lunedì 11 ottobre 2010

Beatrice, Mon Amour!

Qualche anno fa, in una rivista femminile, mi è capitato di leggere per caso un articolo dedicato ad una illustratrice italiana che vive e lavora in Francia, Beatrice Alemagna.
Incuriosita dai suoi disegni e dalla sue parole, ho ordinato via internet, così a scatola chiusa, un paio di suoi libri, che si sono poi rivelati due capolavori: Mon Amour et Gisèle de Verre. Il primo (mio personale coup de coeur di tutta la vita) è la storia di un esserino un po’ bizzarro che tutti vogliono catalogare in qualche modo e che deve aspettare l’arrivo di un altro esserino altrettanto bizzarro per essere accettato, ed amato, per quello che è (scuole: adottatelo come libro di testo per far capire in maniera semplice e geniale l’importanza di tutto ciò che è altro da noi!!!). Il secondo è la storia di una bambina dalla testa trasparente attraverso la quale si possono leggere i suoi pensieri. Con tutte le conseguenze, anche molto tristi, del caso.
L’universo di Beatrice è un universo così particolare ed affascinante, che è impossibile non rimanerne incantati. Sia i suoi testi che le sue tecniche (che cambiano di libro in libro, ma comprendono un misto incredibile di disegno, collage, stoffe, bottoni, vecchie fotografie in bianco e nero) sono l’espressione di un animo sensibilissimo e speciale, che una volta conosciuto non si vorrebbe lasciare mai.
Alla quinta lettura di Mon Amour e conseguente, ennesimo pianto finale, mi sono detta che dovevo scrivere a questa ragazza. Ho guardato le pagine gialle di Parigi sul web e ho trovato un'unica Beatrice Alemagna residente in città. Ho sperato che fosse lei e le ho spedito una lettera. E’ andata a finire che era veramente lei. Beatrice mi ha risposto, ci siamo scritte per qualche tempo e poi, quando mi sono trasferita anch’io a Parigi, ci siamo conosciute.
Di persona, Beatrice è fiabesca come le sue storie, con due grandi occhi blu spalancati su questo strano mondo. Persino casa sua è come una fiaba, con una foresta dipinta in soggiorno e bellissimi disegni in sala da bagno. L’unica cosa che a me è sempre sembrata incredibile, e profondamente ingiusta, è che in Italia Beatrice non sia conosciuta come in Francia, dove ha vinto premi su premi ed ha una solidissima fama che cresce di libro in libro (le sue opere per altro sono tradotte in moltissime lingue straniere, comprese giapponese e coreano).
Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando: un paio d’anni fa è stato pubblicato un suo libro per le edizioni Topipittori: Che cos’è un bambino, e stanno diventando numerose le mostre dedicate ai suoi lavori, soprattutto a Bologna, che è la sua città natale.
Ma ancora una volta è il cinema che pensa a fare un po’ di giustizia. Beatrice, che da anni crea delle meravigliose illustrazioni per le rassegne di cinema per l’infanzia del Centre Pompidou (date un'occhiata al suo sito: www.beatricealemagna.com), ha ricevuto una proposta dal regista/attore/scrittore Ascanio Celestini. Celestini, grande ammiratore del suo lavoro, le ha chiesto di disegnare l’affiche del suo nuovo film, La Pecora Nera, uno dei quattro film italiani in concorso al Festival di Venezia di quest’anno e attualmente in programmazione nelle sale italiane. Come potete notare, l'illustrazione è un vero gioiello, e fa venir voglia di correre al cinema a vedere la pellicola.
Vivendo qua a Parigi, io ancora non ho avuto modo di farlo, quindi non posso esprimere giudizi, ma una cosa è certa: se è come l’illustrazione di Beatrice... sarà una meraviglia!

