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venerdì 8 maggio 2020
lunedì 23 marzo 2020
domenica 1 ottobre 2017
Les Demoiselles de Rochefort au Grand Rex
Ogni tanto ripenso alla famosa classifica di Woody Allen in Manhattan, quella sulle 10 ragioni per cui vale la pena di vivere. E non importa quale sia il momento della mia vita in cui la penso, nella mia classifica personale è stato, è e sempre sarà incluso il film Les Demoiselles de Rochefort (1967) di Jacques Demy.
Ieri sera al Grand Rex di Parigi, tutti i fans delle demoiselles si sono dati appuntamento per un avvenimento a dir poco speciale: festeggiare i 50 anni del film insieme all'uomo che di quel capolavoro ha scritto le musiche, il mitico Michel Legrand.
In programma: suite sinfonica con tutte le canzoni del film, interpretata da Legrand e da una Big Band, seguita dalla proiezione delle Demoiselles in versione restaurata.
E poco importa se tutti i presenti avevano già visto il film 100 volte e sapevano ogni singola canzone a memoria, l'evento era di quelli che non si possono perdere se si ama Demy e il suo mondo.
Al di là del suo indubbio valore artistico, per me questo film rappresenta moltissimo anche a livello personale. Intanto perché la persona che mi ha fatto conoscere Demy è il mio migliore amico (non ti ringrazierò mai abbastanza, Amitrano-san!) e poi perché anche io ho una sorella gemella, non di sangue ma di elezione, la mia amica Patricia, che tra l'altro è di Nantes proprio come Jacques Demy.
Io e Patricia adoriamo Les Demoiselles a tal punto che abbiamo fatto un pellegrinaggio a Rochefort, qualche anno fa, per vedere il set naturale del film, estasiandoci ogni qual volta riconoscevamo una via o un negozio. E sempre insieme siamo state all'avant-première della mitica mostra su Demy della Cinémathèque, serata memorabile di cui ho raccontato nel blog, nonché al flashmob delle Demoiselles sulla piazza dell'Hôtel de Ville di Parigi.
Insomma a questo evento non ci potevo andare che con lei e le nostre altissime aspettative non sono andata deluse!
Il concerto sinfonico è stato incredibile: Legrand al pianoforte e la sua band hanno rifatto tutti i pezzi del film con nuovi arrangiamenti, e il pubblico letteralmente in visibilio li ha sommersi di applausi pieni di entusiasmo e di emozione.
Alla fine del concerto: sorpresa! Legrand ha chiamato sul palco l'attore francese Lambert Wilson e la cantante americana Melody Gardot per un duetto francese/inglese della Chanson de Maxence.
A quel punto, lo ammetto, non abbiamo proprio capito più niente!
Dopo una pausa in cui abbiamo potuto toccare con mano di non essere sole nel nostro totale delirio pro-jumelles Garnier:
Ecco arrivare il momento di rivedersi il film in tutto il suo splendore, preceduto da una bella chiacchierata con Legrand sul suo rapporto con Demy:
E' sempre bellissimo sentir parlare Legrand dell'amicizia che lo legava a Demy: "Ci piacevano le stesse cose, gli stessi film, la stessa musica, io adoravo le sue domande, lui adorava le mie risposte".
Il presentatore ha anche letto un estratto della prefazione scritta da Damien Chazelle (il regista di La La Land) per un nuovo libro dedicato alle Demoiselles. Il regista franco-americano non ha mai fatto mistero del culto assoluto che ha per Demy e dell'importanza fondamentale che le Demoiselles (e Les Parapluies de Charbourg) hanno avuto per il suo cinema ed in particolare per La La Land (del resto, basta pensare alla famosissima prima sequenza del film per capire che siamo nel campo dell'omaggio totale).
Legrand ha scherzato: "Chazelle è pazzo, mi ha detto di aver visto 23 volte Les Parapluies de Charbourg! Io l'avrò visto al massimo un paio di volte!"
Vedere Les Demoiselles su grande schermo e in mezzo a tutte quelle persone che lo adoravano, è stata veramente un'esperienza incredibile. Le gente applaudiva a scena aperta con un entusiasmo degno della felicità e dei colori sgargianti che le sequenze ci regalavano, e io mi aspettavo che da un momento all'altro partisse un mega karaoke, con il piccolo dettaglio che nessuno avrebbe avuto bisogno delle parole della canzoni perché era chiaro che le conoscessimo tutte a memoria!
Insomma una serata indimenticabile, c'è poco da aggiungere.
O forse sì, un piccolo ma straordinario episodio: il giorno che hanno messo in vendita i biglietti per questo concerto, Patricia mi ha telefonato per avvertirmi. Lei aveva già comprato il suo e mi invitava a fare altrettanto. Io ero, come al solito, in un momento in cui avevo già speso un sacco di soldi, e ho aspettato un po' prima di acquistarlo.
Il giorno dopo, era cosa fatta. Ho telefonato a Patricia per avvertirla, e le ho chiesto quale posto avesse, così, giusto per capire quanto saremmo state lontane.
Beh, forse non ci crederete, ma abbiamo scoperto di essere sedute una di fianco all'altra.
Potere della magia dei film di Demy.
O quando la realtà, per una volta, supera la fantasia.
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| Les jumelles Garnier: Solange (Françoise Dorleac) e Delphine (Catherine Deneuve) |
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| Michel Legrand e Jacques Demy |
E poco importa se tutti i presenti avevano già visto il film 100 volte e sapevano ogni singola canzone a memoria, l'evento era di quelli che non si possono perdere se si ama Demy e il suo mondo.
