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venerdì 26 luglio 2019

Fleabag

Non so voi, ma io sono sempre stata una persona che adora avere delle ossessioni, che le coltiva, che ne ha bisogno per vivere. 
In generale, si tratta di “magnifiche ossessioni”, essendo legate a film o, in anni più recenti (diciamo da Six Feet Under in poi), a serie TV. Quando ero più giovane credevo che con l’avanzare dell’età questa cosa mi sarebbe passata, che sarei diventata più saggia, che avrei smesso di provare questi entusiasmi colorati e prolungati, durante i quali tutto il resto si annulla, si annacqua, o mi annoia profondamente. Non è andata così. E oggi, all’alba dei miei (favolosi, ça va sans dire) 50 anni, posso tranquillamente affermare che continuo a vivere queste passioni furibonde con lo stesso grado di follia momentanea di quando di anni ne avevo 15 o 20.
Sarà una brutta o una bella cosa? Mi chiedo spesso. Vorrà dire che non riesco a crescere? Che mi rifiuto di diventare più posata? Eh, non lo so, ma dato che non ci posso fare molto, eccomi qui, prendere o lasciare. In questo blog, ai miei lettori ho ciclicamente propinato post entusiasmanti su questo o quel film, questo o quell’attore, questo o quel regista, questa o quella serie. Tutti questi amori si sono negli anni accumulati, si sono allineati uno di fianco all’altro, formando un piccolo e privato pantheon di idoli assoluti.
La felicità che mi procura avere un nuovo, incontenibile entusiasmo, è sempre stata ai primi posti in classifica, nella mia vita. L’unica cosa che forse è cambiata, con lo scorrere del tempo, è la frequenza con cui queste cose accadono. Si è più esigenti, presumo, si è più sicuri dei propri gusti, si riconoscono meglio i propri simili. Ma poi, sempre, arriva il giorno che BOUM!, succede, e allora non ce n’è più per nessuno.
Da tempo leggevo sulla stampa inglese articoli entusiasti su questa ragazza, Phoebe Waller-Bridge, e la serie TV di cui era autrice e protagonista, Fleabag (Sacco di pulci). Ne leggevo ma nessuno intorno a me la stava guardando, o me ne parlava, e allora avevo lasciato correre. Poi pochi mesi fa sul Guardian hanno iniziato a scrivere delle cose pazzesche sulla seconda stagione della serie, culminate in un pezzo in cui, a pochi giorni dalla fine della sua messa in onda, davano delle istruzioni per riuscire a sopravvivere alla fine della stessa.
Il grado di idolatria che sprigionava da questi articoli è suonato come una chiamata alle armi. Una sirena rossa si è messa a lampeggiare: Warning! Warning! nuovo possibile entusiasmo all’orizzonte.
Così mi sono decisa a guardare la prima stagione. 

Non è stato, come molti potrebbero pensare, amore a prima vista. Anzi.
Sono rimasta sconvolta dai primissimi minuti della serie, dalla crudezza con cui Fleabag si mette a nudo, da quella domanda assurda che fa a se stessa e al pubblico (perché la protagonista ha il vezzo di rivolgersi direttamente allo spettatore guardando dritta nella camera da presa) seduta in un caffè, ancora prima del titolo, ancora prima della sigla (che poi non esiste nemmeno, una vera sigla, ti butta lì il titolo con sotto una musica assordante come a dire: e chi se ne importa di quelle belle sigle tutte super design quando ti ho appena fissato dallo schermo per chiedermi/chiederti: Do I have a massive asshole? Letteralmente: Ho un buco del culo enorme?).
Insomma Fleabag è respingente. Non è l’eroina nella quale ti vuoi facilmente identificare, anzi ti mette così a disagio che pensi: oddio, io non sono ASSOLUTAMENTE come lei!
Quindi ho visto i primi due episodi e ho mollato lì. E poi, una sera, non so perché, era Giugno, ho sentito che quella partita non era finita, che anzi doveva ancora iniziare.
Ho guardato tutto di nuovo dall’inizio e ad un certo punto è scattato qualcosa: BANG!, e nel giro di poche ore avevo visto per intero la prima e la seconda serie, senza riuscire a fermarmi (non è un’impresa impossibile, le due stagioni sono composte di 6 episodi ciascuna di circa 20-25 minuti l’uno).
E da allora, niente, c’è un prima e c’è un dopo Fleabag.