giovedì 7 ottobre 2010

Les Amours Imaginaires

Uscite i taccuini e segnatevi questo nome: XAVIER DOLAN.
E poi magari passateci sopra anche un evidenziatore. Perché? Perché questo canadese di Montreal è al suo secondo film e ha tutta l’aria di uno che nella storia del cinema c’è entrato per restare. Del resto, non sono la sola a pensarlo: i suoi film sono stati entrambi selezionati per il Festival di Cannes, il primo nel 2009 (portandosi via tutti i premi esistenti della Quinzaine des Réalisateurs) e il secondo nel 2010 (nella sezione Une Certaine Regard, ricevendo circa 8 minuti di applausi a fine proiezione). Dolan è uno che fa letteralmente tutto: scrive, dirige, produce, recita, fa il montaggio, si occupa della direzione artistica, della musica e nell’ultimo film pure dei costumi. Notevole, vero? Eh sì, soprattutto se tenete conto di un piccolo particolare: la sua età. Perché Dolan di anni ne ha 21.
Ha scritto il suo primo lungometraggio che ne aveva 17. Tema? Vediamo… playstations? primi problemi con le ragazze? paura di affrontare il mondo esterno? No, non proprio. Il suo primo film, dal titolo non-ve-lo-mando-certo-a-dire: J’ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre), è un racconto semi-autobografico del rapporto più che burrascoso tra un adolescente gay (Dolan stesso, ovviamente) e sua madre, divorziata, e single, che cerca di crescerlo. Un vero 400 Colpi in salsa québécoise, con litigate mostruose, dialoghi fiume, e la zazzera alla Morrissey di Dolan onnipresente e al limite del fastidioso. Perché, forse è inutile specificarlo, questo ragazzo o lo si ama o lo si odia, senza mezzi termini. Personalmente, io ne vado pazza, per una semplice ragione: adoro le persone che hanno il coraggio delle proprie azioni. Che ci credono così tanto, in qualcosa e nel loro talento, da essere pronti ad andare contro tutto e tutti. E Dolan è esattamente così (leggenda narra che abbia tatuato sul ginocchio destro una citazione di Cocteau: “L’oeuvre est une sueur”. L’opera è una sudata). Il ragazzo ha parecchie cose da dire e le vuole dire a tutti i costi, e pure a modo suo. E’ evidentemente di un egocentrismo pauroso, ma non lo nasconde. Ed essendo una persona intelligente, è dotato di sufficiente ironia per ammetterlo e farlo capire agli altri. Il suo secondo film, Les Amours Imaginaires, è una conferma del suo grande talento (perché un primo film lo puoi azzeccare, ma il secondo no, lo devi proprio saper fare). Francis e Marie sono due amici che, nel corso di una cena, hanno un colpo di fulmine per lo stesso ragazzo, Nicolas, un efebo dai bei boccoli d’oro (praticamente la versione bionda di Louis Garrel e, non vi dico di più, ma non faccio questo nome a caso). Da quel momento, tra loro ha inizio una lotta elegantemente senza quartiere alla conquista dell’oggetto del desiderio. Il quale, ovviamente, sembra fare di tutto per confondere le idee ai due contendenti. Si tratta, come dice esplicitamente il titolo, di un amore immaginario, di qualcosa che non esiste, di un sentimento che non c'è, di un film che si fanno nella testa Francis e Marie. E’ un tema universale, da cui nessuno - temo - si possa dire immune (per altro le scene del film sono inframmezzate da monologhi in stile documentaristico nei quali dei giovani canadesi raccontano le loro pene d’amore immaginario). Tutti ci siamo innamorati di qualcuno che nemmeno sapeva della nostra esistenza, quando avevamo 20 anni, e Dolan e la sua amica non fanno differenza. Solo che loro lo fanno con stile.
Sin dalla bellissima scena iniziale, con Marie e Francis filmati di spalle davanti a un lavandino che si voltano a turno per osservare Nicolas, e continuare poi nel gioco di sguardi ed interrogazioni rigorosamente filmati in slow-motion per capire chi è interessato a chi. Meravigliosa tutta la sequenza (con Bang Bang cantata da Dalida in sottofondo) della loro preparazione per la festa di compleanno di Nicolas, dove si presentano con regali troppo belli e in abiti troppo raffinati rispetto all'occasione. Le scene di ralenti, già presenti nel primo film ma che qui letteralmente straripano, sono una delle cifre stilistiche di Dolan, il quale è stato accusato di esagerare e di copiare Wong Kar-Wai. Lui ha candidamente risposto in un'intervista: "Non è che Wong Kar-Wai ha il monopolio delle scene di ralenti, se le voglio fare anch'io ne avrò pure il diritto!" Ve l'ho detto, che questo non ha paura di niente. Del resto non ha nemmeno paura di essere crudele, di mostrare sprazzi di follia, di rabbia o disperazione e non risparmia, né a se stesso né agli altri, dei momenti imbarazzanti e squallidi.
Bravissimo anche come interprete, Dolan è capace di scegliere bene i suoi attori: Monia Chokri è perfetta nella parte della legnosetta ma deliziosa Marie (e che qualcuno mi dia l'indirizzo del negozio vintage dove hanno comprato i suoi abiti perché voglio DUE DI TUTTO), mentre Niels Schneider è altrettanto perfetto nel ruolo del bello e irraggiungibile, ma soprattutto: che piacere ritrovare l'incredibile Anne Dorval, la mamma un po' ringarde che Dolan voleva ammazzare nel suo primo film, qui diventata la madre iper-moderna (forse per vendetta) di Nicolas.
Che volete che vi dica? C'è qualcosa nella sfrontatezza e nella insopportabilità di Dolan che me lo rendono irresistibile. Ho visto questo film domenica sera e non c'è verso di farlo uscire dalla testa (e nel frattempo sono stata al cinema altre due volte), forse perché gli amori sono immaginari, ma il talento del regista, quello, è reale.

