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domenica 1 marzo 2015

Polyester in Odorama

Yesterday night I went with a group of friends to see the cult movie Polyester (1981) by American independent film-maker John Waters in a small cinema near La Sorbonne, the Studio Galande.
This arty cinema is particularly famous for hosting every Saturday night the Rocky Horror Picture Show, but yesterday evening there was another event which attracted a small but very enthusiastic group of people: Polyester in ODORAMA!
And I'm sure you're wondering what it is...
Strange but true, this film was originally conceived this way, as a smelly movie.
At the entrance of the cinema every person receives a card with 10 numbers on it, and every now and then - during the vision - you have to scratch the number and smell the good (or bad!) odour corresponding to that scene:
The story of Polyester is absolutely hilarious: Francine Fishpaw (played by the drag queen Divine, the main actress in any Waters film) is a housewife in suburban Baltimore. She wishes to have a "normal American family" but she's far from it: her (unfaithful) husband is running the local cinema porno, their daughter Lulu is hanging around with the worst guys in town and their son Dexter is a foot fetishist and a drug addict. Not to mention the fact that Francine's mother, once she hears that her daughters is divorcing from a very rich man (porno always pays well!), tries to steal her money in very a mean way: she makes a deal with a good looking man, Todd Tomorrow, to seduce Francine and have her divorce settlement.
The only ray of light in Francine's life is her best friend, Cuddles, once a housekeeper and now a very wealthy woman (she inherited form the family she was working for). When Dexter is put in prison for assaulting a woman (well, her foot...), and Lulu declares to be pregnant and wanting to have an abortion, Francine seeks comfort in alcohol. But just when things look very bad, some good surprises are on their way...
Todd Tomorrow (Tab Hunter) and Francine Fishpaw (Divine)
I adore John Waters cinema. His sense of humour is one of the most intelligent and whimsical I have ever come across in movies. To make you an example, in Polyester Todd Tomorrow is the owner of a Drive In where they show just arty movies (!!!):
The idea that in a Baltimore Drive In they're programming the trilogy of Marguerite Duras, one of the most intellectual things ever, is just too ridiculous. Not only that: at the restaurant of the theatre, people are eating oysters and drinking champagne and Divine (with a very perplex look) flips through the pages of the Cahiers du Cinéma...
The other character to die for in the movie is Cuddles: a fat, old, toothless, ignorant woman that goes around in a fancy car with chauffeur, wears dresses to play tennis or ride a horse and is desperately seeking the right evening gown for her debutant ball... believe it or not!
Cuddles Kovinsky (Edith Massey)
The Odorama gimmick was funny and a bit crazy too. 
If you're curious to know, this is the list of the smells we were able to "enjoy":
1. A rose flower 
2. Flatulence (yes, they can!)
3. Model Airplane Glue
4. Pizza
5. Gasoline in a can
6. Skunk (awful!)
 7. Natural Gas from an oven
8. A new car smell of leather upholstery (my favourite one!)
9. Dirty shoes (disgusting!)
10. Air Freshener from an aerosol can
Ah, the things that cinema lovers wouldn't do for their passion!
I wish to thank my friends Alessandro, Nico, Arco, Francesca and Valentina for having shared this amazing experience with me.
The Rocky Horror Picture Show will be for the next time, guys!

domenica 22 aprile 2012

Honoré, Mon Amour!