Al di là del suo indubbio valore artistico, per me questo film rappresenta moltissimo anche a livello personale. Intanto perché la persona che mi ha fatto conoscere Demy è il mio migliore amico (non ti ringrazierò mai abbastanza, Amitrano-san!) e poi perché anche io ho una sorella gemella, non di sangue ma di elezione, la mia amica Patricia, che tra l'altro è di Nantes proprio come Jacques Demy.
Io e Patricia adoriamo Les Demoiselles a tal punto che abbiamo fatto un pellegrinaggio a Rochefort, qualche anno fa, per vedere il set naturale del film, estasiandoci ogni qual volta riconoscevamo una via o un negozio. E sempre insieme siamo state all'avant-première della mitica mostra su Demy della Cinémathèque, serata memorabile di cui ho raccontato nel blog, nonché al flashmob delle Demoiselles sulla piazza dell'Hôtel de Ville di Parigi.
Insomma a questo evento non ci potevo andare che con lei e le nostre altissime aspettative non sono andata deluse!
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| La sala del Grand Rex Sold Out! |
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| Michel Legrand e la sua Big Band |
Alla fine del concerto: sorpresa! Legrand ha chiamato sul palco l'attore francese Lambert Wilson e la cantante americana Melody Gardot per un duetto francese/inglese della Chanson de Maxence.
A quel punto, lo ammetto, non abbiamo proprio capito più niente!
| Michel Legrand, Melody Gardot e Lambert Wilson |
Ecco arrivare il momento di rivedersi il film in tutto il suo splendore, preceduto da una bella chiacchierata con Legrand sul suo rapporto con Demy:
E' sempre bellissimo sentir parlare Legrand dell'amicizia che lo legava a Demy: "Ci piacevano le stesse cose, gli stessi film, la stessa musica, io adoravo le sue domande, lui adorava le mie risposte".
Il presentatore ha anche letto un estratto della prefazione scritta da Damien Chazelle (il regista di La La Land) per un nuovo libro dedicato alle Demoiselles. Il regista franco-americano non ha mai fatto mistero del culto assoluto che ha per Demy e dell'importanza fondamentale che le Demoiselles (e Les Parapluies de Charbourg) hanno avuto per il suo cinema ed in particolare per La La Land (del resto, basta pensare alla famosissima prima sequenza del film per capire che siamo nel campo dell'omaggio totale).
Legrand ha scherzato: "Chazelle è pazzo, mi ha detto di aver visto 23 volte Les Parapluies de Charbourg! Io l'avrò visto al massimo un paio di volte!"
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| Sequenza iniziale di Les Demoiselles de Rochefort |
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| Sequenza iniziale di La La Land |
Insomma una serata indimenticabile, c'è poco da aggiungere.
O forse sì, un piccolo ma straordinario episodio: il giorno che hanno messo in vendita i biglietti per questo concerto, Patricia mi ha telefonato per avvertirmi. Lei aveva già comprato il suo e mi invitava a fare altrettanto. Io ero, come al solito, in un momento in cui avevo già speso un sacco di soldi, e ho aspettato un po' prima di acquistarlo.
Il giorno dopo, era cosa fatta. Ho telefonato a Patricia per avvertirla, e le ho chiesto quale posto avesse, così, giusto per capire quanto saremmo state lontane.
Beh, forse non ci crederete, ma abbiamo scoperto di essere sedute una di fianco all'altra.
Potere della magia dei film di Demy.
O quando la realtà, per una volta, supera la fantasia.
venerdì 28 aprile 2017
Booklover
In queste ultime settimane ho rinnovato un po' il mio appartamento (principale motivo per cui sono andata poco al cinema e ho scritto pochino sul blog).
Nessun grande lavoro, ma piccole cose che ne hanno migliorato decisamente l'aspetto. Ultima in ordine di tempo: nel week-end, grazie all'aiuto di alcuni simpatici (e aitanti) amici, ho riempito una parete intera di librerie (che qui in Francia si chiamano Bibliothèques, cosa che mi fa sempre un po' ridere perché mi immagino dei posti enormi anziché dei semplici scaffali).
In pratica, non ho fatto altro che tenere tra le mani i miei libri per due giorni.
Prima li ho tolti e li ho impilati a casaccio sul pavimento (quando li ho visti così distesi tutti insieme mi è preso un colpo!) e poi ho dovuto trovare loro un posto ben preciso nelle nuove librerie, lavoro faticosissimo ma estremamente interessante.
Mi sono resa conto che attraverso quei volumi potevo tranquillamente ricostruire tutta la mia vita.
So che ognuno ha il suo personale sistema di catalogazione: per editore, colore dei libri, autore, argomento ecc. ecc.
Io sono piuttosto per un rangement a tema.
Temi che nel mio caso sono (praticamente da sempre): Giappone (con una quantità inquietante di romanzi di Haruki Murakami nelle sempre strabilianti traduzioni di Giorgio Amitrano), letteratura italiana contemporanea, libri di moda (rigorosamente vintage), libri sul design degli anni '50, letteratura inglese e americana (sezione in lingua originale, sezione tradotta), libri illustrati (tutta Beatrice Alemagna, tutto Pascal Blanchet), libri di poesia, libri francesi, libri di cucina, guide illustrate dei posti che preferisco al mondo, libri su Parigi, libri di fotografia, qualche libro di architettura (ma pochini eh), quasi nessun libro d'arte (lo so, è un mio grave problema) e, dulcis in fundo, tanti, tanti, tanti libri sul cinema.