Fleabag racconta di una ragazza di circa 30 anni che vive a Londra e gestisce un caffè, che ha una relaziono on/off con un ragazzo gentile ma un po’ bizzarro, che ha un sacco di incontri sessuali con gente ancora più bizzarra, che ha una famiglia composta da padre, nuova compagna del padre (una stronza micidiale interpretata divinamente da Olivia Colman, l'attrice Premio Oscar 2019), sorella e marito della sorella (più figlio acquisito di quest’ultimo), che ha perso da poco la madre e la migliore amica (con la quale aveva aperto il caffè) e che queste due cose la fanno soffrire tantissimo. Fleabag ha uno spiccato sense of humour, molto british e molto trash, ha la capacità di dire tutto quello che pensa nella maniera più indigesta possibile per gli altri (e pure per se stessa), e alla fine della prima stagione sta letteralmente andando in pezzi.
Basato su un one-woman-show che la Waller-Bridge aveva portato al Fringe Festival di Edimburgo qualche anno fa, e che aveva generato tanto entusiasmo da indurre la BBC a chiederle di farne una serie TV, Fleabag era destinato ad essere un esperimento da una stagione sola. Visto il successo, la BBC ha cominciato ad insistere perché la storia di questo sacchetto di pulci avesse un seguito. Dapprima restìa, la Waller-Bridge racconta di avere avuto una vera e propria illuminazione, di aver avuto L’IDEA, e che solo a quel punto ha accettato di far continuare la storia.
Sono poche, ammettiamolo, le serie TV che hanno una seconda stagione più bella della prima. Fleabag fa eccezione.

Se la prima stagione è bellissima, la seconda è straordinaria, anzi di più, è perfetta (e infatti non avrà un seguito, perché sarebbe impossibile concepire una cosa altrettanto geniale, o forse - come lei stessa afferma - si potrà fare tra 20 anni, per vedere che cosa mai avrà combinato questa donna nel frattempo).
Tra la prima e la seconda stagione, nella finzione, è passato poco più di un anno.
Un anno nel quale Fleabag ha cercato di cambiare, di migliorare, di crescere: la relazione on/off è definitivamente terminata, non scopa più in giro, mangia sano, fa sport e il caffè che gestisce ha preso a funzionare. Le cose con la famiglia sono messe un tantino peggio. Con la matrigna non va benissimo e, soprattutto, non parla con la sorella dalla fine della prima stagione.
Il primo episodio di Fleabag 2, io ve lo dico, dovrebbe essere studiato in qualsiasi scuola di sceneggiatura di questo mondo come esempio straordinario di scrittura.
E’ una cena. Una semplice cena di famiglia, dove tutti sono riuniti (in un ristorante), per festeggiare l’avvenimento dell’anno: l’imminente matrimonio tra il padre di Fleabag e l’insopportabile compagna. Finirà in un massacro, metafisico e fisico, ma anche in una cosa totalmente inaspettata, come del resto ci promette Fleabag all’inizio dell’episodio, una scena memorabile in cui, con il volto insanguinato e tumefatto guarda verso la telecamera e annuncia: This is a love story! (Questa è una storia d’amore!).
E ovviamente non poteva che essere una storia d’amore in puro stile Waller-Bridge.
Perché cosa mai ci potrebbe essere di più profondamente déplacé, assurdo, sconveniente e disperante che innamorarsi del prete cattolico che sta per sposare tuo padre?
E dunque eccolo, il personaggio destinato a cambiare tutto, questa figura di cool (but very hot) priest, che fuma, beve (decisamente troppo), è minacciato dalle volpi (una vera ossessione) e dice parolacce che neanche uno scaricatore di porto.
Ma tanto basta.