domenica 3 ottobre 2010

Sunset Boulevard (Zazie's LA adventures)



Everybody knows I am a huge fan of film stars.
As a matter of fact, I am a huge fan of anybody even vaguely related to cinema: people working for movies have special powers, for me. Wonder men and wonder women able to create that magical thing called a picture. I will never get enough of them.
It is true, though, that I have never been particularly interested in Hollywood. I have always been a bit snob about it: I prefer indie movies to the big studios productions, plus I have always loved New York so much that I convinced myself I couldn’t stand Los Angeles. This is why, when a couple of years ago I went there for the first time, I was very surprised by my falling in love with the city. LA is a weird place (especially for somebody like me, who doesn’t even have a driving license) but it is also an incredible place. People are particularly nice, the sun is always shining and everything seems cinematic. Cinema is everywhere, in LA: in cafés, restaurants, shops, museums, houses, parks, streets. This is where movies are made, and you can feel it.
Going back there last week, just convinced me even more of how much I adore this city. I always try to go to the movies when I am abroad, and this time I was lucky enough to be invited to the avant-première of a Disney picture at the Landmark Cinema: Secretariat by Randall Wallace. I have to confess that the movie was barely worth seeing (in DVD): the real story of a horse that won I don’t even remember which kind of race… do you know what I mean? Not to mention the fact that the main male role was played by my least favourite actor of all, John Malkovich (I’m sorry, this has nothing to do with his talent, it is just that the moment I see him on screen I want to punch him in the face, it is absolutely irrational. He is a great actor and probably a very fine lad, but I CAN’T stand him). It was very funny, though, seeing Nelsan Ellis (the adorable Lafayette Reynolds from the TV series True Blood) playing a mainstream part in a mainstream film. In fact, the most interesting thing of the evening was chatting to two Italian journalists who write about cinema and are both living in LA (Silvia and Alessandra: thank you for inviting me to the screening, girls!). They have explained me many things about the movie industry and how things work in the States. I realized that I tend to forget that cinema actually IS an industry, a very big one, involving money, difficulties and commercial tasks. Well, what can I say? I prefer to think about movies in a naïve way. So much so, that the next day I went around the city looking for old cinema venues… and I have found them!