Tralascerò il fatto che a Milano, a casa di uno zio con un po’ di spazio, ho lasciato almeno altri 15 scatoloni di libri, ma anche quelli potrebbero rientrare nelle stesse categorie: è da tanto tempo che mi piacciono le stesse cose.
In effetti uno degli aspetti più sconcertanti di fare questo lavoro è rendersi conto di quanto poco, in fondo, si è cambiati da quando si avevano 15 anni.
Ho scoperto di avere un intero scaffale dedicato a Virginia Woolf e ai suoi amici di Bloosmbury, ad esempio. Vai a capire perché, ho sviluppato una specie di ossessione per questo gruppo di intellettuali inglesi che nella vita andavano a letto tra di loro in combinazioni piuttosto interessanti, vivevano in case di campagna nel Sussex, dipingevano, scrivevano, erano pacifisti e amavano occuparsi del giardino. Ovviamente sono anche andata a visitare tutte le loro case, e ne ho già scritto nel blog, vi ricordate?
Un’altra mia grande passione è quella dei libri Penguin (per me Penguin sta ai libri come Criterion sta ai DVD, ovvero sono il meglio che puoi trovare al mondo, sia dal punto di vista della qualità che della grafica). Letteralmente stravedo per le loro vecchie edizioni. Posso restare interi minuti in religioso raccoglimento di fronte alle copertine delle raccolte di poesia degli anni ’50-’60. Lì siamo nel campo del sublime:
Nei reparto italiano, libri di mio fratello Matteo B Bianchi a parte, mi ha impressionato favorevolmente constatare di quanti scrittori sono amica. Essere circondati dai libri degli amici è una cosa meravigliosa, e quindi dico grazie in ordine alfabetico a: Paola Calvetti, Carolina Cutolo, Diego De Silva, Marco Drago, Matteo Galiazzo, Fabio Genovesi, Lisa Ginzburg, Antonella Lattanzi, Marco Mancassola, Antonio Monda, Francesco Pacifico, Giuseppe Rizzo.
Grazie amici di essere così talentuosi!
Quelli sul cinema, che ve lo dico a fare, riempiono da soli metà libreria.
C’è il reparto chiamato Tutto Truffaut, perché contiene solo ed esclusivamente libri su di lui, tra i quali spicca la Bibbia, ovvero la sua biografia scritta da Antoine De Baecque e Serge Toubiana (ecco, se qualcuno a 15 anni m’avesse detto che un giorno avrei vissuto a Parigi, avrei conosciuto Toubiana e avrei amabilmente chiacchierato con lui di cinema tutte le volte che lo incrociavo alla Cinémathèque Française, penso che non ci avrei creduto o che mi sarebbe venuto un colpo).
C’è lo scaffale con i cataloghi di tutte le ultime mostre della Cinémathèque, giustappunto, e quello con i volumi dedicati ai registi che amo: Demy, Tati, Eustache, Antonioni, Scorsese, Allen, Kaurismäki, Lars Von Trier, Wong Kar-Wai (e pure due-tre libri SOLO su In the Mood for Love) ecc. ecc.
C’è un libro enorme su Wes Anderson con una sua dedica che non scorderò mai (anche perché porta la data del 13 Novembre 2015: me l’ha scritta poche ore prima degli attentati di Parigi).
E poi ci sono cose che solo io potrei avere.
Tipo questo libro che adoro e per il quale mi chiedo sempre: ma chi diamine potrebbe averlo mai comprato, a parte me??? Il titolo è British Cinema and Thatcherism….
Non chiedetemi perché ma mi mette di buon umore tutte le volte che lo guardo, forse perché grazie al loro odio nei confronti della Tatcher i registi inglesi hanno fatto dei film bellissimi, negli anni '80:
Comunque, dopo tutto, non devo essere stata l’unica ad averlo comprato, perché mi sono appena resa conto che ne hanno fatto una seconda edizione, mettendoci pure in copertina uno dei miei film preferiti di tutti i tempi: My Beautiful Laundrette di Stephen Frears. Toccherà comprare anche quest'altro, ovvio!
E poi volumi sul Free Cinema inglese, sulla televisione britannica (che le serie le sfornava già negli anni ’60), un libro meraviglioso du Six Feet Under, una serie infinita di libri su Mad Men e il mitico libretto per “colorare” Ryan Gosling (che noi in La La Land ci abbiamo sempre vissuto, modestamente):
Certo, a volte ci sono anche delle brutte sorprese, mettendo a posto i libri.
Un volume da cui salta fuori un biglietto che avevamo dimenticato, ad esempio.
Con dentro una frase qualsiasi che però nasconde un intero mondo che non esiste più, e capire la distanza tra quella me stessa e quella di oggi è piuttosto impressionante.
La tristezza, per fortuna, è passeggera, e riguarda soprattutto il fatto che nessuno oggi potrebbe lasciarmi un biglietto simile. Ma ormai la lezione l’abbiamo imparata. Una persona, come un libro, è meglio non giudicarla mai dalla copertina.
In ogni caso, alla fine, il risultato dell'immane lavoro è stato questo qua (sì, lo so, ci sono due librerie completamente storte, però non è colpa mia se a Montmartre i pavimenti non sono dritti e se a quel punto non c'era nessuno che poteva aiutarmi! E poi per distrarvi da quel particolare, buttate un occhio al mio Mad Men Bar in primo piano):
Mica male, no?
Nessun grande lavoro, ma piccole cose che ne hanno migliorato decisamente l'aspetto. Ultima in ordine di tempo: nel week-end, grazie all'aiuto di alcuni simpatici (e aitanti) amici, ho riempito una parete intera di librerie (che qui in Francia si chiamano Bibliothèques, cosa che mi fa sempre un po' ridere perché mi immagino dei posti enormi anziché dei semplici scaffali).
