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venerdì 20 marzo 2020
lunedì 30 dicembre 2013
Philomena
E quando l'anno è finito e una pensa di aver già visto tutti i film belli che c'erano da vedere, ecco che spunta la sorpresa, la pellicola che lascia il segno, la storia che conquista: Philomena di Stephen Frears.
In vacanza in Italia, devo ringraziare per la visione del film in lingua originale il Cinema Apollo di Milano che, molto saggiamente, ha deciso di proiettare (e spero continuerà a farlo) alcuni film nella loro lingua madre. Ho purtroppo assistito, mentre ero alla cassa, a scene di gente che SE NE ANDAVA perché scopriva che il film era in inglese... Ecco, poi un giorno scriverò un lungo post in cui esprimerò tutto il mio malcontento nei confronti delle persone che rifiutano di vedere i film in lingua originale con la scusa ridicola che non riescono a leggere il sottotitolo e a godersi le immagini... ma oggi soprassederò (e comunque, Povera Italia! Altro che paese europeo...).
Tanto vale ammetterlo subito: a me Stephen Frears piace un sacco. Inglesaccio di Leicester, classe 1941, è un uomo famoso per il suo parlare chiaro, la sua ironia e una certa vena dissacratoria. Uno di quei registi a cui mi sono affezionata da giovanissima e che non ho mollato più (nel 1983 ho visto una cosa sua stupenda: Loving Walter, un film per la TV con Ian McKellen, che è uno dei miei più forti ricordi cinematografici). Tendenzialmente, a Frears perdono tutto, anche alcuni film veramente brutti che ha fatto nella sua carriera (specie negli Stati Uniti, come se la lontananza dal Regno Unito gli facesse male). Ma, di sicuro, Frears non ha bisogno di farsi perdonare questa sua ultima prova, che ho trovato assolutamente perfetta.
Philomena è ispirato ad un libro scritto dal giornalista inglese Martin Sixsmith: The Lost Child of Philomena Lee (Il bambino perduto di Philomena Lee), in cui viene raccontata la storia vera (!) della signora Lee. Rimasta incinta giovanissima nell'Irlanda super cattolica degli anni '50, viene spedita dal padre, che la ripudia, in un convento di suore, dove Philomena dà alla luce un bambino, Anthony. Quando il bimbo ha pochi anni, secondo una prassi in uso all'epoca nei conventi irlandesi, viene dato in adozione ad una coppia di facoltosi americani. Dopo averlo cercato invano per moltissimi anni, la donna, che nel frattempo si è fatta una famiglia, decide un giorno di raccontare quanto le è accaduto alla figlia. Per una serie di circostanze, un ex-giornalista della BBC, Martin Sixsmith, si interessa alla storia di Philomena, ed insieme a lei inizierà la ricerca di questo figlio perduto attraverso l'Irlanda e gli Stati Uniti, un vero e proprio viaggio di scoperta dai risvolti emotivi del tutto inaspettati.
Non so a voi, ma a me sembrano sempre più rari quei film dalla struttura narrativa semplice, confezionati in maniera piuttosto classica, che ti regalano un paio d'ore di cinema bellissimo e sincero. Philomena, certamente, non è un film di rottura, di invenzioni registiche indimenticabili, di sconvolgimenti intellettuali, ma è un signor film dalla F maiuscola, con una sceneggiatura solida ed armoniosa (scritta per altro dall'attore principale del film, Steve Coogan, insieme a Jeff Pope), dialoghi intelligenti, pieni di ironia, mai sdolcinati o ammiccanti, attori che manco ve lo sto a dire (che della bravura eccezionale di Judi Dench cosa si potrebbe scrivere che già non sia stato scritto?) e una regia talmente discreta e al servizio della storia che è una gioia starla a guardare.
Detto questo, Philomena nasconde una forza deflagrante che cresce con il procedere della storia e con le scoperte che questa donna semplice e un po' ignorante ma dalla dignità rara (sullo schermo e nella vita reale) è costretta a fare. Mai banale, mai ricattatorio, il film riesce a dire magnificamente quello che ha da dire, con un'intensità di sentimenti - veri, forti, non quelli incolori che spesso abbondano in certi filmetti - a cui è difficile resistere. La figura di merda che riesce a far fare alla Chiesa Cattolica Irlandese è esemplare: ragazzine rimaste incinta per pura ignoranza sessuale costrette a partorire tra atroci dolori e a lavorare sette giorni su sette per espiare le loro "colpe", bambini strappati alle loro madri e venduti al miglior offerente, suore stronze che nemmeno a 50 anni di distanza riescono ad ammettere la loro cattiveria e ancora pensano di poter giudicare gli altri e di guardare il resto del mondo dall'alto della loro (presunta) superiorità morale. Ma, per fortuna, niente e nessuno può intaccare la figura di questa donna che ha lottato tutta la vita per ritrovare una parte così fondamentale di lei stessa.