BUT

Something else happened to Zazie in LA, and something very incredible indeed. I went to a Gala Opening organized by Lacma, and it was a real “Hollywood Party” experience, full of Big Film Stars. There were many actors, but one name in particular captured my attention, the one of James Franco. The only problem was that, no matter how much I was looking for him, he wasn't to be seen anywhere. I talked about this serious problem with an amazing woman from Lacma Communications (Barbara, you are my hero!!!), and she told me not to worry, because his presence to the party was confirmed. When, after the cocktails moment, we have been asked to seat at our assigned tables, I lost my hope. I thought: no way I am going to see him! But I forgot one basic thing: I was in Hollywood, and in Hollywood dreams can come true.
Still, when I saw Barbara walking towards my table with somebody behind her, I just imagined she had to tell me something related to work. I looked at her with a piece of shrimp in my mouth (why we are always doing this kind of stupid things, like EATING, in the fundamental moments of our lives???) and THEN I saw James Franco and a photographer looking at us. James Franco gave me his hand and said: "Thanks for taking this picture with me!" Not only stunningly gorgeous, the guy, but even smart and with a great sense of humour.
And this is how I met James Franco, and how we talked about the movie he will soon make in Paris (as a filmmaker as well as an actor), and about the party, and about Lacma, and about Milk, and about... my cinema blog. Oh, yes, don't ask me where I found the guts to do that, but I actually gave him the lovely card I have made to promote Le Blog de Zazie. And then he was gone, vanished, as in a fairy tale.
Was this REAL? I asked myself.

Well, my dear readers, it was. And, damn, I can prove it!

Zazie would like to thank all the lovely people at Lacma for making her stay in LA such an amazing experience: Melody, Kate, Samara, Barbara, Miranda, Christine, I love you very much!!!

mercoledì 22 settembre 2010

Hollywood Party


La vostra Zazie se ne va, per lavoro, a Los Angeles e New York. Quali avventure mirabolanti la aspetteranno in due città tanto "cinematografiche"? Per saperlo, dovrete avere un po' di pazienza. Ma resistete! Tornerà.

Your Zazie is leaving for Los Angeles and New York (it's for my job, guys!). Which incredible adventures will wait for her in these "cinematic" cities? To find out, well, you should be a bit patient. Keep the faith! She will be back soon.



ps Quella nella foto è la famosa Fisher & Diaz Funeral Home di Six Feet Under. La foto l'ha scattata la vostra Zazie in una precedente sortita in quel di LA. Perché dove c'è Six Feet Under, c'è casa!

martedì 21 settembre 2010

The Year of Living Dangerously

Le Blog de Zazie compie un anno, miei cari lettori, e io vorrei fare un po' di festa con voi.
Questo è il mio cinquantaduesimo post.
Ho recensito 32 film, un po' di tutte le nazionalità: francesi, italiani, americani, tedeschi, filippini, giapponesi, argentini, australiani, inglesi, norvegesi.
Alcuni di questi film erano nuovissimi, altri vecchi, ma avevo voglia di raccontarvi quanto mi fossero piaciuti. Ho scritto alcune stroncature, poche ma feroci (perché si è più cattivi con quelli che si amano e da cui ci si aspetta tanto), ma ho soprattutto voluto condividere con voi dei colpi di fulmini, dei film in grado di cambiare, anche di poco, anche per due minuti non fa niente, il mondo.
Vi ho ossessivamente parlato di alcuni registi (devo farvi i nomi?), ve ne ho fatti (spero) conoscere alcuni di cui tutti sembrano essersi dimenticati e io non voglio (Jean Eustache, mon amour!) e scoprire dei nuovi registi che un giorno, forse, saranno considerati dei grandi.
Vi ho parlato di incontri esaltanti con persone speciali che ero abituata a vedere su uno schermo ma che poi, da vicino, mi sono sembrate semplicemente e mirabilmente umane (tranne, lo confesso, quei venti minuti a parlare su una panchina fuori da un teatro di Londra con Jeremy Irons. Quelli, ovviamente, stanno nel campo del fantascientifico/prove tangibili dell'esistenza di un essere superiore che governa questo mondo e, detto tra noi, mi vuole molto bene).
Ma ho condiviso con voi anche momenti di grande tristezza, perché in questi mesi ho perso alcuni registi amatissimi, come Eric Rohmer e Claude Chabrol, e un'attrice molto speciale che mi ha regalato forse il momento più commovente dell'anno cinematografico, la tenerissima Mary della Bocca del Lupo.

Comunque, la cosa più incredibile che posso dirvi di questo primo anno del Blog di Zazie, è che non mi sarei mai aspettata che mi piacesse così tanto scriverlo. E che non avevo capito quante cose si possono raccontare: di se stessi, delle proprio idee, del mondo che ci circonda, semplicemente parlando di un film.
L'idea di poter dichiarare agli altri quanto io ami il cinema, lo confesso, è un piacere che non è pari a niente, nella mia vita.
O forse sì, è pari a quello di entrare in una sala buia, sedersi, ed aspettare che le immagini invadano lo schermo.

