domenica 11 settembre 2011

And the winner is...

Zazie is very happy!
Yesterday night, one of her favourite actors, the German/Irish Michael Fassbender, won the Coppa Volpi for the Best Performing Male Actor at the Venice Film Festival. The movie for which he won this award, Shame, is by British artist Steve McQueen. 
If you are a reader of this blog, you know that I've been talking about this guy since a very long time. As a matter of fact, since I've seen him playing in the first movie by McQueen: Hunger, a real gem, a movie about the story of Bobby Sands, the IRA guy who starved himself to death in an Irish jail in the early 80's. Fassbender's performance was simply O U T S T A N D I N G and I would have covered him with prizes for what he did in that movie.
Our man has been clever enough to make great career choices since then. He played in Inglorious Basterds by Quentin Tarantino, Fish Tank by Andrea Arnold, Jane Eyre by Cary Fukunaga and X-Men: First Class by Matthew Vaughn, among others. At the Venice Film Festival, he was present with two movies: Shame and A Dangerous Method by David Cronenberg. I mean: this guy knows what he is doing.
Of course, he has already received the most important prize of his career a couple of years ago: the famous "Man of my Life Award" of the Zazie D'Or 2009 edition.
Michael, the award is still here at my place... now that you have learned a bit of Italian for the Venice Film Festival, maybe it is time for you to come along and take it.
The address (and my love for you) remained the same. 

giovedì 1 settembre 2011

On connaît (et on adore) la chanson!