Lui e Fleabag sullo schermo fanno letteralmente scintille, e il loro rapporto trasfigura entrambi, lì, sotto i nostri occhi increduli, mentre stiamo a metà tra le risate e le lacrime, e il desiderio potente che tutto questo non abbia mai fine. Anche perché, senza quasi darci il tempo di rendercene conto, succede una cosa sconvolgente che non voglio spoilerare ma che è da cascare dalla sedia. Tenetevi forte, questa donna ha la capacità di stupirvi ad ogni scena.  Disseminato di nuovi, meravigliosi personaggi (una psicologa intepretata dalla magnifica Fiona Shaw, una manager intepretata dalla grandiosa Kristin Scott-Thomas, alla quale la Waller-Bridge affida uno dei monologhi femministi più riusciti della storia), Fleabag 2 si snoda ad un ritmo vorticoso, un’idea geniale dietro l’altra, un crescendo di situazioni e assurdità varie, che non lasciano mai la presa, fino alla fine. Che è devastante.
C’è gente che non s’è più ripresa, ve lo giuro (gli attori hanno dovuto girarla almeno tre volte, perché le prime due non facevano altro che piangere).
E capisco perfettamente perché.
Per la parte del prete, Waller-Bridge ha pensato ad un attore non famosissimo, con il quale aveva lavorato 10 anni prima, e il cui carisma inaudito le era rimasto sempre impresso: l’irlandese Andrew Scott. Reputatissimo attore teatrale (il suo Amleto un paio d’anni fa all’Almeida Theatre di Londra ha mandato i critici in visibilio), Scott ha iniziato ad avere un nutrito gruppo di fans soprattutto grazie alla sua interpretazione flamboyante del cattivissimo James Moriarty, la nemesi di Sherlock Holmes nella serie TV Sherlock con Benedict Cumberbatch. Il suo ‘Honey, you should see me in a crown!’ (Dolcezza, mi dovresti vedere con una corona in testa!), ha generato un numero di meme sconsiderati, ed un interesse spasmodico sull’ambiguità sessuale del suo personaggio (diciamo che l’attrazione di Sherlock per lui travarica un po’ il confine dell’eterosessualità). Nella vita reale, Scott è apertamente gay, attivo nel sostegno alla causa LGBT, ma si dichiara felicissimo di interpretare ruoli da etero, come quello che gli ha proposto Waller-Bridge (ha accettato la parte prima che lei scrivesse la sceneggiatura, fidandosi ciecamente del talento dell’amica).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’alchimia tra i due è semplicemente pazzesca e la hotness del prete a rischio infarto. Se pensate che sto esagerando, fidatevi della dichiarazione di un sito porno inglese: la ricerca di film con pratagonisti dei preti sul loro sito è aumentata del 125% dopo la messa in onda di Fleabag 2. E su Twitter, sotto il mitico #hotpriest, sono state dette per settimane le cose più irriverenti che si possano immaginare.