In pratica, non ho fatto altro che tenere tra le mani i miei libri per due giorni.
Prima li ho tolti e li ho impilati a casaccio sul pavimento (quando li ho visti così distesi tutti insieme mi è preso un colpo!) e poi ho dovuto trovare loro un posto ben preciso nelle nuove librerie, lavoro faticosissimo ma estremamente interessante.
Mi sono resa conto che attraverso quei volumi potevo tranquillamente ricostruire tutta la mia vita.
So che ognuno ha il suo personale sistema di catalogazione: per editore, colore dei libri, autore, argomento ecc. ecc.
Io sono piuttosto per un rangement a tema.
Temi che nel mio caso sono (praticamente da sempre): Giappone (con una quantità inquietante di romanzi di Haruki Murakami nelle sempre strabilianti traduzioni di Giorgio Amitrano), letteratura italiana contemporanea, libri di moda (rigorosamente vintage), libri sul design degli anni '50, letteratura inglese e americana (sezione in lingua originale, sezione tradotta), libri illustrati (tutta Beatrice Alemagna, tutto Pascal Blanchet), libri di poesia, libri francesi, libri di cucina, guide illustrate dei posti che preferisco al mondo, libri su Parigi, libri di fotografia, qualche libro di architettura (ma pochini eh), quasi nessun libro d'arte (lo so, è un mio grave problema) e, dulcis in fundo, tanti, tanti, tanti libri sul cinema.
Tralascerò il fatto che a Milano, a casa di uno zio con un po’ di spazio, ho lasciato almeno altri 15 scatoloni di libri, ma anche quelli potrebbero rientrare nelle stesse categorie: è da tanto tempo che mi piacciono le stesse cose.
In effetti uno degli aspetti più sconcertanti di fare questo lavoro è rendersi conto di quanto poco, in fondo, si è cambiati da quando si avevano 15 anni.
Ho scoperto di avere un intero scaffale dedicato a Virginia Woolf e ai suoi amici di Bloosmbury, ad esempio. Vai a capire perché, ho sviluppato una specie di ossessione per questo gruppo di intellettuali inglesi che nella vita andavano a letto tra di loro in combinazioni piuttosto interessanti, vivevano in case di campagna nel Sussex, dipingevano, scrivevano, erano pacifisti e amavano occuparsi del giardino. Ovviamente sono anche andata a visitare tutte le loro case, e ne ho già scritto nel blog, vi ricordate?
| Monk's House - La casa di Virginia Woolf nel Sussex |
Un’altra mia grande passione è quella dei libri Penguin (per me Penguin sta ai libri come Criterion sta ai DVD, ovvero sono il meglio che puoi trovare al mondo, sia dal punto di vista della qualità che della grafica). Letteralmente stravedo per le loro vecchie edizioni. Posso restare interi minuti in religioso raccoglimento di fronte alle copertine delle raccolte di poesia degli anni ’50-’60. Lì siamo nel campo del sublime:
Nei reparto italiano, libri di mio fratello Matteo B Bianchi a parte, mi ha impressionato favorevolmente constatare di quanti scrittori sono amica. Essere circondati dai libri degli amici è una cosa meravigliosa, e quindi dico grazie in ordine alfabetico a: Paola Calvetti, Carolina Cutolo, Diego De Silva, Marco Drago, Matteo Galiazzo, Fabio Genovesi, Lisa Ginzburg, Antonella Lattanzi, Marco Mancassola, Antonio Monda, Francesco Pacifico, Giuseppe Rizzo.
Grazie amici di essere così talentuosi!
Quelli sul cinema, che ve lo dico a fare, riempiono da soli metà libreria.
C’è il reparto chiamato Tutto Truffaut, perché contiene solo ed esclusivamente libri su di lui, tra i quali spicca la Bibbia, ovvero la sua biografia scritta da Antoine De Baecque e Serge Toubiana (ecco, se qualcuno a 15 anni m’avesse detto che un giorno avrei vissuto a Parigi, avrei conosciuto Toubiana e avrei amabilmente chiacchierato con lui di cinema tutte le volte che lo incrociavo alla Cinémathèque Française, penso che non ci avrei creduto o che mi sarebbe venuto un colpo).
C’è lo scaffale con i cataloghi di tutte le ultime mostre della Cinémathèque, giustappunto, e quello con i volumi dedicati ai registi che amo: Demy, Tati, Eustache, Antonioni, Scorsese, Allen, Kaurismäki, Lars Von Trier, Wong Kar-Wai (e pure due-tre libri SOLO su In the Mood for Love) ecc. ecc.
C’è un libro enorme su Wes Anderson con una sua dedica che non scorderò mai (anche perché porta la data del 13 Novembre 2015: me l’ha scritta poche ore prima degli attentati di Parigi).
E poi ci sono cose che solo io potrei avere.
Tipo questo libro che adoro e per il quale mi chiedo sempre: ma chi diamine potrebbe averlo mai comprato, a parte me??? Il titolo è British Cinema and Thatcherism….
Non chiedetemi perché ma mi mette di buon umore tutte le volte che lo guardo, forse perché grazie al loro odio nei confronti della Tatcher i registi inglesi hanno fatto dei film bellissimi, negli anni '80:
E poi volumi sul Free Cinema inglese, sulla televisione britannica (che le serie le sfornava già negli anni ’60), un libro meraviglioso du Six Feet Under, una serie infinita di libri su Mad Men e il mitico libretto per “colorare” Ryan Gosling (che noi in La La Land ci abbiamo sempre vissuto, modestamente):
Certo, a volte ci sono anche delle brutte sorprese, mettendo a posto i libri.
