fa sempre più insanabile, ma scoppia nel momento in cui esce La Nuit Américaine di Truffaut nel 1973. Godard odia il film e scrive una lunga lettera di insulti a Truffaut, includendo nella missiva una lettera per Jean-Pierre Léaud, attore che in tutti quegli anni si è diviso tra i due registi (e che ora i registi sembrano contendersi, un po’ come farebbe una coppia che si sta separando con il proprio figlio). Truffaut gli risponde con una lettera (tanto famosa quanto meravigliosa) di 20 pagine che ben si riassume in una delle sue prime frasi: Jean-Luc, penso che sia venuto il momento di dirti, lungamente, che ti comporti come una merda. Truffaut gli restituisce anche la lettera che ha scritto a Léaud: l’ho letta e l’ho trovata disgustosa, non la consegnerò mai a Jean-Pierre. L’amicizia è finita per sempre. I due non si vedranno mai più. Neppure quando Truffaut sta morendo in ospedale di un cancro al cervello a soli 52 anni, nel 1984.
Deux de la Vague ripercorre e riassume tutto questo nella giusta maniera. Non è un documentario bouleversant, ma è un ottimo e preciso lavoro di ricostruzione. Un po’ inutili le immagini dell’attrice Isild Le Besco che vaga per Parigi, sta seduta in un cinema o sfoglia in silenzio i giornali d’epoca. Non toglie e non aggiunge nulla. Ho apprezzato invece che il film cerchi di raccontare in maniera obiettiva lo svolgimento dei fatti, senza stare dalla parte di uno o dell’altro. Certo, fornisce tutti gli elementi per formarsi un’opinione in merito ai due registi. Sul loro cinema, ciascuno potrà pensarla come vuole. Dal punto di vista umano, invece, a me pare che di dubbi non ce ne siano. Ma, lo ammetto, su questo non sono la regina dell'obiettività.
Deux de la Vague ripercorre e riassume tutto questo nella giusta maniera. Non è un documentario bouleversant, ma è un ottimo e preciso lavoro di ricostruzione. Un po’ inutili le immagini dell’attrice Isild Le Besco che vaga per Parigi, sta seduta in un cinema o sfoglia in silenzio i giornali d’epoca. Non toglie e non aggiunge nulla. Ho apprezzato invece che il film cerchi di raccontare in maniera obiettiva lo svolgimento dei fatti, senza stare dalla parte di uno o dell’altro. Certo, fornisce tutti gli elementi per formarsi un’opinione in merito ai due registi. Sul loro cinema, ciascuno potrà pensarla come vuole. Dal punto di vista umano, invece, a me pare che di dubbi non ce ne siano. Ma, lo ammetto, su questo non sono la regina dell'obiettività.
Abito di fianco al Cimitero di Montmartre.
Do you know what I mean?
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