Il problema vero di quando si guarda Fleabag, in effetti, è il dopo.
Perché la serie lascia una sorta di vuoto cosmico che io prima di oggi ho sentito solo alla fine di Six Feet Under e Mad Men, vale a dire delle due esperienze di serie TV che più mi hanno marcato nella vita. Però attenzione, la differenza è abissale, perché quelle due serie avevano rispettivamente 5 e 7 stagioni, con 10-13 puntate a stagione di almeno un'ora ciascuna. Qui no. Il vuoto cosmico è sproporzionato alla durata della serie, ma tant'è.
La prima cosa, la più ovvia, è stata quella di mettersi a rivederne dei lunghi pezzi. Sì, ma poi? E' stato a  quel punto che, in preda alla disperazione, ho scritto uno status sulla mia pagina Facebook alla ricerca di orfani di Fleabag, tra l'altro nel momento peggiore, quello in cui la gente parlava senza sosta della fine di Game of Thrones. Alcune amiche, per fortuna, mi sono venute in soccorso. Noi, felici poche. Noi, manipolo di sorelle (no, dico, cito l'Enrico V di Shakespeare che se lo sapesse Andrew Scott sverrebbe!). E' stato grazie ad una di loro che ho scoperto che in questo periodo Scott era a teatro a Londra, in una pièce di Noël Coward: Present Laughter, all'Old Vic. Inutile dirvi che dopo circa due ore mi ero comprata un biglietto, e mi ero organizzata un week-end a Londra. 
Ma ancora non mi bastava. 
La vera svolta è stata la scoperta, su FB, di FLEABAG - THE OFFICIAL GROUP. 
Ed è lì che la mia vita è cambiata, perché ho scoperto di non essere sola.
Perché c'è sempre il momento semi-serio in cui ti chiedi: ma sarò pazza? Ed è così meraviglioso scoprire che, eventualmente, sei pazza insieme ad altre migliaia di persone sparse ovunque sul globo terracqueo (perché vi assicuro, una delle prime cose che ho letto era un post di questa ragazza che chiedeva: ma di dove siete, gente là fuori? e dalla Nuova Zelanda al Nuovo Messico, passando per Taiwan e l'Islanda, c'era tutto il mondo). Ed è così che da settimane il mio buon umore è assicurato da questo gruppetto assurdo di gente che passa il tempo a scrivere cose che io trovo assolutamente esilaranti. Qui citerò una serie di cose totalmente incomprensibili per chi non ha visto la serie, ma si tratta di gente che parla di guinea pigs, volpi, lattine di G&T, dove trovare portachiavi a forma di scultura di busto di donna, tote bags con la scritta: Hair is everything, Anthony (I capelli sono tutto, Anthony), gente che organizza Fleabags Quiz nei pub di Londra, che intavola conversazioni perché è "Chatty Wednesday", che pone delle domande tipo: Ma cosa fate nel caso in cui i vostri colleghi a cui avete consigliato di vedere la serie vi dicono che non l'hanno amata? E la risposta, inevitabile, è: Devi semplicemente cambiare lavoro, cara! O ancora: Mio marito non ama la serie. Sto preparando le carte per il divorzio! 
Poi ditemi voi se non è buon umore assicurato per il resto della giornata...
Quando sono andata a vedere Andrew Scott a teatro, l'ho aspettato più di un'ora al freddo e al vento insieme ad un folto gruppo di ragazze visibilmente più giovani di me. Abbiamo fatto una foto insieme e quando l'ho postata sulla pagina dell'official group, nel giro di 10 minuti avevo quasi 350 I Like. Potere dell'Hot Priest, e del culto che gli riserviamo. E io mi sono sentita finalmente compresa.
Mi chiedo spesso: come mai le persone amano così tanto questa seconda stagione?
Lasciando da parte le considerazioni ovvie, su quanto sia scritta e interpretata bene, sulla genialità della sceneggiatura, sulle battute meravigliose, penso che l'elemento che fa la differenza siano loro due. E' la loro storia d'amore. Molto banalmente, siamo tutti alla ricerca di qualcuno in grado di vederci per quello che siamo, al di là di ogni apparenza, di ogni sbaglio, di ogni difetto, dei casini che siamo capaci di generare, delle nostre meschinerie, delle piccolezze e delle nostre paure. E questi due si vedono, eccome se si vedono. 
Qualche volta mi chiedo anche: perché non posso vivere come fa tanta gente una vita normale, dove non c'è mai bisogno di andare al cinema, di vedere serie TV, di leggere dei libri? Vite che scorrono lungo i binari dei giorni, non per forza sempre uguali, ma ben ancorate alla realtà, al quotidiano, alle cose da fare, al cibo da cucinare. La risposta è che non lo so. Non lo so perché ho questo bisogno profondo di altro. Di uscire da me. Di adorare l'idea di vivere altre vite. Ma un paio di settimane fa ho visto il nuovo film di Woody Allen e ad un certo punto lui fa pronunciare una frase ad una delle protagoniste che a me è parsa fondamentale e che diceva più o meno così: La vita reale è per quelli che non sanno inventarsi niente di meglio.
Non ne sono sicurissima ma mi piace tantissimo pensarlo.
E se non sono riuscita a farvi venire voglia, dopo tutto questo sproloquio, di correre a vedere Fleabag, allora non sono servita proprio a niente.
E dunque mettetevi pure a guardare qualsiasi altra serie, fate come se niente fosse, io me ne torno dal mio nuovo gruppo di amici a sospirare sulla bellezza del collo di Andrew Scott, mentre parte in sottofondo un doveroso Kyrie Eleison.
Amen!