Grazie, grazie, grazie cari lettori! Et que le cinéma, règne...
Zazie

domenica 12 settembre 2010

Chabrol est mort, vive Chabrol!

Tutto è iniziato da una caduta in acqua.
Durante l'inverno del 1955, Alfred Hitchcock venne a lavorare a Joinville, allo studio Saint-Maurice, per la post-sincronizzazione di Caccia al Ladro, di cui aveva girato gli esterni sulla Costa Azzurra. Il mio amico Claude Chabrol ed io decidemmo di andare ad intervistarlo per i Cahiers du Cinéma. Avevamo preso in prestito un magnetofono per registrare questa conversazione, che volevamo lunga, precisa, fedele.
C'era poca luce nell'auditorio dove lavorava Hitchcock, mentre sullo schermo sfilava senza interruzione una breve scena del film che mostrava Cary Grant e Brigitte Auber mentre guidano un motoscafo. Nell'oscurità, Chabrol ed io ci presentiamo ad Hitchcock il quale ci chiede di andare ad aspettarlo al bar del teatro di posa, dall'altra parte del cortile. Usciamo, abbagliati dalla luce del giorno e commentando con l'entusiasmo dei veri fanatici del cinema le immagini di Hitchcock di cui abbiamo appena visto una primizia, ci dirigiamo dritto verso il bar che si trova là, a quindici metri. Senza rendercene conto scavalchiamo tutti e due con lo stesso passo il sottile bordo di una grande vasca gelata, dello stesso colore grigio del bitume del cortile. Il ghiaccio scricchiola subito e ci ritroviamo nell'acqua fino al petto, inebetiti. Domando a Chabrol: "E il magnetofono?". Alza lentamente il braccio sinistro e tira fuori dal'acqua l'apparecchio tutto gocciolante. Come in un film di Hitchcock la situazione era senza via di uscita: la lieve pendenza della vasca concava ci rendeva impossibile raggiungere il bordo senza scivolare di nuovo. Ci sarebbe stato bisogno della mano caritatevole di un passante per tirarci fuori di là. Finalmente usciamo e una costumista, che crediamo piena di compassione, ci trascina verso un camerino dove possiamo spogliarci e far asciugare i vestiti. Mentra raggiungiamo il camerino ci dice: "Ebbene, i miei poveri ragazzi, siete delle comparse del Rififi? - No signora, siamo giornalisti. - Allora, in questo caso, non posso occuparmi di voi!"
E' quindi tremando nei nostri abiti ancora inzuppati che ci presentiamo di nuovo a Hitchcock qualche minuto più tardi. Ci guardò senza fare commenti sul nostro stato e volle proporci un nuovo appuntamento per la sera stessa all'Hotel Plaza Athénée.
L'anno dopo, quando tornò a Parigi, ci individuò immediatamente in mezzo ad un gruppo di giornalisti parigini e ci disse: "Signori, penso a voi due ogni volta che vedo dei cubetti di ghiaccio che si urtano in un bicchiere di whisky!"

François Truffaut, Il Cinema secondo Hitchcock

Ho sempre adorato questa storia su Truffaut e Chabrol.
Perché mi sembra di vederli: tutti infervorati per aver visto due immagini di un nuovo film di Hitchcock, tutti presi a commentare una semplice sequenza, al punto da non accorgersi di stare finendo in una vasca d'acqua gelata. C'è tutto un mondo, in questa caduta.
Chabrol non era il mio regista preferito della Nouvelle Vague, ma ho amato moltissimo alcuni suoi film e l'ho sempre trovato di una simpatia e di una intelligenza rare (leggere una sua intervista era un piacere infinito). Mi è capitato di pensare a lui diverse volte, negli ultimi tempi. Lo avevo infatti trovato adorabile nel film di Sfar su Serge Gainsbourg: nel breve cameo del produttore a cui il musicista propone di lanciare Je t'aime moi non plus, Chabrol sfoggia tutta la sua irresistibile ironia. Poi mi era capitato di leggere in una rivista di cinema francese un dialogo tra lui e il giovane regista Americano James Gray, che è un suo fan sfegatato, e sono rimasta impressionata dall'umiltà di Chabrol e dal profondo interesse nei confronti del cinema di oggi. Un ottantenne che in realtà di anni sembrava averne 20, talmente era evidente il piacere che ancora gli dava vedere, fare e parlare di cinema.
Infine, in una lunga intervista dei Cahiers du Cinéma a Matthew Weiner, il creatore della serie Tv Mad Men, ad una domanda sugli evidenti riferimenti cinematografici della serie ai film di Douglas Sirk, lo sceneggiatore spiazza tutti rispondendo: "Ma, veramente, il film che è stato più determinante nella scrittura di Mad Men è Les Bonne Femmes di Claude Chabrol".
Che dire? Chabrol è morto, ma il tintinnìo di quel cubetto di ghiaccio, si sentirà ancora a lungo.