Un volume da cui salta fuori un biglietto che avevamo dimenticato, ad esempio.
Con dentro una frase qualsiasi che però nasconde un intero mondo che non esiste più, e capire la distanza tra quella me stessa e quella di oggi è piuttosto impressionante.
La tristezza, per fortuna, è passeggera, e riguarda soprattutto il fatto che nessuno oggi potrebbe lasciarmi un biglietto simile. Ma ormai la lezione l’abbiamo imparata. Una persona, come un libro, è meglio non giudicarla mai dalla copertina.
In ogni caso, alla fine, il risultato dell'immane lavoro è stato questo qua (sì, lo so, ci sono due librerie completamente storte, però non è colpa mia se a Montmartre i pavimenti non sono dritti e se a quel punto non c'era nessuno che poteva aiutarmi! E poi per distrarvi da quel particolare, buttate un occhio al mio Mad Men Bar in primo piano):
Mica male, no?
venerdì 3 febbraio 2017
La La Land
Non l’avrei mai detto, ma ecco qua che mi ritrovo a scrivere su La La Land.
Quando ho iniziato a capire che il film stava diventando un fenomeno di portata mondiale, pur non avendolo ancora visto, avevo immaginato che non gli avrei mai dedicato un post.
Che cosa ci sarà mai da aggiungere ai litri di inchiostro già versati su questa pellicola? – pensavo.
Avevo cercato in queste ultime settimane di non leggere nulla, di non vedere nemmeno il trailer (e ci ero magicamente riuscita!), insomma avevo cercato di arrivare al film senza eccessive aspettative (ma è proprio il tema dell’anno questo delle aspettative, non trovate?) o eventuali pregiudizi.
Poi ho visto il film.
E BADABADABUUUUUUUUUUM!!!
Ah, quanto me lo sono goduto! Ah, quanto mi sono divertita! Sono uscita dal cinema con la voglia di mettermi a ballare per strada anziché camminare, sensazione non proprio quotidiana e dunque benvenuta (e comunque non preoccupatevi, non avendo trovando Gosling-look-a-like intorno mi sono limitata ad una corsetta).
E fino a qui, tutto bene, come si diceva in un altro film.
Poi La La Land è uscito anche in Italia e lì, apriti cielo.
Amici e amici di amici hanno cominciato a scrivere su Facebook recensioni e contro-recensioni, con centinaia di commenti in cui i pro e i contro si davano addosso senza pietà.
Era dai tempi di Tree of Life di Terrence Malick che non vedevo infuriare una polemica simile.
All’epoca, avevo discusso con persone che lo trovavano il film più bello degli ultimi 20 anni, quando invece per me era (ed è tuttora) la sòla del secolo, e ricordo di essermi sentita dire da un perfetto sconosciuto che “se non mi era piaciuto il film è perché non avevo i mezzi culturali per capirlo”.
Ah, ecco, buono a sapersi.
Nel caso di La La Land, mi sento di dire che abbiamo tutti (evviva!) i mezzi culturali per capirlo.
Quello che fa la differenza, semmai, è la passione (o meno) per il genere “commedia musicale”.
Attenzione, non sto dicendo che a chi piace la commedia musicale piacerà di sicuro il film.
Anzi, piuttosto, il contrario: chi ha passione per i musicals trova al film un sacco di difetti: loro non sono bravi a ballare come Fred Astaire e Ginger Rogers, il regista ha scopiazzato qua e là da diversi capolavori del genere, e manca del tutto la magia di questi vecchi film. Non me la sento di dire che non hanno ragione, ma nemmeno che ce l’hanno.
Penso che questo film, in effetti, se lo godono di più quelli che dei musicals non sanno niente.
E indovinate perché? Perché non hanno nessuna aspettativa, perché quei famosi film manco li hanno visti e quindi La La Land diventa il loro West Side Story, il loro Singing in the Rain.
Io, teoricamente, dovrei far parte del primo gruppo.
Adoro le commedie musicali, e un gradino sotto gli Dei Celesti e Truffaut, io piazzo al terzo posto Jacques Demy.
Eppure, ecco, la vita è bella perché riserva delle sorprese: io questo film l’ho veramente amato.
Provo qui a fare un piccolo elenco semi-serio delle ragioni, sperando che gli animi si addolciscano e che qualche nuovo adepto del genere si vada a riscoprire i vecchi film che qui Chazelle stra-celebra.
Ho amato La La Land...
Perché inizia dove finisce Les Demoiselles de Rochefort di Jacques Demy.
Nel film di Demy era un ponte appena fuori la città di Nantes, dove un ragazzo e una ragazza che si cercano e si rincorrono per tutto il film, finalmente riusciranno a conoscersi (ma attenzione, la chicca è che il film non lo mostra, lo fa solo capire). Chazelle invece fa vedere fisicamente l’incontro/scontro tra i due protagonisti e lo fa su una highway appena fuori Los Angeles. In entrambi i casi: bellissima musica, ottima coreografia, ballerini che levati e colori sgargianti ovunque. It’s another day of Sun!
Perché la storia è romantica nel vero senso del termine e i film davvero romantici scarseggiano in questo simpatico mondo moderno. E come tutti i film romantici che si rispettino, La La Land è pervaso da una malinconia che lo rende ancora più speciale. Le commedie musicali sembrano allegre e spensierate, ma in realtà sono tra le cose più struggenti che esistano (Les Parapluies de Cherbourg docet).