venerdì 17 luglio 2015

The Lobster

Ma ci pensate mai alla potenza che può avere il cinema nel raccontare una storia?
Una storia che illumini di una luce nuova, geniale, un tema forse più adatto ad un trattato sociologico che a un film, ma che proprio per questo genera una reazione fortissima, quasi esplosiva?
La settimana scorsa il Cinema Luxor ha proiettato in anteprima alcuni film del Festival di Cannes 2015 e sono così riuscita a vedere The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos, opera vincitrice del Jury Prize.

Gli ospiti dell'hotel (J. C. Reilly, B. Whishaw, C. Farrell)
In un futuro prossimo non meglio specificato (ma più vicino di quanto si pensi?), in un luogo fisico non meglio identificato, la società non permette agli esseri umani di restare single. Se non si ha un compagno/a, lo si è perso/a o ci si è separati, si è costretti a vivere in un hotel dove, nel giro di 45 giorni, si deve trovare qualcuno con cui fare coppia. Pena l’essere trasformati in un animale. David, fresco di divorzio, è appena arrivato all’hotel e cerca di ambientarsi. L’animale in cui ha scelto di trasformarsi, se le cose non dovessero andare bene, è un’aragosta (perché vivono a lungo e stanno in acqua, un elemento che gli piace molto). Dopo un tentativo mal riuscito di formare una coppia con una donna senza cuore, David scappa dall’hotel e trova rifugio nella foresta, dove viene accolto da un gruppo di ribelli. Rispetto all’albergo, qui il problema è opposto: i ribelli non accettano il formarsi di coppie o il nascere di un amore, e chi viene sorpreso anche solo a baciare qualcun’altro, passa un brutto momento. David però finisce con l’innamorarsi, ricambiato, di un’altra “ribelle”. Riusciranno i nostri eroi a farla franca?
The Lobster è un fantastico esempio di cinema dell’assurdo. 
Il grottesco, il ridicolo, il delirante, qui si mischiano, si parlano, si intrecciano, dando vita ad una storia che lascia prima spiazzati, poi un po’ depressi, e infine sorpresi dalla profondità degli intenti.
Lanthimos fa una critica precisa alla società moderna su un tema che, francamente, tocca  ciascuno di noi. Perché tutti siamo in qualche tipo di relazione interpersonale o vorremmo esserlo, e perché il mondo che ci circonda ci ricorda continuamente che tutto è fatto per due o, meglio ancora, per una famiglia. 