L'irresistibile Philomena ci fa capire che, se la giustizia divina davvero esiste, all'inferno - di sicuro - non ci marcirà lei. Evviva!
In vacanza in Italia, devo ringraziare per la visione del film in lingua originale il Cinema Apollo di Milano che, molto saggiamente, ha deciso di proiettare (e spero continuerà a farlo) alcuni film nella loro lingua madre. Ho purtroppo assistito, mentre ero alla cassa, a scene di gente che SE NE ANDAVA perché scopriva che il film era in inglese... Ecco, poi un giorno scriverò un lungo post in cui esprimerò tutto il mio malcontento nei confronti delle persone che rifiutano di vedere i film in lingua originale con la scusa ridicola che non riescono a leggere il sottotitolo e a godersi le immagini... ma oggi soprassederò (e comunque, Povera Italia! Altro che paese europeo...).
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| Stephen Frears, il regista di Philomena |
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| Philomena (Judi Dench) e Martin (Steve Coogan) |
Non so a voi, ma a me sembrano sempre più rari quei film dalla struttura narrativa semplice, confezionati in maniera piuttosto classica, che ti regalano un paio d'ore di cinema bellissimo e sincero. Philomena, certamente, non è un film di rottura, di invenzioni registiche indimenticabili, di sconvolgimenti intellettuali, ma è un signor film dalla F maiuscola, con una sceneggiatura solida ed armoniosa (scritta per altro dall'attore principale del film, Steve Coogan, insieme a Jeff Pope), dialoghi intelligenti, pieni di ironia, mai sdolcinati o ammiccanti, attori che manco ve lo sto a dire (che della bravura eccezionale di Judi Dench cosa si potrebbe scrivere che già non sia stato scritto?) e una regia talmente discreta e al servizio della storia che è una gioia starla a guardare.
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| Philomena Lee (Judi Dench) |
L'irresistibile Philomena ci fa capire che, se la giustizia divina davvero esiste, all'inferno - di sicuro - non ci marcirà lei. Evviva!
mercoledì 14 ottobre 2009
Lascia perdere, Johnny!
Non ho mai MAI amato la politica.
Me ne sono sempre tenuta lontana, istintivamente. Non ci ho mai creduto. Soprattutto in un paese come l’Italia, non mi ha mai sfiorato il pensiero che potesse davvero cambiare qualcosa. Ammiro smisuratamente quegli amici che, nonostante tutto, continuano ad impegnarsi e a lottare per le giuste cause. Non so proprio come facciano.
Io ho sempre avuto un unico tema al quale negli anni non ho mai smesso di dedicare la mia attenzione: la causa, diciamo così, “omosessuale”. Il motivo è molto semplice: mi riguarda da vicino. L’unico fratello che ho è gay. La maggior parte dei miei amici, pure.
Se devo dirla tutta, mi ha sempre fatto strano dover “lottare” per una cosa del genere.
Dal mio punta di vista, infatti, non ci sarebbe nulla per cui lottare. Insomma, non ho mai capito dove sta il problema. Perché l’orientamento sessuale di qualcuno dovrebbe suscitare scandalo, o dibattito? E infatti non dovrebbe, ma a quanto pare viviamo in un paese il cui livello di civiltà non è abbastanza elevato per capirlo. E stiamo parlando degli anni 2000. Anni in cui, tanto per dirne una, persino nelle fictions nazional-popolari un gay dolce&gabbana-look-a-like non manca mai. E già qua inizia il primo inghippo: l’omosessuale può comparire, certo, ma è solo e soltanto di un certo tipo: è sensibile, simpatico, intelligente, spesso belloccio, ed è il perfetto amico delle donne. Altrimenti, come si fa ad accettarlo?
Io ho saputo che mio fratello era gay, perché lui me ne ha parlato chiaramente, quando avevo si e no 15 anni. E non erano gli anni 2000, no, signori e signore. Erano i primi anni ’80, e di gay nella TV italiana neanche l’ombra. La società tutta, la chiesa tutta, la stampa tutta, avevano un’unica cosa da dirmi sull’argomento: tuo fratello è SBAGLIATO, tuo fratello ha qualcosa che NON VA. Ed è GRAVE.
Io mi sentivo abbandonata a me stessa, e terrorizzata. Guardavo mio fratello e mi sembrava normale. Guardavo i miei amici e mi sembravano normali. Ma a quanto pare ero l’unica a vederli così.
E’ stato il cinema, ancora una volta, a venirmi incontro e a salvarmi.