Perché è bello che si parli di quanto si è disposti a sacrificare per arrivare a realizzare i propri sogni (il volersi esprimere creativamente è essenziale o è una enorme fregatura?).
Quando ho iniziato a capire che il film stava diventando un fenomeno di portata mondiale, pur non avendolo ancora visto, avevo immaginato che non gli avrei mai dedicato un post.
Che cosa ci sarà mai da aggiungere ai litri di inchiostro già versati su questa pellicola? – pensavo.
Avevo cercato in queste ultime settimane di non leggere nulla, di non vedere nemmeno il trailer (e ci ero magicamente riuscita!), insomma avevo cercato di arrivare al film senza eccessive aspettative (ma è proprio il tema dell’anno questo delle aspettative, non trovate?) o eventuali pregiudizi.
Poi ho visto il film.
E BADABADABUUUUUUUUUUM!!!
Ah, quanto me lo sono goduto! Ah, quanto mi sono divertita! Sono uscita dal cinema con la voglia di mettermi a ballare per strada anziché camminare, sensazione non proprio quotidiana e dunque benvenuta (e comunque non preoccupatevi, non avendo trovando Gosling-look-a-like intorno mi sono limitata ad una corsetta).
E fino a qui, tutto bene, come si diceva in un altro film.
Poi La La Land è uscito anche in Italia e lì, apriti cielo.
Amici e amici di amici hanno cominciato a scrivere su Facebook recensioni e contro-recensioni, con centinaia di commenti in cui i pro e i contro si davano addosso senza pietà.
Era dai tempi di Tree of Life di Terrence Malick che non vedevo infuriare una polemica simile.
All’epoca, avevo discusso con persone che lo trovavano il film più bello degli ultimi 20 anni, quando invece per me era (ed è tuttora) la sòla del secolo, e ricordo di essermi sentita dire da un perfetto sconosciuto che “se non mi era piaciuto il film è perché non avevo i mezzi culturali per capirlo”.
Ah, ecco, buono a sapersi.
Nel caso di La La Land, mi sento di dire che abbiamo tutti (evviva!) i mezzi culturali per capirlo.
Quello che fa la differenza, semmai, è la passione (o meno) per il genere “commedia musicale”.
Attenzione, non sto dicendo che a chi piace la commedia musicale piacerà di sicuro il film.
Anzi, piuttosto, il contrario: chi ha passione per i musicals trova al film un sacco di difetti: loro non sono bravi a ballare come Fred Astaire e Ginger Rogers, il regista ha scopiazzato qua e là da diversi capolavori del genere, e manca del tutto la magia di questi vecchi film. Non me la sento di dire che non hanno ragione, ma nemmeno che ce l’hanno.
Penso che questo film, in effetti, se lo godono di più quelli che dei musicals non sanno niente.
E indovinate perché? Perché non hanno nessuna aspettativa, perché quei famosi film manco li hanno visti e quindi La La Land diventa il loro West Side Story, il loro Singing in the Rain.
Io, teoricamente, dovrei far parte del primo gruppo.
Adoro le commedie musicali, e un gradino sotto gli Dei Celesti e Truffaut, io piazzo al terzo posto Jacques Demy.
Eppure, ecco, la vita è bella perché riserva delle sorprese: io questo film l’ho veramente amato.
Provo qui a fare un piccolo elenco semi-serio delle ragioni, sperando che gli animi si addolciscano e che qualche nuovo adepto del genere si vada a riscoprire i vecchi film che qui Chazelle stra-celebra.
Ho amato La La Land...
Perché inizia dove finisce Les Demoiselles de Rochefort di Jacques Demy.
Nel film di Demy era un ponte appena fuori la città di Nantes, dove un ragazzo e una ragazza che si cercano e si rincorrono per tutto il film, finalmente riusciranno a conoscersi (ma attenzione, la chicca è che il film non lo mostra, lo fa solo capire). Chazelle invece fa vedere fisicamente l’incontro/scontro tra i due protagonisti e lo fa su una highway appena fuori Los Angeles. In entrambi i casi: bellissima musica, ottima coreografia, ballerini che levati e colori sgargianti ovunque. It’s another day of Sun!
Perché la storia è romantica nel vero senso del termine e i film davvero romantici scarseggiano in questo simpatico mondo moderno. E come tutti i film romantici che si rispettino, La La Land è pervaso da una malinconia che lo rende ancora più speciale. Le commedie musicali sembrano allegre e spensierate, ma in realtà sono tra le cose più struggenti che esistano (Les Parapluies de Cherbourg docet).
Perché è bello che si parli di quanto si è disposti a sacrificare per arrivare a realizzare i propri sogni (il volersi esprimere creativamente è essenziale o è una enorme fregatura?).
In fondo non sono molti i film che affrontano l'argomento in maniera tanto diretta.
Perché Emma Stone e Ryan Gosling non saranno bravi come Ginger Rogers e Fred Asataire ma insieme funzionano strabene (e lo avevano già dimostrato in Crazy Stupid Love). La loro alchimia è perfetta: sono belli, sensuali, ma anche estremamente divertenti.
Perché le canzoni del film sono STUPENDE, sfido chiunque a uscire dal cinema e a non avere voglia di canticchiare City of Stars e/o a non volersi iscrivere ad un corso di tip tap tempo zero!
Perché la rappresentazione di Parigi nel film è quella cartonata, totalmente irreale ma assolutamente adorabile di Funny Face e An American in Paris (la città dove tutti vorremmo abitare...)
Perché la rappresentazione di Parigi nel film è quella cartonata, totalmente irreale ma assolutamente adorabile di Funny Face e An American in Paris (la città dove tutti vorremmo abitare...)