Mi piacciono da morire.
Che cosa? I film francesi, in generale, e quelli in cui si canta in particolare. Negli ultimi giorni ne ho visti due che sono dei gioielli rari e preziosi. Che mi hanno incantata, emozionata, sconvolta, che mi hanno fatto ridere, piangere, mi hanno fatto capire cose, posto delle domande fondamentali, aiutato a soffrire con leggerezza, e trasportato in vite che non sono la mia ma avrebbero potuto essere. Sto parlando dell'ultimo film di Christophe Honoré: Les Bien-Aimés, e della seconda opera della giovane regista Valérie Donzelli: La Guerre est déclarée. Un uomo e una donna, dietro la macchina da presa, accomunati da una stessa sensibilità, dal desiderio di raccontare tragedie senza piangersi addosso ma anche senza aver paura di essere romantici, o fuori moda, o di fare film come se ne fanno tanti di questi tempi: senza cuore.
Les Bien-Aimés racconta la storia di una madre e di una figlia, tanto spensierata ed istintiva la prima quanto seria ed ossessiva la seconda, e dei loro amori. A volte ridicoli, a volte tragici, ma sempre totali e vissuti fino in fondo. Le loro vite vanno dagli anni '60 della madre ai 2000 della figlia, e Honoré ci passa attraverso con quello strano miscuglio tutto suo: uno stile a metà tra un film di Jacques Demy e una canzone di Morrissey, sempre al limite del kitsch ma troppo intelligente per cascarci in pieno. Nel film, ogni scusa è buona per mettersi a cantare (cosa che a Honoré riesce facile perché ha scelto come complice l'ottimo musicista Alex Beaupain, il suo personale "Michel Legrand"), per parlare dei suoi argomenti preferiti (l'innocenza della gioventù, la follia del sentimento amoroso specie quando non è corrisposto, l'essere gay e quello che ne consegue, sieropositività - a volte - compresa), e fare omaggi a pioggia alla Nouvelle Vague. Scegliere Catherine Deneuve per il ruolo della madre è già una dichiarazione di intenti: tra tutte le attrici, proprio quella che vendeva gli ombrelli a Cherbourg... ma guarda un po'! E "travestire" Louis Garrell da Jean-Pierre Léaud ogni volta che compare nei suoi film, pure. Ma sia ben chiaro: chi si lamenta? Honoré è uno di quei rari registi che ha saputo creare in poco tempo un universo particolare, tutto suo, un mondo che migliora, si rafforza e si fa più profondo ad ogni opera. Gli attori sono tutti strepitosi, le canzoni magnifiche, la storia coinvolgente ed originale, e la macchina da presa sa il fatto suo. Tocco di classe finale: il film è dedicato alla memoria di Marie-France Pisier, attrice truffautiana scomparsa di recente, che aveva recitato per Honoré nel suo bellissimo Dans Paris. Io personalmente quando esco dalla visione di uno dei suoi film rimango tramortita di tristezza per ore, ma spero sia un problema solo mio (per favore, lettori, ditemi se capita così anche a voi!).
La Guerre est déclarée, invece, è un film che parla di una storia vera. Quella realmente accaduta a Valérie Donzelli e al suo compagno (Jérémie Elkaïm, che nel film ha il ruolo del protagonista): belli, giovani e innamorati, hanno un figlio, Adam, ma dopo qualche mese si rendono conto che qualcosa non va. Il bambino non cammina, vomita senza una ragione apparente e lascia pendere la testa da un lato. Si rivolgono ad una pediatra di cui hanno fiducia, e questa si accorge che Adam ha una semi-paralisi facciale. Da lì, ha inizio il loro calvario: il bambino ha un tumore maligno al cervello, si può intervenire ma è gravissimo. L'operazione funziona, ma Roméo e Juliette (questi i loro nomi di finzione nel film) dovranno affrontare lunghi anni in cui il figlio sarà sottoposto a chemioterapia e cure di ogni genere prima di potersi considerare definitivamente guarito. La loro coppia non sopravvivverà, ma il loro amore verso Adam li terrà uniti fino in fondo. 
Valérie Donzelli riesce con questo film in un'operazione quasi inumana: rendere "leggero" il racconto di uno dei dolori più immensi che esistano. Non c'è mai posto, nemmeno in una singola scena, per piangersi addosso, ricattare moralmente lo spettatore, far leva sulla pietà o magnificare il proprio ruolo di genitori modello. La Donzelli dice le cose come stanno: ecco due esseri umani prostrati, confusi, storditi dagli eventi e da mille domande (perché noi? perché il nostro bambino?), sommersi dalla paura, eppure ancora vivi. Pronti a lottare fino allo stremo, con i pochi mezzi e le poche forze a disposizione, in nome del loro amore e di quello per il loro bambino. Irresistibile, ad esempio, la scena della notte prima dell'operazione al cervello al bambino, nella quale fanno l'elenco delle loro paure: ho paura che Adam diventi sordo, cieco, muto, frocio, nero, e che voti Fronte Nazionale! La Donzelli, per sdrammatizzare, ha un vero talento. Bravissima anche nella scelta degli attori: tutti sono perfetti (i medici, le infermiere, i genitori borghesi di lei, la madre lesbica di lui, gli amici), e in quella della musica, che in questo film ha un ruolo fondamentale. La regista ne fa un uso straripante, come se fosse uno dei protagonisti della storia, e in un momento drammaticissimo del film, c'è anche posto per una canzone (composta e cantata da lei e Elkaïm). Verrebbe quasi da pensare di essere in un film di Honoré, invece è semplicemente un altro film francese.
On connaît la chanson! E' vero. E non solo la conosciamo a memoria, ma la vorremmo cantare a squarciagola. 
Perché ci piace. Ci piace da morire.