mercoledì 8 settembre 2010

Des Hommes et des Dieux

Io al prossimo che si permette di dire che il cinema è un’arte minore, lo giuro, gli sputo in un occhio. Oppure, più magnanimamente, lo porto a vedere il film Des Hommes et des Dieux di Xavier Beauvois, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, e mio personale coup de coeur di questa rentrée (e pure di tutto il 2010).

Des Hommes et des Dieux prende spunto dalla storia (vera) di alcuni monaci trappisti francesi che, nel 1996 in Algeria, sono stati prima rapiti e poi uccisi da un gruppo di terroristi. E dico prende spunto perchè in realtà la storia che ci racconta il film non è quella del loro massacro, che infatti non si vede, ma piuttosto della loro vita di tutti i giorni prima che il dramma avvenga. Una vita semplicissima, come ci si aspetta da dei monaci, fatta di lavori manuali, preghiera, canti, incontri cordiali con la gente (di fede musulmana) del villaggio sperduto in cui si trova il loro convento. La serenità della loro esistenza, tuttavia, è minacciata dalla situazione caotica nella quale si trova il paese. Non si capisce chi sia peggio, se i terroristi o i militari, fatto sta che i monaci cominciano seriamente a temere per la loro incolumità. Qualcuno di loro se ne vuole andare, altri vogliono rimanere, ma a poco a poco, anche alla luce degli avvenimenti esterni, i religiosi si convincono che l'unica scelta per loro possibile è quella di restare ed affrontare insieme il loro destino.

Film rigorosissimo, misurato, monacale, e non a caso, anche nella purezza e nella semplicità delle immagini, Des Hommes et des Dieux è un'opera che conquista il cuore pezzo per pezzo. Basta poco per far capire un mondo (e il senso di parole come accettazione, integrazione e rispetto): il Corano posato sulla scrivania di Padre Christian insieme ai testi sacri cristiani, i monaci che quando si aggirano in paese lo fanno sempre in abiti civili, la pazienza e l'amorevolezza con cui Padre Luc cura i poverissimi che si presentano al suo dispensario. I religiosi sono prima di tutto uomini: fragili, dubbiosi, spaventati. Di fronte ad un nemico armato, nessuno di loro ha il minimo desiderio di comportarsi da eroe. E tuttavia hanno un compito, al quale sanno di essere chiamati dalla loro fede. La forza del film sta in questo: nel mostrare con tanta chiarezza, serietà ed umanità, questa presa di coscienza. Ci sono due scene indimenticabili, delle quali non vorrei dire molto per lasciarvi intatto il piacere di scoprirle, dove questo percorso diventa una magnifica (anche dal punto di vista cinematografico) evidenza. E bellissimi sono pure i dialoghi, con alcune folgorazioni, come il breve monologo di Padre Luc: "Non ho paura dei terroristi, tanto meno dei militari, e non temo neppure la morte. Sono un uomo libero".

Gli attori, ovviamente, sono parte fondamentale di questo piano divino. Lambert Wilson nella parte di Padre Christian, il "leader" del gruppo, si prende qui la rivincita di tutta una vita, quella passata a convincere gli altri che, oltre ad essere un bell’uomo, è pure un bravissimo attore. E' stato poi un piacere ritrovare Philippe Laudenbach, una faccia nota per chi ama il cinema di Alain Resnais (ma è stato anche Maitre Clement in Vivement Dimanche di Truffaut), bravissimo come sempre, e scoprire il tenerissimo Jacques Herlin nella parte del monaco più anziano, Padre Amédée. Ma nessuno può competere con la bravura, lo charme naturale e la sottile vena ironica di Michael Lonsdale, un attore che non a caso ha lavorato con i più grandi (Truffaut, Eustache, Resnais, Rivette, Bunuel, solo per citarne alcuni) nella parte di Padre Luc, il medico del villaggio. Tutti straordinari.