Perché comunque, a prescindere, vorrei vivere tutta la vita in una La La Land.
E, infine, perché Ryan Gosling che si cucina un uovo vestito come negli anni ’30 e con un asciugamano appoggiato sulla spalla è, ammettiamolo, davvero tanta, tanta roba (and, by the way, ARE YOU PHOTOSHOPPED???).
In un'intervista, Chazelle ha detto: "Volevo cercare di richiamare certe cose del passato che sentivo erano andate perdute e non dovevano andare perdute. E, inoltre, l'obiettivo principale era quello di modernizzare quelle cose. In un certo senso: o cerchi di perorare la loro causa dicendo che quelle cose sono ancora vitali, essenziali, oppure cerchi di attualizzarle, e di continuare la loro tradizione".
Non so a voi, ma a me sembra un'ottima idea.
martedì 6 dicembre 2016
Le Demy Monde
Quello che mi piace di Parigi, è che certe volte vai semplicemente a pranzo e ti capita di incontrare qualcuno del mondo del cinema che mangia a qualche tavolo di distanza dal tuo.
Oggi, ad esempio, si festeggiava il compleanno di una collega al Café Beaubourg, luogo abbastanza frequentato da quelli che in Francia chiamano “people”, una parola che mi ha sempre fatto tantissimo ridere.
E infatti, quando mi sono seduta, ho detto ai miei amici: Allora, a parte noi, c’è qualche people in sala?
Ma, ad un rapido sguardo, non c’era proprio nessun famoso.
Invece, alla fine del pranzo, sbirciando distrattamente alla mia sinistra, ho riconosciuto un volto a me super caro, quello di Mathieu Demy, l’unico figlio della mitica coppia formata da Jacques Demy e Agnès Varda.
Ora, se leggete questo blog, non c’è bisogno che vi dica chi sono questi due.
Di Mathieu, è vero, ho scritto un po’ meno, ma è sempre stato presente.
Alla sua carriera di attore (ha iniziato giovanissimo a recitare nei film dei suoi genitori), oggi ormai più che consolidata, affianca anche una mini carriera da regista. A parte due corti, ha diretto pochi anni fa (nel 2011) un film piuttosto bizzarro (e stracolmo di riferimenti al mondo Varda-Demy) dal titolo Americano, di cui ha firmato anche la sceneggiatura, e ultimamente ha diretto due episodi di una serie tv davvero bellissima nella quale ha anche un piccolo ruolo: Le Bureau des Légendes. Appassionati di serie TV che siete là fuori, sappiate che i francesi non sono niente male in questo campo. Guardare per credere. Tra l'altro la seconda stagione (quella in cui appare Demy) è pure meglio della prima, caso abbastanza raro:
Dei suoi ruoli di attore, invece, i miei preferiti sono senza dubbio un vecchio film del 1998, Jeanne et le Garçon Formidable, un film chiaramente ispirato all'universo di Jacques Demy, di Olivier Ducastel e Jacques Martineau:
E il più recente Tomboy (2011) di Céline Sciamma, in cui era il padre super tenero e comprensivo della ragazzina che vorrebbe tanto essere un ragazzino:
Comunque, non che fosse la prima volta che incontravo Demy (ça va sans dire!).
In effetti, speravo che lui non si ricordasse troppo della mitica serata delle Demoiselles, ovvero l’inaugurazione della mostra su Demy della Cinémathèque Française di qualche anno fa, nella quale, complice l’euforia dello champagne, con la mia "gemella" lo avevo insistentemente salutato da un balcone, iniziando una conversazione totalmente delirante della quale per fortuna ho perso ogni traccia nella mia memoria.
E speravo si ricordasse ancora meno del mitico flash mob delle Demoiselles organizzato un sabato pomeriggio sul parvis dell’Hôtel de Ville dove, sempre con la mia jumelle (e questa volta non c’era neppure la scusa dello champagne), lo avevamo di nuovo entusiasticamente salutato come se lo conoscessimo da tutta la vita... e lui ci aveva guardate prima un po’ stranito e poi proprio visibilmente preoccupato.
Insomma ero un po’ indecisa se andargli a parlare o no, quando il destino ha voluto che ci alzassimo dal tavolo allo stesso momento e arrivassimo davanti alla porta quasi contemporaneamente.
“Bonjour, vous êtes Mathieu Demy?” – ho esordito io con un gran sorriso.
E lui, di rimando, sorridendomi: “Oui, des fois... ça m’arrive!” (Si, qualche volta mi capita).
Risposta geniale, non vi pare?
Insomma ho capito che Mathieu era uno di noi, e quindi l’ho invaso di complimenti, e temo di avergli detto una cosa tipo: “Io penso che grazie ai film fatti dalla vostra famiglia, questo mondo sia un posto migliore!”, ma anche un più sobrio: "Ho un blog di cinema e non faccio altro che scrivere di vostro padre!"
Lui comunque nonostante le mie enormità mi sembrava contento.
Sorrideva e diceva spesso Merci!
Allora a quel punto l’ho lasciato andare: "Bonne Journée, Monsieur!"
"Bonne journée à vous, Madame!"
Madame??? E’ stato il suo unico errore.
Quello di non aver riconosciuto la Demoiselle (de Rochefort) che è in me.
Ma vabbè, a uno del Demy Monde, si sa, io perdonerei qualsiasi cosa.
Oggi, ad esempio, si festeggiava il compleanno di una collega al Café Beaubourg, luogo abbastanza frequentato da quelli che in Francia chiamano “people”, una parola che mi ha sempre fatto tantissimo ridere.