domenica 28 agosto 2011

Reality bites

Andare al cinema non mi basta, così passo il tempo anche a leggere di cinema.
Quando si tratta di interviste, i migliori, non c'è dubbio, sono i registi. Gli attori spesso dicono delle banalità o, semplicemente, non hanno poi molto da dire, ma è raro trovare un regista che non sappia il fatto suo. E nella categoria registi, c'è una sotto-categoria: quella dei registi che hanno come unico e solo argomento (non importa di cosa stiano parlando) il loro amore per il cinema. Quelli, inutile dirlo, sono i miei preferiti. Mi vengono in mente, di getto, tre nomi: Martin Scorsese, Aki Kaurismaki e Woody Allen. Le loro interviste sono miele per le mie orecchie. Non perdono mai occasione per fare riferimento ai film che hanno visto, che hanno amato, ai registi che sono stati per loro di grande ispirazione, e a quanto la visione di un certo tipo di cinema abbia cambiato la loro vita per sempre. Una volta Kaurismaki ha affermato che per lui il paradiso è questo: un bar (guarda caso...) dove Chaplin si intrattiene in simpatiche chiacchiere con Renoir. Insomma, stiamo parlando di gente con il mio stesso problema: senza cinema, non potrebbero vivere (e a quanto pare pure da morti sperano di poter continuare ad averci a che fare!).
In tutti questi anni, se abbastanza spesso Allen mi ha delusa come regista, in qualità di "intervistato" mi è sempre sembrato imbattibile. Quello che trovo interessante è quanto Allen denigri il suo cinema. Quanto dica che rispetto a uno come Ingmar Bergman lui non conti niente. Quanto deluso sia dal risultato finale dei suoi film rispetto all'idea iniziale che lui aveva in testa. Nelle interviste di Allen c'è sempre molto materiale su cui riflettere. Poco tempo fa, per l'uscita del suo ultimo film in Francia, Midnight in Paris, il regista ha rilasciato una lunga intervista a quelli di Télérama. Mi era piaciuta così tanto che l'avevo strappata dal giornale e l'avevo conservata. Questa mattina, facendo pulizie in casa dopo la lunga pausa estiva, l'ho ritrovata per caso. Mi sono messa a rileggerla e lì, scritto nero su bianco, ho scoperto una frase che BAM!, mi ha folgorata. E mi ha fatto capire che Allen potrebbe essere il mio portavoce:
"Mi identifico sempre in quelli che rifiutano la realtà: Cecilia (la protagonista della Rosa Purpurea del Cairo), Gil (il protagonista di Midnight in Paris) o la Blanche Dubois di Un tram che si chiama desiderio, che non vuole rinunciare a vivere in un mondo incantato. Trovo il nostro mondo sinistro, e la condizione umana sempre più atroce. Come milioni di persone della mia età, sono cresciuto nella più perfetta illusione, nei sontuosi decori delle sale di cinema dove passavo la mia vita, e nell'immaginario dei film hollywoodiani. Conosco persone che non si sono mai rimesse dalla delusione che hanno provato andando avanti nella loro esistenza. Che sono rimaste in collera tutta la loro vita contro il loro compagno perché non era così nobile, così bello, onesto e coraggioso come nei film. Si sentono come in un incubo: presi in ostaggio dalla realtà. Io stesso, non sono mai veramente riuscito a superare questa tristezza."
Se dovessi iniziare una terapia oggi, andrei dallo psicanalista con un foglietto sul quale riporterei fedelmente queste parole di Woody Allen. Per poi chiedere: Dottore, mi dica, è grave?

giovedì 28 luglio 2011

La Nostalgia (è ancora quella di un tempo)

Ieri sera stavo andando al cinema dalle parti degli Champs Elysées e, dato che ero in anticipo sull'orario del film, ho pensato di fare un salto in Rue Robert Estienne, dove Truffaut aveva gli uffici della sua casa di produzione, Les Films du Carrosse.
L'aveva chiamata cosi in omaggio al film di Jean Renoir, La Carrosse d'Or.
Apparentemente, nulla è cambiato. Gli uffici sono ancora li, come se François fosse uscito a prendersi un caffé e dovesse tornare da un momento all'altro. 
Solo che non tornerà.