Ieri sera sono stata al Théâtre aux Abbesses a vedere Hiroshima, Mon Amour di Marguerite Duras, diretto da Christine Letailleur.
Da questo testo, nel 1959, Alain Resnais ha tratto uno dei film più belli della storia del cinema, un'opera fondamentale della Nouvelle Vague, con due attori straordinari come Emmanuelle Riva e Eiji Okada. 
Personalmente, sono affezionata a questo film in maniera viscerale, perché mescola due delle grandi passioni della mia vita: il cinema e il Giappone. 
Hiroshima, Mon Amour racconta una notte d'amore tra un'attrice francese venuta a girare a Hiroshima un film sulla pace (a 14 anni dalla bomba atomica) e un architetto giapponese conosciuto per caso. La scrittura della Duras, lo sapete bene, è una scrittura molto particolare. Le frasi sono brevi, ripetute, le immagini nascono da una semplice descrizione, dalla fugace apparizione di un pensiero, di una sensazione, e vengono fermate per sempre dalla reiterazione di una parola, in una sorta di trance ossessiva.
La trasposizione di un testo del genere in spettacolo teatrale, diciamocelo, è compito assai arduo, ma devo dire che la Letailleur se l'è cavata piuttosto bene, aiutata anche dall'ottima interpretazione degli attori principali, Valérie Lang e Hiroshi Ota. In particolare, ho molto amato la prima, lunghissima scena, dove gli attori, completamenti nudi, stanno "sdraiati" su un letto nero ribaltato in senso verticale. E' un'idea semplice ma molto efficace, e crea la giusta atmosfera per trasportare gli spettatori nel vortice di sensazioni che il dialogo tra l'uomo e la donna crea a poco a poco.
Si tratta in effetti di uno spettacolo molto sobrio, molto fedele al testo, e nonostante la grandiosità del film sia inarrivabile, trovo che a teatro il testo della Duras trovi molto più spazio, come se le parole diventassero più importanti della messa in scena stessa.
Insomma, ero tutta contenta di averlo visto, e all'uscita stavo discutendo dello spettacolo con i miei amici Denis et Laura, quando a pochi passi di distanza mi è sembrato di riconoscere il volto di qualcuno. C'era un uomo barbuto che stava andando verso uno scooter parcheggiato davanti al teatro, e io mi dicevo che l'avevo già visto. Poi ho avuto un'illuminazione: quello era il regista francese Christophe Honoré
Ne ho già parlato più volte, in questo blog: per me Honoré è uno dei più interessanti registi contemporanei, e io lo considero niente-poco-di-meno che il Jacques Demy dell'era moderna (non so se ci rendiamo conto del complimento!). Ho esitato un po', poi, quando ho visto che era stato raggiunto da un amico e avevano già i loro caschi sulla testa, mi sono precipitata verso di lui: Siete Christophe Honoré? gli ho chiesto. Lui mi ha fatto un bel sorriso (ah, quanto mi piacciono gli uomini con la barba quando sorridono!): Sì, sì, sono io. Allora gli ho fatto un sacco di complimenti per i suoi film e poi gli ho chiesto se gli era piaciuto lo spettacolo (ho scoperto che più o meno la pensava come me). E poi niente, ho augurato a entrambi una buona serata, e loro sono partiti. Ogni volta che faccio queste cose mi dico che devo sembrare una pazza. Però, nonostante tutto, continuo a farle. Non è umanamente possibile, per me, incontrare un regista che apprezzo e non fargli una dichiarazione d'amore seduta stante. Non me lo perdonerei mai.
Per Honoré, avrei persino potuto usare le parole della Duras che fanno da leitmotiv a Hiroshima, Mon Amour: Tu me tues, tu me fais du bien! (Tu mi uccidi, tu mi fai del bene!). 
Ma soprattutto del bene.