E infatti, quando mi sono seduta, ho detto ai miei amici: Allora, a parte noi, c’è qualche people in sala?
Ma, ad un rapido sguardo, non c’era proprio nessun famoso.
Invece, alla fine del pranzo, sbirciando distrattamente alla mia sinistra, ho riconosciuto un volto a me super caro, quello di Mathieu Demy, l’unico figlio della mitica coppia formata da Jacques Demy e Agnès Varda.
Ora, se leggete questo blog, non c’è bisogno che vi dica chi sono questi due.
Di Mathieu, è vero, ho scritto un po’ meno, ma è sempre stato presente.
Alla sua carriera di attore (ha iniziato giovanissimo a recitare nei film dei suoi genitori), oggi ormai più che consolidata, affianca anche una mini carriera da regista. A parte due corti, ha diretto pochi anni fa (nel 2011) un film piuttosto bizzarro (e stracolmo di riferimenti al mondo Varda-Demy) dal titolo Americano, di cui ha firmato anche la sceneggiatura, e ultimamente ha diretto due episodi di una serie tv davvero bellissima nella quale ha anche un piccolo ruolo: Le Bureau des Légendes. Appassionati di serie TV che siete là fuori, sappiate che i francesi non sono niente male in questo campo. Guardare per credere. Tra l'altro la seconda stagione (quella in cui appare Demy) è pure meglio della prima, caso abbastanza raro:
![]() |
| Clement Migaud (Mathieu Demy) e Marie-Jeanne Duthilleul (Florence Loiret Caille) |
E il più recente Tomboy (2011) di Céline Sciamma, in cui era il padre super tenero e comprensivo della ragazzina che vorrebbe tanto essere un ragazzino:
Comunque, non che fosse la prima volta che incontravo Demy (ça va sans dire!).
In effetti, speravo che lui non si ricordasse troppo della mitica serata delle Demoiselles, ovvero l’inaugurazione della mostra su Demy della Cinémathèque Française di qualche anno fa, nella quale, complice l’euforia dello champagne, con la mia "gemella" lo avevo insistentemente salutato da un balcone, iniziando una conversazione totalmente delirante della quale per fortuna ho perso ogni traccia nella mia memoria.
E speravo si ricordasse ancora meno del mitico flash mob delle Demoiselles organizzato un sabato pomeriggio sul parvis dell’Hôtel de Ville dove, sempre con la mia jumelle (e questa volta non c’era neppure la scusa dello champagne), lo avevamo di nuovo entusiasticamente salutato come se lo conoscessimo da tutta la vita... e lui ci aveva guardate prima un po’ stranito e poi proprio visibilmente preoccupato.
Insomma ero un po’ indecisa se andargli a parlare o no, quando il destino ha voluto che ci alzassimo dal tavolo allo stesso momento e arrivassimo davanti alla porta quasi contemporaneamente.
“Bonjour, vous êtes Mathieu Demy?” – ho esordito io con un gran sorriso.
E lui, di rimando, sorridendomi: “Oui, des fois... ça m’arrive!” (Si, qualche volta mi capita).
Risposta geniale, non vi pare?
Insomma ho capito che Mathieu era uno di noi, e quindi l’ho invaso di complimenti, e temo di avergli detto una cosa tipo: “Io penso che grazie ai film fatti dalla vostra famiglia, questo mondo sia un posto migliore!”, ma anche un più sobrio: "Ho un blog di cinema e non faccio altro che scrivere di vostro padre!"
Lui comunque nonostante le mie enormità mi sembrava contento.
Sorrideva e diceva spesso Merci!
Allora a quel punto l’ho lasciato andare: "Bonne Journée, Monsieur!"
"Bonne journée à vous, Madame!"
Madame??? E’ stato il suo unico errore.
Quello di non aver riconosciuto la Demoiselle (de Rochefort) che è in me.
Ma vabbè, a uno del Demy Monde, si sa, io perdonerei qualsiasi cosa.
mercoledì 9 novembre 2016
Raoul Coutard (L'Homme à la caméra)
I was still under the blankets, outside it was raining, it was surely cold, and I really couldn’t think about a decent reason to move and get out from where I was.
After few minutes, the same voice announced the death of Raoul Coutard, the historical cinematographer of almost all the film-makers of the Nouvelle Vague era. “At this point - I said to myself - I’ll stay in bed all day!”
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| On the set of À bout de Souffle - Godard, Coutard and Belmondo |
But his breakthrough is dated 1959 and it is called… À bout de Souffle! His collaboration with Jean-Luc Godard has been the most prolific of his career. They have worked together constantly between 1959 and 1967. What they did on their first movie, though, was the beginning of a revolution, with people filming in the streets of Paris, while until that moment the cinema was exclusively shot in studios. Coutard also worked on many François Truffaut’s movies : Tirez sur le pianist, Antoine et Colette, Jules et Jim, La Peau Douce et La Mariée était en noir, but also with Jacques Demy on his first magnificent film, Lola. He was a real master of both colour (think about Le Mépris!) and black & white (Jules et Jim!!!).
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| On the set of Le Mépris in Capri, with Godard |
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| On the set of Lola by J. Demy with A. Aimée |
Le vrai homme à la camera, no doubt, c’était lui…
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| With J. Demy on the set of Lola, Nantes |
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| Filming of À bout de souffle in the streets and on the roofs of Paris |
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| On the set of Tirez sur le Pianiste by F. Truffaut |
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| On the set of Antoine et Colette with F. Truffaut |
The only reason why I woke up today, was writing about him in this post.
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