Basti pensare alle pubblicità che ci martellano con l’immagine di famigliole perfette e felici, o agli sconti per due sui viaggi di qualsiasi tipo, o alla tristezza che ingiustamente ci prende sempre o comunque alla vista di una persona che cena sola in un ristorante. Da lì alla polizia che ti viene a chiedere se sei da solo quando ti vede fermo nella hall di un centro commerciale e ti chiede i documenti per dimostrare che sei in coppia (una delle scene più geniali del film), a me tutto sommato il passo sembra breve.
Più il crinale tra realtà e delirio puro è sottile, più il film è efficace. Lanthimos è scientifico nella sua dissezione delle relazioni di coppia. Ce n’è per tutti, non solo per i single. Le unioni sembrano basate su falsità mascherate da intese perfette e, in caso di crisi, alla coppia viene dato (altra idea geniale) un bambino già fatto e grandicello. Il film è attraversato da una vena di violenza che resta più suggerita che reale, ma è alleggerito da momenti di grande comicità che rendono il tutto ancora più straniante e singolare.  
David (C. Farrell) e la sua innamorata (R. Weisz)
Conoscevo Lanthimos di fama ma non avevo mai visto un suo film prima d’ora, e di sicuro The Lobster fa venire voglia di scoprirlo. Qui è alla sua quarta prova ma al primo film “internazionale”, e pare che un budget più sostenuto e la presenza di attori famosi non abbiano cambiato di molto la sua cifra stilistica: una satira feroce (ma divertente) e un occhio attento alle dinamiche di gruppo. Girato in Irlanda con luci quasi interamente naturali, il film vanta un cast davvero notevole: un Colin Farrell sperduto e ingrassato nella parte di David, una bellissima (nonostante sia priva di trucco) e bravissima Rachel Weisz in quella della sua innamorata, i sempre perfetti Ben Whishaw e John C. Reilly nella parte di due ospiti dell’hotel e una straordinaria Olivia Colman in quella dell’hotel manager. L’unica che, stranamente, qui non ha il physique du rôle, è Léa Seydoux come capa dei ribelli. A mio avviso ci sarebbe voluto qualcuno di più "impressionante" dal punto di vista fisico e forse anche con un pizzico di ferocia in più.
Il regista Y. Lanthimos sul set
The Lobster è uno di quei film che rimane attaccato sotto-pelle e a cui si pensa per giorni, facendosi un sacco di domande, e avendo voglia di discuterne con chi l’ha già visto. Il che è sempre un buon segno, per quanto mi riguarda.
Inutile specificare che la mattina dopo mi sono svegliata chiedendomi in quale animale avrei voluto essere trasformata. Perché, siamo onesti, con i tempi che corrono, chi mai potrebbe trovare l’anima gemella in soli 45 giorni??!