Nel 1986, il regista inglese Stephen Frears ha portato sugli schermi un film scritto da un allora giovane e sconosciuto autore anglo-pakistano di nome Hanif Kureishi, dal divertente titolo My Beautiful Laundrette (letteralmente: La mia bella lavanderia).
Io mi sono precipitata al cinema a vederlo per due motivi: la trama, che mi pareva fantascientifica date le circostanze (due ragazzi gay, uno inglese e l’altro pakistano, decidono di aprire una lavanderia a gettoni a Brixton, quartiere malfamato di Londra) e l’attore protagonista, Daniel Day Lewis. Ci tengo a precisare che, all’epoca, nessuno, e sottolineo nessuno, sapeva chi fosse Daniel Day Lewis. Io ero uscita pazza a vederlo recitare la parte dell’irresistibile snob Cecil Vyse in A room with a view (Camera con Vista) di James Ivory, e avevo deciso seduta stante che quello era il più grande attore della sua generazione (due premi oscar e 20 anni di strepitosa carriera dopo, posso dire che sono stata lungimirante?).
Eppure non avevo idea che quel film mi avrebbe cambiato la vita. Già, perché non solo in questo film mi stavano dicendo che mio fratello non aveva nessun problema, ma mi stavano addirittura facendo capire che mio fratello era super cool. E sapete cosa? Daniel Day Lewis, che nel film si chiama Johnny, non è un tipo particolarmente dolce e sensibile. No, è un ex-punk, ex-naziskin, con i capelli colorati metà scuri e metà biondi, che se ne strabatte di stare con un pakistano (e sullo schermo i due ragazzi si baciano e fanno sesso proprio come due etero qualsiasi), che spaccia droga per riuscire a trovare i primi soldi con cui aprire la lavanderia (che non a caso viene chiamata Powders, “polverine”...). Narra la leggenda che Stephen Frears non ne volesse sapere di far recitare Daniel Day Lewis. Figlio del poet laureate (quello che scrive le poesie per la Regina, tanto per intenderci) anglo-irlandese Cecil Day Lewis, nipote del produttore Sir Michael Balcon (quello degli Ealing Studios), Day Lewis trasudava troppa classe alta per Frears. Ma un bel giorno il nostro Daniel si è prentato all’audizione sfoggiando un perfetto slang dei bassifondi, e minacciando Frears che certi suoi amici non proprio raccomandabili gli avrebbero spaccato la faccia se non avesse avuto la parte. E deve averlo convinto.
My Beautiful Laundrette è il film più “vivo” che io abbia mai visto. Ho cercato a lungo un altro aggettivo, non l’ho trovato. Sprizza energia da tutti i pori della pellicola: è un film contro la Tatcher, contro il razzismo verso i pakistani (e allo stesso tempo contro alcune stupide tradizioni pakistane), contro la mentalità naziskin tipica di certa Inghilterra povera e ignorante, e contro le differenze di classe. E’ uno dei film più politically incorrect che abbia mai visto, talmente oltre da saltare a pié pari il “problema” dell’omosessualità di entrambi i protagonisti (problema? quale problema?). E’ una tale boccata d’aria, che ti si riempiono i polmoni di ossigeno in una sola immagine. E’ irriverente e spensierato. L’ultima scena, in cui Johnny e Omar si spruzzano con l’acqua di un lavandino ridendo come due bambini, con in sottofondo il glu glu glu di una lavatrice, ben rappresenta la vitalità e l’allegria con la quale si esce dalla sala dopo aver visto il film.
Leggendo questa mattina i giornali italiani e scorrendo le perle di saggezza uscite dalla bocca della Binetti e di Castelli sul tema dell’omosessualità, ho ripensato a Johnny.
L’ho rivisto che tira fuori la ingua per baciare il collo di Omar mentre dà un’occhiata complice alla macchina da presa. Ho pensato: Lascia perdere, Johnny, questi non ti capiranno mai.
E sai cosa? Non importa, vorrà dire che verremo tutti nella tua lavanderia a lavare i nostri panni sporchi. Loro, immagino, non ne avranno bisogno.
Io ho sempre avuto un unico tema al quale negli anni non ho mai smesso di dedicare la mia attenzione: la causa, diciamo così, “omosessuale”. Il motivo è molto semplice: mi riguarda da vicino. L’unico fratello che ho è gay. La maggior parte dei miei amici, pure.
Se devo dirla tutta, mi ha sempre fatto strano dover “lottare” per una cosa del genere.