giovedì 3 febbraio 2011

My name, is Michael Lonsdale

Mi arrendo all’evidenza: ho un debole per gli attori che di nome fanno Michael. Sulla scia dell’entusiasmo per la Master Class di Michael Caine, sono corsa a vedere un altro incontro con il pubblico (questa volta al Théâtre du Rond-Point, sugli Champs Elysées) di un attore straordinario, il franco-britannico Michael Lonsdale.
Non molto famoso in Italia, ma conosciuto ed amato dai Francesi, Lonsdale ha avuto quest’anno la sua consacrazione definitiva, grazie al ruolo di Padre Luc nel film di Xavier Beauvois Des Hommes et des Dieux, inaspettato campione d’incassi in Francia (oltre 3 milioni di spettatori) e catalizzatore di numerosi premi (Grand Prix du Jury al Festival di Cannes e ora grande favorito con 11 nominations ai Césars, gli Oscar à la Française, che si terranno a Parigi il 25 Febbraio).
Prossimo agli 80 anni, aria da gigante buono, lunga barba bianca, l'attore si presenta con la sua camminata lenta e strascicata sul palco del teatro, salutato da una vera e propria ovazione. Tutti i suoi fans si sono dati appuntamento qui. La serata, organizzata da Télérama, prevede una serie di domande da parte di una giornalista, ma la verità è che lui strega il pubblico con lunghi monologhi vivaci, senza alcun bisogno di un aiuto esterno. L’attore ripercorre la sua vita e la sua carriera, parla dell’infanzia vissuta in Marocco, con una madre francese e un padre inglese, parla del suo arrivo a Parigi nel 1947, della sua estrema timidezza e del suo desiderio di diventare un attore. Solo un grande sforzo di volontà gli permette di far sentire forte e chiara la sua voce, anziché bisbigliare come gli sarebbe più congeniale, o di esprimere sentimenti estremi come la rabbia (racconterà che un’insegnante dovrà minacciarlo di buttarlo fuori dal corso perché lui si metta a recitare un testo con violenza).
La carriera di Lonsdale, ricchissima e sterminata, inizia sulle scene negli anni ‘50, con una predilezione per autori come Beckett e Ionesco, e confluirà naturalmente nel cinema, dal quale l’attore è estremamente affascinato. Numerosi sono i grandi registi con i quali si trova a lavorare, sia francesi che internazionali (aiutato dal perfetto bilinguismo): Luis Bunuel, Orson Welles (Lonsdale racconta con stupore della telefonata ricevuta dal regista per proporgli una parte nel Processo tratto da Kafka), Joseph Losey, Louis Malle, Alain Resnais, Jacques Rivette, François Truffaut, Jean Eustache (dove riesce a far credere, grazie alla sua bravura, al bizzarro e sconcio racconto di Une sale histoire). Un rapporto molto importante sarà quello con Marguerite Duras, per la quale Lonsdale recita sia a teatro (L’Amante Anglaise) che al cinema (India Song) e alla quale lo legherà un’amicizia fraterna durata fino alla morte della scrittrice. La notorietà invece arriva con Truffaut, grazie a due ottimi ruoli di composizione (prima in La Mariée était en noir e poi in Baisers Volées) e, piuttosto incredibilmente, con la parte del cattivo in un film di 007, Moonraker, del 1979.
Negli ultimi anni, Lonsdale ha recitato in film di registi famosi e a grosso budget come James Ivory e Steven Spielberg e in film di giovani registi francesi alle prime armi e senza un soldo, dimostrando ancora una volta la sua estrema curiosità e la sua incredibile capacità di adattamento. Des Hommes et des Dieux, tuttavia, gli è sembrato subito qualcosa di speciale. E questo perché, anche se molto discretamente, Lonsdale non fa mistero della sua fede cristiana. Una parte come quella di Padre Luc, lo ammette, gli è sembrata una vera “benedizione” (e speriamo che la giuria dei Césars non si faccia sfuggire l’occasione di assegnargli il premio come miglior attore non protagonista, perché Lonsdale è semplicemente perfetto, nel film: misurato, intenso, commovente senza mai essere patetico, profondo senza mai essere pesante. Da Oscar, altro che da César!).
Lonsdale è cosi anche nella realtà: gentile, elegante, sempre sorridente, con quella capacità di prendersi in giro tipica degli umili e dei veri grandi. Il tempo in sua compagnia passa piacevolmente e velocissimamente.
Quando è il momento delle domande da parte del pubblico, l’attore desidera guardare in volto tutte le persone che gli stanno parlando e quindi chiede alla gente di sbracciarsi perché lui le possa inquadrare nonostante le luci accecanti del palco. Una signora prende il microfono per fargli una domanda. “E’ lei la signora che ho incontrato in autobus?” le chiede Lonsdale (e quanto ci sta simpatico il fatto che sia venuto alla serata in suo onore con i mezzi pubblici?). E la signora, un po’ piccata: “No, non sono io. Preferisce parlare con lei?”. “No, chère madame, continui pure. Io e la signora ci siamo già detti tutto in autobus!”.
 Il pubblico ride ed applaude, è un fascino autentico quello che sprigiona da questo vecchio signore. Qualcuno in pace con il mondo, e si vede, si sente, si percepisce.
"Gli attori non sono capaci di avere una vita normale. Sono persone incapaci di vivere il quotidiano, hanno bisogno di credere che ci sia qualcos’altro, sempre. Qualcuno ha detto che gli attori sono i testimoni dell’invisibile".