Questo è un film su dei veri eroi dove di eroico, retorico, lacrimevole, d'effetto o scontato, non c'è niente. Des Hommes et des Dieux è un film capace di far nascere la fede in chi lo guarda.
Se non in Dio, di sicuro nel cinema.

venerdì 3 settembre 2010

September (Underestimated n° 2)


All bloggers have their favourite month, I guess.
As far as I'm concerned, it is September. I love the end of summer, the warm light in the streets at sunset, the crispy colours of things around me.
Every time September is back, I think about the Woody Allen movie having the same title. It is one of those Allen's movies people usually don't talk about and I never understood why. I watched it for the first time 23 years ago, in a Milan cinema, and I still clearly remember how much I was taken by this picture.
Lane (Mia Farrow) and Stephanie (Dianne West)
A house in Vermont, six characters, different loving disasters.
The movie never shows the outside world. This is a "chamber piece", a theatrical movie.
The owner of the house is Lane, a woman who's recovering from a nervous breakdown. It is the end of the summer and few friends has joined her for the week-end. Lane is in love with Peter, a writer, but Peter is in love with Stephanie, Lane's best friend, while Howard, a neighbour, is in love with Lane.
Things are already a bit complicated, but to make them worse, Diane (very lively Lane's mother) arrived at the house together with her third husband. Friends will spend the days talking, eating, drinking, avoiding to show or showing their feelings to the others, until a big storm comes to trouble them. It is a kind of signal: all the things remained unsaid until that moment come to surface, exploding and exposing the hidden feelings and wounds of the group.
There will not be blood, but tons of sadness.
Diane (Elaine Stritch), Lane's mother
Interestingly enough, Woody Allen directed September twice. He practically made the movie a second time because he wasn't happy about the first version, and especially his cast. He had the guts to replace two actors like Christopher Walken and Sam Shepard for the role which was eventually played by Sam Waterson, and even to replace Maureen O'Sullivan with Elaine Stritch for the role of Diane. Not that O'Sullivan was extremely famous, but she was (at that time) Allen's mother-in-law. Bad move, I guess.
By the way, I was personally very happy with the cast, thanks to the presence of an actor and an actress I have always been a huge fan of: Denholm Elliott (probably better known for his role as Mr. Emerson in A room with a view, who sadly died few years afterwards, in 1992), who's playing Howard, and Dianne Wiest (an amazing actress, and here particularly adorable with her short haircut), who plays Stephanie.
Lane (Mia Farrow) and Peter (Sam Waterson)
What I really like about September, is that Woody Allen doesn't even try to make people laugh.
I think this is one of the few movies (together with Interiors and Another Woman) where Allen allowed himself to show his (deeply) dark side. I mean, it is not by chance that Ingmar Bergman is his favourite film-maker. I read very often that this could be considered Allen's Autumn Sonata (because of the relationship between Lane and her mum), but I think that September is more Allen's Winter Light. It is just that, instead of winter in Sweden, it is autumn in Vermont.
Many themes he cherishes are present here: the cruelty of love, the volubility of feelings, the betrayal, the difficulty of human relationships, the meaning of life and the reasons behind this universe's existence. Allen's vision is not a cheerful one, and
September doesn't leave the audience with much hope. In his other movies, Allen is usually able to hide his gloomy attitude through the lens of irony. I think about that scene of Radio Days where a little boy is taken to see a doctor by his mum because he is depressed. When the doctor asks him why, he answers: "Because the universe is expanding". And his mum replies: "But you live in Brooklyn and Brooklyn is not expanding!".
Maybe somebody should say to Woody that Manhattan is not expanding as well.
This is the only scene of September I was able to find on the net (with Spanish subtitles!) but it is a good example of the general atmosphere of the movie.
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