Dal mio punta di vista, infatti, non ci sarebbe nulla per cui lottare. Insomma, non ho mai capito dove sta il problema. Perché l’orientamento sessuale di qualcuno dovrebbe suscitare scandalo, o dibattito? E infatti non dovrebbe, ma a quanto pare viviamo in un paese il cui livello di civiltà non è abbastanza elevato per capirlo. E stiamo parlando degli anni 2000. Anni in cui, tanto per dirne una, persino nelle fictions nazional-popolari un gay dolce&gabbana-look-a-like non manca mai. E già qua inizia il primo inghippo: l’omosessuale può comparire, certo, ma è solo e soltanto di un certo tipo: è sensibile, simpatico, intelligente, spesso belloccio, ed è il perfetto amico delle donne. Altrimenti, come si fa ad accettarlo?
Io ho saputo che mio fratello era gay, perché lui me ne ha parlato chiaramente, quando avevo si e no 15 anni. E non erano gli anni 2000, no, signori e signore. Erano i primi anni ’80, e di gay nella TV italiana neanche l’ombra. La società tutta, la chiesa tutta, la stampa tutta, avevano un’unica cosa da dirmi sull’argomento: tuo fratello è SBAGLIATO, tuo fratello ha qualcosa che NON VA. Ed è GRAVE.
Io mi sentivo abbandonata a me stessa, e terrorizzata. Guardavo mio fratello e mi sembrava normale. Guardavo i miei amici e mi sembravano normali. Ma a quanto pare ero l’unica a vederli così.
E’ stato il cinema, ancora una volta, a venirmi incontro e a salvarmi.
Nel 1986, il regista inglese Stephen Frears ha portato sugli schermi un film scritto da un allora giovane e sconosciuto autore anglo-pakistano di nome Hanif Kureishi, dal divertente titolo My Beautiful Laundrette (letteralmente: La mia bella lavanderia).
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| Hanif Kureishi e Stephen Frears |
Eppure non avevo idea che quel film mi avrebbe cambiato la vita. Già, perché non solo in questo film mi stavano dicendo che mio fratello non aveva nessun problema, ma mi stavano addirittura facendo capire che mio fratello era super cool. E sapete cosa? Daniel Day Lewis, che nel film si chiama Johnny, non è un tipo particolarmente dolce e sensibile. No, è un ex-punk, ex-naziskin, con i capelli colorati metà scuri e metà biondi, che se ne strabatte di stare con un pakistano (e sullo schermo i due ragazzi si baciano e fanno sesso proprio come due etero qualsiasi), che spaccia droga per riuscire a trovare i primi soldi con cui aprire la lavanderia (che non a caso viene chiamata Powders, “polverine”...). Narra la leggenda che Stephen Frears non ne volesse sapere di far recitare Daniel Day Lewis. Figlio del poet laureate (quello che scrive le poesie per la Regina, tanto per intenderci) anglo-irlandese Cecil Day Lewis, nipote del produttore Sir Michael Balcon (quello degli Ealing Studios), Day Lewis trasudava troppa classe alta per Frears. Ma un bel giorno il nostro Daniel si è prentato all’audizione sfoggiando un perfetto slang dei bassifondi, e minacciando Frears che certi suoi amici non proprio raccomandabili gli avrebbero spaccato la faccia se non avesse avuto la parte. E deve averlo convinto.
My Beautiful Laundrette è il film più “vivo” che io abbia mai visto. Ho cercato a lungo un altro aggettivo, non l’ho trovato. Sprizza energia da tutti i pori della pellicola: è un film contro la Tatcher, contro il razzismo verso i pakistani (e allo stesso tempo contro alcune stupide tradizioni pakistane), contro la mentalità naziskin tipica di certa Inghilterra povera e ignorante, e contro le differenze di classe. E’ uno dei film più politically incorrect che abbia mai visto, talmente oltre da saltare a pié pari il “problema” dell’omosessualità di entrambi i protagonisti (problema? quale problema?). E’ una tale boccata d’aria, che ti si riempiono i polmoni di ossigeno in una sola immagine. E’ irriverente e spensierato. L’ultima scena, in cui Johnny e Omar si spruzzano con l’acqua di un lavandino ridendo come due bambini, con in sottofondo il glu glu glu di una lavatrice, ben rappresenta la vitalità e l’allegria con la quale si esce dalla sala dopo aver visto il film.
Leggendo questa mattina i giornali italiani e scorrendo le perle di saggezza uscite dalla bocca della Binetti e di Castelli sul tema dell’omosessualità, ho ripensato a Johnny.
L’ho rivisto che tira fuori la ingua per baciare il collo di Omar mentre dà un’occhiata complice alla macchina da presa. Ho pensato: Lascia perdere, Johnny, questi non ti capiranno mai.
E sai cosa? Non importa, vorrà dire che verremo tutti nella tua lavanderia a lavare i nostri panni sporchi. Loro, immagino, non ne avranno bisogno.
Ce li avranno immacolati.
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