domenica 29 aprile 2012

Un uomo, una donna

A Parigi piove. 
Piove e fa freddo. Quindi, cos'altro si può fare se non passare il tempo al cinema? Negli ultimi giorni ho visto due film notevolissimi che, pur nella loro profonda diversità, mi hanno scosso ed emozionato in egual misura toccando lo stesso tema: l'incontro inatteso di due esseri umani (in grado di cambiare il corso delle loro esistenze). I film di cui sto parlando sono il tedesco Töte mich (Uccidimi) di Emily Atef e l'inglese Tyrannosaur (Tirannosauro) di Paddy Considine.
Töte mich ha una trama davvero originale: Adele è una ragazzina di 15 anni che sta cercando di suicidarsi, con scarso successo. Qualche mese prima, lei e il fratello maggiore hanno avuto un incidente in motorino: lui è morto sul colpo, lei, dopo qualche giorno di coma, se l'è cavata. Da quel momento, per Adele la vita non ha più senso, ma da sola non riesce a risolversi a morire (l'idea è quella di buttarsi giù da un dirupo). Un fatto inaspettato le viene in aiuto: Timo, un uomo scappato di prigione, si rifugia nella fattoria nella quale vive Adele. Lei promette di aiutarlo a mettersi in salvo, ma in cambio lui la dovrà uccidere (Adele sa che Timo era in carcere per aver ucciso il padre). Non avendo scelta, l'uomo accetta, ma la loro fuga si trasforma in un viaggio dagli esiti sorprendenti...
Tyrannosaur è invece ambientato nella periferia di Glasgow:  Joseph è un uomo triste, solitario e rabbioso che passa le sue giornate a bere al pub. I suoi unici amici sono il suo cane (che Joe uccide con un calcio nella sequenza iniziale del film...), e Sam, un bambino che vive di fronte al suo miserabile appartamento. Un giorno, Joseph cerca rifugio nel negozio in cui lavora Hannah, una donna altrettanto triste e disperata, con un marito violento che la violenta e la ammazza di botte. Il sorriso e la dolcezza di Hannah scalfiscono a poco a poco il cuore indurito di Joseph e quando, dopo l'ennesimo episodio di violenza, lei lascia il marito e si trasferisce a casa di lui, entrambi sanno che quella potrebbe essere la loro ultima occasione di felicità. Ma le cose, si sa, non vanno mai come ci si aspetterebbe...
Maria Dragus - Adele
Spesso sono accusata dai miei amici di trascinarli a vedere dei film alquanto deprimenti. La verità è che quello che davvero mi deprime, al cinema, sono i film brutti, scritti male e interpretati peggio. Per quanta disperazione ci possa essere nella trama di un film, se questo film è ben fatto, significa che ci regalerà momenti di inaspettata bellezza e felicità. Significa che ci farà entrare in vite sconosciute che ci aiuteranno a dimenticarci un po' delle nostre, ci aiuterà a farci capire che al mondo c'è pure di peggio, o a farci sentire che le nostre disperazioni sono le stesse di persone che vivono lontano da noi ma che per questo non sono meno fratelli. Insomma, il cinema è un modo per sentirci meno soli e, forse (speriamo!), per renderci persone migliori.
In questi due film, la disperazione dei protagonisti è talmente sentita, vera, reale, che non possiamo non essere commossi dal loro destino, dalla loro fragilità, e sperare che dietro l'angolo li aspetti qualcosa di meglio. Sono anche due film molto pudichi, in cui le emozioni non sono mai sbandierate, o utilizzate per provocare facili identificazioni. Il dolore ha reso gli uomini di questi film violenti, freddi e solitari, mentre ha reso le donne compassionevoli ma vittime e succubi delle loro stesse esistenze. Solo l'incontro degli uni con le altre sarà in grado di spezzare questo circolo vizioso e disperante.
Olivia Colman - Hannah
Bravi i registi di queste pellicole: la Atef ha al suo attivo diversi film, che temo non siano mai arrivati in Francia o in Italia, mentre Paddy Considine è alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Davanti alla macchina da presa, invece, c'è già stato innumerevoli volte, essendo un attore piuttosto conosciuto (forse qualcuno di voi lo ricorderà in In America di Jim Sheridan, o ancora in The Bourne Ultimatum, Submarine, 24 Hours Party). 
Paddy Considine
Ma qui, la vera bravura, sta nella scelta degli attori. Tutti e quattro assolutamente eccezionali: Maria Dragus e Roeland Wiesnekker in Töte michOlivia Colman e Peter Mullan (anche lui un attore/regista) in Tyrannosaur. Ma, devo ammettere, le donne rubano la scena agli uomini: la giovanissima Maria Dragus fa miracoli nella sua interpretazione di Adele, mettendo in atto una vera trasformazione fisica oltre che psicologica, mentre Olivia Colman (pioggia di premi su dei lei per questo ruolo, ovvio), entra di diritto nella schiera delle più brave attrici in circolazione. La sua Hannah spezzerebbe il cuore anche al più feroce degli assassini: quando nella disperazione più nera trova il coraggio di tirare fuori un sorriso, lo fa con un candore e una dolcezza tali da far dimenticare tutte le brutture di questo mondo.
Per gli Zazie d'Or ai migliori attori, quest'anno, io direi che stiamo già a posto.



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