La nostalgia, è ancora quella di un tempo.

martedì 12 luglio 2011

La piel que habito

No, questa non è, come molti potrebbero pensare, una recensione dell’ultimo film di Almodóvar, questa è una Dichiarazione d’Amore in piena regola (e il mio post n° 100!).
Più passano gli anni, e meno certezze sento di avere, nella vita.
Ma è da quando sono piccola che il cinema mi accompagna per mano come se fosse un terzo genitore, ed è quindi ovvio che ci siano registi che sento più vicini, perché sono stati con me fin dall’inizio, e non mi hanno mai deluso, né abbandonato.

Sedermi in una sala buia e veder comparire sullo schermo il nome Almodóvar, ha il potere di farmi sentire bene ovunque io sia, comunque io stia. 
Ero giovanissima la prima volta che ho visto un suo film, non avevo nemmeno l’età della ragione, ma già capivo che quest’uomo mi stava dicendo delle cose importanti, delle cose destinate a restare. 
Erano i primi anni ’80. 
Quegli anni che a chi non li ha vissuti e li vede dal di fuori fanno un po’ orrore (come a me gli anni ’70), e che invece dal di dentro erano bellissimi, colorati, strani, intensi, iconoclastici. Erano i tempi in cui tutti insieme appassionatamente odiavamo la Tatcher, e gli inglesi incazzati da morire giravano fim come My Beautiful Laundrette e cantavano canzoni come The Queen is Dead, e ogni giorno c’era un nuovo gruppo da scoprire, un nuovo libro da leggere, un nuovo film da vedere. Erano i tempi pre-tutto: pre-cellulare, pre-iphone, pre-email, pre-facebook. Erano i tempi in cui si viaggiava per l’Europa in Inter-Rail. E io non potrò mai dimenticare l’arrivo a Barcellona, e la città tappezzata di poster allegrissimi e super pop dove un gruppo di donne dai vestiti improbabili e l’aria stranita ti facevano sapere che erano Mujeres al borde de un ataque de nervios (Donne sull'orlo di una crisi di nervi). Il titolo (ma quanto era bello quel titolo?), la foto, quelle facce, tutto mi parlava come se venisse direttamente dalla mia fantasia:
Quelli erano i film della Movida Madrilena, pellicole dove la gente partecipava a gare di peni, le suore prendevano l’LSD, le nonne spacciavano droga, gli uomini facevano sesso tra di loro, le donne pure, i transessuali erano ovunque, e Carmen Maura, come una regina bellissima e sensuale, regnava su questo circo delirante a suon di frasi storiche e spesso sconvolgenti. La libertà, l’irriverenza, l’ironia che sprigionava da questi primi film di Almodóvar non è pari a niente, per me, nella storia del cinema. 
Lui è stato, davvero, il precursore. 
Ma ho capito che era un grande regista il giorno in cui ho visto La Ley del Deseo (La legge del desiderio), un film intenso, cupo, senza sconti e senza speranza sull’insensatezza e la necessità del desiderio. E se proprio dovessi condensare l’intera filmografia di Almodóvar in una parola sola, sarebbe proprio quella lì: Desiderio (e non è forse un caso che la casa di produzione cinematografica che Pedro ha creato con il fratello Agustin, si chiami El Deseo).
Almodóvar è scivolato con noi negli anni ’90, tempi molto più opachi e prevedibili dei precedenti, seguendo un percorso coerente ma un po’ inconstante, dirigendo opere decisamente minori, nelle quali (tra tacchi a spillo e donne mutanti) sembrava non sapere bene dove andare. Eppure era chiara la sua volontà di evolversi, crescere, cambiare. 
Ma è con gli inizi degli anni 2000 che la sua arte trova nuova forma e nuovo splendore. Da Todo sobre mi madre (Tutto su mia madre) in poi, eccezion fatta per il non riuscitissimo La mala educación (La cattiva educazione), Almodóvar ha infilato una serie di film incredibili, compreso quello che è per me il suo capolavoro assoluto: Hable con Ella (Parla con lei).  
I temi sono gli stessi, i personaggi anche, ma il regista ha raggiunto maturità e pienezza, impensabili nel labirinto di passioni della gioventù. Nei suoi film trovano ora posto una dolcezza, un'umanità, uno struggimento ed un dolore che incantano, e la sua regia diventa fluida ed elegante, un vero piacere per gli occhi. Pedro ci regala uomini che piangono senza provare vergogna (non so voi, ma io quell'uomo che piange lo vorrei tanto incontrare nella vita reale), madri credute morte che ritornano come fantasmi a vegliare sulle figlie, e registi ciechi pronti a qualsiasi cosa pur di portare a termine i loro film (a proposito di dichiarazioni d'amore per il cinema...). L'Almodóvar touch è sempre lì, intatto, ma è passato dal trash più spinto alla classe più inaudita, basti pensare al cortometraggio-capolavoro in bianco e nero di Hable con Ella che racconta il viaggio di un uomo in miniatura all'interno del corpo di una donna:
La Piel que habito non è che l'ennesima conferma di un percorso in divenire, di un piacere costante, di un genio all'opera. Banderas è invecchiato ma è sempre Banderas, e i corpi mutano, ma per andare sempre nella stessa direzione. Quella, indovinate un po', dell'umano desiderio.
E mi viene da pensare a quella scena della Ley del Deseo in cui Carmen Maura, bellissimo transessuale, entra nella chiesa che frequentava da piccolo e si mette a cantare, e il prete sente quella voce e le dice: "Un tempo c’era un bambino, qui in parrocchia, che cantava come te". 
E  lei, di rimando: "Padre, quel bambino, sono io!".
Pedro, quel bambino, siamo tutti noi.