Quando Lonsdale si alza e si allontana, quel qualcos'altro, qualsiasi cosa sia, sembra proprio essere a portata di mano.






sabato 10 aprile 2010

My own private Japan

Sarà capitato anche a voi, credo.
Di avere una semplice immagine in testa, un ricordo visivo, un momento cinematografico che per ragioni strane, insondabili, arriva per restare per sempre e creare tutto intorno un mondo a parte.
Metà reale, metà fittizio.
Quello che avete in mente, non è la stessa cosa che aveva mente il regista quando l'ha girata, probabilmente, eppure questo è il bello dell'arte, cinematografica e non.
Le opere parlano in maniera diversa a ciascuno di noi, toccando corde segrete che fanno risuonare desideri sopiti, nascosti chissà dove, provenienti da chissà quale pianeta.
Un pianeta che solo noi conosciamo, e che a volte ci riesce di condividere con altri essere umani, a volte no.
A me è successo molto spesso e, in alcuni casi, queste immagini sono state così evocative, da avere il potere di portarmi in un luogo preciso.
Uno di questi luoghi, si chiama Giappone.
I motivi per cui questo paese è il mio preferito al mondo, sono tanti, piuttosto validi, e reali, ma se mi chiedete perché mettendo piede in questo arcipelago la mia felicità è assoluta, entrano in gioco fattori che con la logica non c'entrano niente.
Entrano in gioco quelle famose immagini di cui parlavo, pezzi di ricordi che formano il nostro pianeta interiore.
E così io penso immediatamente alla scena iniziale di Rashomon di Kurosawa, con tutta quella pioggia, quel tempio distrutto, quei tre uomini seduti a parlare.
Penso a certe scene di dialogo dei film di Ozu, con padri e figlie fianco a fianco sul tatami, nel caldo dell'estate, o nella fresca brezza autunnale, che sorseggiano un té verde in yukata.
Penso a Emmanuelle Riva sulla terrazza di un hotel giapponese mentre bacia Eiji Okada, e alla litania suadente della frase "Tu n'as rien vu, à Hiroshima", ripetuta allo sfinimento lungo tutto il film. Il film è, ovviamente, Hiroshima, Mon Amour di Alain Resnais, anno 1959, sceneggiatura di Marguerite Duras.

E mi dico che è bello che il cinema abbia questo potere, il potere di farci fare le valigie e partire, per verificare se quello che abbiamo in testa esiste davvero, e non è stato solo frutto della nostra immaginazione. E di quella del regista.
E qualche volta si rimane delusi, ma qualche volta no.

Ogni viaggio in Giappone è stato per me una riconferma, un ritrovare intatti quei pezzi così preziosi per me, e la felicità di poter rubare le parole che il poeta Giorgio Caproni aveva usato per descrivere la sua prima volta in un luogo a lungo sognato:
Non c'ero mai stato, m'accorgo che c'ero nato.





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