domenica 10 luglio 2011

Ausente

Last year, I have fallen in love with an Argentinian movie: Plan B.
As it is often the case, when I like a movie I immediately look on Facebook to see if there is a fan page. There wasn’t, though. So I tried with the name of the director: Marco Berger, and I found his personal page. I wrote to him, asking for friendship and telling him how crazy I was about his movie. He accepted. I became a virtual friend not only of Marco, but also of his two actors: Lucas Ferraro and Manuel Vignau. I made a post about the movie, and at the time of 2010 Zazie D’or, I happily assigned to Plan B the Zazie D’or for the Best First Feature Film and to Lucas and Manuel the award for Best Actors. When I advised them, they had the most wonderful reaction: they wrote enthusiastic messages to thank me for the prizes, even if they knew very well that those (unreal) prizes came from an unknown woman having a not famous cinema blog.
This is what I call the good things in life.

Few months ago, I read with excitement that the new movie by Marco, Ausente (Absent), was going to be screened at the 2011 Berlin Film Festival (where it actually won a “real” and important prize: the Teddy Award, the award assigned to the best movie having gay themes). I was really looking forward to seeing it and the other day, always thanks to the Festival Paris Cinéma, I had this chance.
I believe that in a director’s career, the second movie is even more important then the first one. Ausente not only confirmed Marco’s talent, but it also indicates that a new author is born!

Martin is a 16 years old guy. One day, at the end of a swimming class, he claimed to have a problem in his eyes. His coach, Sebastian, brings him first to the hospital and then home. Nobody is at Martin’s place, though, and Sebastian is obliged to let him spend the night at his apartment. It is only the next day that the teacher finds out Martin’s lie: his parents were home, waiting for him. Why Martin wanted to spend the night at his place? Which were his real intentions?
Marco Berger does something very interesting in his movies: he takes a cinema genre, and it turns it into something else. The two pictures have much in common: they start in a certain way (Plan B as a light romantic comedy, Ausente almost as a thriller) and then they both become a quest about desire and unexpected feelings. What is very particular and delicate, in Ausente, is that one of the two characters is underage. Nevertheless, even in this case, Marco reverses the usual roles. This is not the story of a teacher abusing his pupil, but quite the opposite: the most dangerous one, here, is the young guy. But it is exactly when the audience starts to believe that this is going to be a movie about a bad boy, that the film changes and enters into deepest and much troubled waters, the ones of human desires.

I love the way Marco is filming all this. His camera is ON the bodies, as if it was a little animal on the skin of Sebastian and Martin. The shots are simple, clear, essential, wrapping. And once again, the two actors are great: Javier De Pietro has the right face to portrait Martin: he is young, good looking, and his eyes can turn from innocent to seductive in a blink, while Carlos Echevarria (well known in Italy for his roles in Garage Olimpo and Hijos/Figli by Marco Bechis), with his quite and melancholic performance, let us enter into the movie in a special and privileged way.
Marco's movies have one of the greatest quality art can have: a semplicity that rimes with depth and intensity. The only thing is ausente, here, is bad and ordinary cinema.
Que viva Argentina! 

giovedì 7 luglio 2011

Jerzy Skolimowski, Essential Filming

In these days in Paris there is a great film-festival, the Festival Paris Cinéma, that takes place at the beginning of July every year since 2002. I love it: the offer of movies is simply AMAZING! The program foresees an international competition, various premières, complete retrospectives of few authors and a bunch of guests of honour as well as a country of honour (Mexico, in this case). One of this year’s special guests is the Polish film-maker Jerzy Skolimowski, whose cinema has always intrigued me. On Tuesday night, Skolimoswki was at the Nouveau Latina for a meeting with the public and your indefatigable cinema blogger was there!
Skolimowski (born in Lodz in 1938) looks like a cool, clever and ironic guy: very elegant, a pair of dark sunglasses to cover his eyes, he talked to the audience for more than one hour about his cinema. He doesn’t speak French, so there was a translator ready to let us understand his ideas and thoughts. Skolimowski started his career by co-writing Roman Polanski’s first feature-length, the incredible Knife in the water (a must-seen of cinema history) while still attending the prestigious Lodz National Film School. Between 1964 and 1984, he completed six semi-autobiographical features in which he sometimes played the main role (because, he confessed, when he was young he didn’t have the money to hire a professional actor). As a matter of fact, he kept playing in movies, and you can maybe remember him in LA without a map by Mika Kaurismaki, Before Night Falls by Julian Schnabel or in Eastern Promises by David Cronenberg. After a series of movies based upon novels that he made "for money" and that didn’t contain any “personal element” (by his own admission), Skolimowski stopped making films at the end of the 80s. Luckily enough, he made a coming back in 2008 with the great Four Nights with Anna and then last year with Essential Killing. The movie won the Special Jury Prize at the 2010 Venice Film Festival and Vincent Gallo the Best Actor's award for his incredible interpretation of this Taliban escaping from justice through the cold, snowy and lonely Polish mountains.  
Traumatised by the Second World War (his father was killed by the Nazis), Skolimowski had troubles also with the Polish censorship and was obliged to quit his country (he then lived in London and in LA for many years). While presenting one of his movies in NY in the late 60s, he received a letter from Jean-Luc Godard in which the French film-maker tried to cheer him up towards bad critics: “Don’t worry about what the American critics are writing on your cinema... you and I, we are the best directors in the world!”.

The meeting with the public was followed by the screening of a real gem: Moonlighting, a movie that Skolimowski filmed in London in 1981. I was personally LONGING to see this picture again: I saw it just once in the 80s and I had the most wonderful memory of it. And now I better understand why.
Moonlighting tells the story of four Polish workers arriving in London to renovate their boss apartment. Only one of them, Novak, is able to speak English, and becomes the intermediary between the other three and their new reality. Being illegal workers, they are obliged to stay hidden in the apartment: they are lonely, away from their country and their families, and short on money. Worst of all, when Novak finds out that in Polland the martial law has been declared after a military putsch, he decides not to give the news to his mates. Will they be able to complete the work they came in England for? Will they be able to go back to their country?  
Outstanding and intense social drama, Moonlighting is Skolimowski’s cinema at its best: the style is essential, almost dry, the scenes are constructed to build up a sense of instability, doubt, anguish and alienation. The progressive distance between Novak and the other workers is subtly and masterfully composed. It is almost a thriller, where the suspense is created by unexpected and uneasy events. A story of survival (as it is often the case in Skolimowski’s cinema) and of loss of innocence (the corrupt and capitalistic Western part of Europe vs the innocent and communist Eastern part but also the dramatic drift of the communism). With just few dialogues and a powerful composition of key-scenes, Skolimowski delivered us a true masterpiece. Easy task, I have to say, when you can count on Jeremy Irons to play Novak. Irons, 33 years old at the time, was known until then for his roles in Brideshead Revisited and The French Lieutenant’s Woman. In Moonlighting, he shows what he is able to do: MERAVIGLIE! (oh, and in Polish, of course).   
An essential actor in an essential movie.

domenica 19 giugno 2011

Sicilia Queer Filmfest 2011

Una delle cose più belle di avere un blog, l'ho già detto più di una volta, è che si incontrano tantissime persone con la tua stessa passione. 
Di solito, questa è l'anticamera di una bella amicizia: quando stai lì a parlare per ore di quell'inquadratura , di quel dialogo, di quell'attore, di quanto ti faccia schifo il doppiaggio ecc. ecc., alla fine succede che inizi a parlare di altre cose e ti ritrovi come per incanto nella vita di qualcun'altro. Parecchi mesi fa mi ha scritto un ragazzo siciliano che di nome fa Andrea ma che in realtà tutti conoscono come il "capo" del blog di Via Rigattieri. Io e il capo abbiamo iniziato a parlare di cinema ed è stata la fine! O meglio: l'inizio della famosa amicizia di cui sopra. Di recente ci siamo anche conosciuti di persona, in un suo passaggio qui a Parigi, e abbiamo fatto mille progetti come se fossimo due della Nouvelle Vague in trasferta spazio-tempo (si sa, i caffé parigini fanno questo effetto, a volte).
Qualche settimana fa abbiamo anche partecipato insieme (ma diciamola tutta, più che il capo, è stata la sua dolce metà Nicoletta ad aiutarmi!) al FilmQuiz lanciato da Nanni Moretti sul suo sito, con risultati scarsissimi, ma non importa, perché è stato divertente scambiare messaggi e stare lì delle ore come degli scemi a pensare a dei titoli di film (grazie Nanni!... e grazie Nicoletta!).
Il capo comunque è un tipo infaticabile, e come un giocoliere è stato capace di tirar fuori dal cappello un numero di magia di gran classe: è tra gli organizzatori del primo festival di cinema a tematica glbt (gay-lesbica-bisex-transgender) in Sicilia! Vabbé, un grande!  Il festival si chiama SICILIA QUEER FILMFEST, e si svolgerà da domani, 20 Giugno, fino a domenica, 26 Giugno, al Cinema Rouge et Noir di Palermo.
Amici siciliani, accorrete in massa a vedere i bellissimi film che il capo ha messo insieme per l'occasione. Il festival, diretto da Alessandro Rais, prevede un concorso di corti, una rassegna non competitiva di film lunghi, incontri con registi come Luca Guadagnino (che presenterà il suo Io sono l'amore), incontri con scrittori e due mostre fotografiche. In particolare, sappiate che potrete gustarvi il film preferito di Zazie del 2010: Les Amours Imaginaires dell'enfant prodige québécois Xavier Dolan (sottotitolato per l'occasione dal capo in persona e dalla mia amica Manù, la traduttrice dal francese all'italiano che tutti vorrebbero avere: Les Mots Traduits).
E per quelli che non sono Sicilia: spargete la voce, parlatene, fate pubblicità, date un'occhiata alla pagina Facebook del festival, andate in giro con un megafono e invece dell'arrotino, urlate C'è il Sicilian Queer Filmfest!
Perché in Italia qualcosa si sta muovendo, e nella giusta direzione!
  
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